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martedì, 12 agosto 2008

grande moscheaRonchamps - esternoronchamps- intgoetheanumchiesa sull

Circa un mese fa, con un collega, mi sono ritrovata a visitare una chiesa neocatecumenale in costruzione. Impianto paleocristiano, filologicamente ineccepibile, sala ottagonale, campanile molto simile ad un minareto e cupola ottagonale in rame verniciato in oro, patio coperto in plexiglass, sale, celle e ludoteche tutt'attorno, matroneo nella parte superiore della chiesa non ancora accessibile e che, forse, diventerà definitivamente magazzino. Una struttura davvero molto grande, con dentro la casa del parroco ed eventuali abitazioni per volontari. Grandioso. Superfici lisce e bianche, vetro lucido a specchio, dall'esterno scorci panoramici e suggestivi, anche.
Tornando in macchina il collega mi fa: ti piace?
- Non so, credo di sì, è una cosa così "grande", e poi è una chiesa neocatecumenale...

Ci sono delle regole, pensavo, non è che progetti come ti pare, ti dicono dev'essere così e colì... Bisogna fare ricerche, mettersi a studiare com'erano le chiese dei primi secoli, analizzare, capire, vedere, cercare... Sì, è bella, mi piace credo, ma...

- Secondo me è fredda, sentenzia il collega. Inutile tergiversare, ha ragione lui.
Mi dice che l'architetto che l'ha progettata è uno che si occupa proprio di queste cose, uno che ne progetta a bizzeffe di chiese neocatecumenali, uno che ha studiato assai, uno che ha fatto ricerche, verifiche, approfondimenti, non un pinco pallino che improvvisa e che, sì, questo è esattamente ciò che la comunità richiede.
Questo genere di chiesa, va benissimo.
La comunità neocatecumenale vuole cose così.
Penso a Michelucci, alla chiesa sull'autostrada, a Le Corbusier che era ateo e pure antipatico da morire e a quando ho messo piede a Ronchamps e che a confronto perfino il Goetheanum da cui provenivo mi sembrava poco spirituale, quasi parlasse una lingua troppo cervellotica, rispetto a quella che ci parla dentro l'anima.
A me pare che l'islam di cui sento parlare da quando ho conosciuto l'islam stia diventando troppo come quella chiesa, una struttura con un impianto anacronistico, realizzata con materiali nuovi e che può suggerire, dall'esterno, qualche suggestione generica, ma che, di fatto, comunica ordine, regola, filologia, freddezza e, per niente, spiritualità.
Io non posso viverci dentro una moschea che fa a gara con il cupolone a chi arriva più su e non penso che le moschee di oggi debbano ripetere le forme antiche del Medio Oriente, ripeterne i fasti in certi ghirigori o merletti, imitarne l'impianto, la cupola, il minareto o il patio.
La moschea in cui abito è espressionista, organica e perfino decostruttivista. Potrebbe essere il legno e vetro, ma pure in ondulino o di terra, potrebbe avere decorazioni astratte, neodadaiste o informali.
Sottende un impianto antico, ma non lo manifesta. Ha forme contemporanee, fatte di curve e spigoli che si armonizzano in plurifonia, non in armonia.
Insomma, con niqab o no, vivo qui e ora, non so se mi spiego.

*Foto: da sin a dex - Grande moschea di Roma (Portoghesi), Chiesa di Ronchamps, interno e esterno (Le Corbusier), Goetheanum (Steiner), Chiesa sull'autostrada (Michelucci).

sabato, 10 marzo 2007

 

 

Mi è sempre piaciuto abitare stanze colorate. Non riuscivo a coglierne i motivi psicologici, ma continuavo a riempire la mia stanza di foulard e borse coloratissimi, batik, tappeti e piumini sgargianti, piantine di primule e viole che mi morivano nell’arco di due mesi. Ovunque mi trasferissi, la mia stanza continuava ad avere sempre lo stesso stile, un po’ etnico e un po’ sognante, mentre le pareti si tappezzavano, a seconda del periodo, di pass per discoteca o foto di sculture per abitare decostruttiviste o organiche.

Una lunghissima, estenuante adolescenza, durante la quale le teorie energetiche e cosmiche, tra sciamanesimo domestico e new age, s’intrecciavano con il nichilismo materialista e la sperimentazione sul campo non lasciava spazio all’analisi. Gli incontri con l’arte erano i miei unici squarci verso il soprasensibile che cercavo essenzialmente dentro di me e dentro un inconscio cosmico racchiuso nella testa di ognuno, dentro i neuro-trasmettitori, dentro i fili energetici, nella serotonina o nelle cellule. Leggevo Jung sostanzialmente contenta che i miei avessero deciso di non sovvenzionare l’inclinazione verso la psicologia, che era, in fondo, anche una forma di attrazione verso la capitale. C’erano pochi motivi per i quali continuavo a passare intere notti con il rapido in mano e i Dire Straits dentro il registratore. Uno di questi motivi era una fugace lezione sul Goetheanum, durante la quale, chissà come e perché, mi ero convinta che gli edifici potessero in qualche modo parlare una lingua più completa di quella che parlano gli uomini. Il secondo motivo era Kandinsky, uno dei pochi in grado di farmi vibrare gli elettroni, come se davvero dentro ci fosse un’anima. Ohibo’!

Il terzo motivo erano i limiti e gli asintoti. Attualmente non ricordo cosa esattamente trovassi di meraviglioso nell’analisi matematica, ma forse, semplicemente, questa “cosmicità”, quella prova irrefutabile – eppure indimostrabile – che esiste sempre qualcosa a cui non è possibile arrivare, qualcosa che c’è ma non si vede: il punto in cui due rette parallele si incontrano, per esempio.

Kandinsky lo diceva così: “la forma, anche astratta, geometrica, possiede una sua propria interiorità; è un essere spirituale, dotato di qualità identiche a questa forma. Un triangolo è un essere. Un profumo spirituale che gli è proprio ne emana. Associato ad altre forme questo profumo si differenzia, si arricchisce di sfumature”.

Non sono mai stata un’artista, comunque. Mi sono sempre sentita piuttosto una ricercatrice, una che analizza i dati in suo possesso per trarne le dovute conclusioni in un modo a volte magari un po’ tendenzioso, ma con qualche balorda pretesa di scientificità.

E nelle mie stanze colorate primeggiava il viola, il colore che più di ogni altro si spinge verso l’ignoto, nella sfera dell’ultravioletto, dell’ultrasuono, di ciò che permette a due rette parallele  di diventare una cosa sola.

L’artista è la mano che, con l’aiuto di questa o quella macchia, ottiene dall’anima la giusta vibrazione. Diceva ancora Kandinsky.

Ci ho messo tempo a scoprire come la vita stessa sia stata, per me, l’opera d’arte più strepitosa, quella più dolce e più crudele, quella più delirante e più commovente di tutte. Probabilmente non me ne sarei mai accorta se, in qualche modo, non fossi stata come trascinata attraverso dolorose aporie e accecanti meraviglie, urlando io stessa Il Grido di Munch e contemplando dentro alla mia stessa anima la Notte Brillante di Van Gogh, percependovi l’Assoluto (As-Samad) in silenzio, senza riuscire ad ammetterlo nemmeno a me stessa.

postato da: ksakinah alle ore 18:13 | Link | commenti (2)
categoria:vibrazioni artistiche
sabato, 03 marzo 2007

img: Oscar Kokoschka, La sposa nel vento 1914

Questa dovrebbe essere una premessa fluttuante.
Il suono emesso da una fisarmonica che si espande e si restringe.
La presentazione di una cosa che ancora non esiste e che non si sa se e come esisterà mai.
Dovrei parlare, in generale, del perchè, ma in realtà se n'è già parlato
altrove e altrove.
E quindi parlo semplicemente delle mie ragioni personali, perchè, a volte, le ragioni personali sono molto più interessanti e comprensibili delle motivazioni politiche e sociologiche.
Questo blog nasce come espansione del blog an-nisa, dalla stessa penna e dallo stesso mouse, solo perchè alla fine
Khadi si scoccia di parlare di cose troppo politiche e troppo incomprensibili e decide di saltellare al di qua e al di là del muro delle civiltà, usufruendo di tappeti volanti adornati di spiritualismo e d'arabeschi, d'organicismo espressionista, di astrattismo, di negargarismo persiano, d'orientalismo e di calligrafia cufica.
Ksakinah nasce solo perchè di là non siamo più riuscite a creare un secondo blog, una funzione forse eliminata da splinder per eccessiva proliferazione di blog inattivi, oppure talmente nascosta che la svampita Khadi non è proprio più riuscita a trovarla.
E nasce, questo blog, anche per respirare un po' di più, per evitare di auto-identificarsi in un ruolo un po' - come dire? - di rappresentanza e anche leggermente inscatolato e decisamente di eccessiva responsabilità.
Perchè noi, non si riesce proprio a stare ferme in una condizione cristallizzata, non si riesce a smettere di fare la rivoluzione dentro al cuore e non solo e non si riesce a smettere di scervellarsi per trovare un modo di sopravvivere, spiritualmente sopravvivere, al turbinoso nulla che s'inghiotte le anime e le risputa senza vita. Risucchiate.
Scrivere è un modo di reagire: una necessità, a volte.
Un dikr, un ricordo.
Scrivere d'arte, almeno per me, è una terapia.
Ci si pone, si diceva, l'obiettivo di fluttuare. Un obbligo di leggerezza. Una volontà di spaziare, di abbracciare, di ampliare le vedute e il sapere, di guardare oltre.
Di raccontare, in una lingua familiare, quella dell'arte, cose che in altre lingue non sembrano altrettanto comprensibili e altrettanto ovvie.

postato da: ksakinah alle ore 23:19 | Link | commenti (4)
categoria:vibrazioni artistiche