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Ksakinah e cioè Khadi Sakinah, quella di an-nisa, ritiratasi a vita privata
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lunedì, 30 novembre 2009
logo_pole_emploiLa prova schiacciante che la puntigliosità francese non è per niente garanzia di una burocrazia efficiente l'ho avuta oggi, al centro per l'impiego. E' la terza volta che cerco di iscrivermi. ogni volta mi dicono che devo presentarmi per un randez-vous con un loro consulente e quando mi presento il mio nome non risulta da nessuna parte. "Ma lei si è iscritta, madame?" E intanto passano mesi.
Non si può continuare così. Fiore mio si è persa pure gli occhiali per la terza volta, ma questa volta non abbiamo idea di dove siano finiti e pare proprio che mi toccherà ricompraglieli al volo, senza nemmeno il contributo dell'assurance maladie.
Insomma, qua ormai ci vuole un lavoro, ma non è per niente facile capire le dinamiche di un luogo. Ci vuole tempo, dicono. Ma forse bisogna anche iniziare a muoversi, no?
E le scartoffie, poi. La mia burocrazia francese è tutta meravigliosamente catalogata in un raccoglitore nero, però nonostante tutto continuo a confondere un ente con l'altro, un indirizzo con l'altro e a volte mi sembra di non avere idea di cosa ancora mi manca e cosa ci ho.
E ancora. Lezione di francese, lezione di corano, lezione di arabo. Presa di coscienza che, a parte le parole delle sure strorpiate, i versetti saltati e tutto il resto delle cose che non vanno nei miei riti di adorazione, c'è che mi mancano almeno sei o sette lettere, lettere arabe che per me non esistono proprio e come si fa a recitare un versetto così. La mia salat continua ad essere tutta da rifare ed io mi sento come paralizzata, nonostante le lezioni e la presa di coscienza.
E' che ad un certo punto non vai più avanti. Ti areni e basta, perchè la vita deve proseguire lo stesso. Anche se tu non riesci ad imparare e non riesci a ricordare e ti senti come un'onda in balia del vento e non sai come fare a tenerti salda alla sabbia.
E' che ad un certo punto devi metterti in mente che, per mantenere questo stato di cose, per tenerti aggrappata a tutto quello che hai conquistato (alhamdulillah) con tanta fatica, ci vuole stabilità. Stabilità emotiva.
E quindi non puoi continuare a cercare la perfezione. Devi fermarti a respirare, a fare il punto di quello che c'è veramente, dimenticandoti di quello che dovrebbe o che potrebbe essere.
Alla fine anche la mia amica "Uragano" l'ha capito. Ora mi manda messaggi del tipo: "propongo i miei servizi a domicilio, broshing 10 € piega 12 € colore 20 € meche 25 € hennè 7 € depilazione delle parti del corpo che si è autorizzate a mostrare da 7 a 25 € pilling e massaggi ai piadi 12 € e fate girare il messaggio". Ingegnosa, no?
postato da: ksakinah alle ore 18:13 | Link | commenti
categoria:intimerie, pippa e la rivoluzione, nizza a colori
domenica, 27 settembre 2009
Treno-aereo-autobus. E mi viene il mal di mare soltanto a pensarci. Domani e dopodomani inshallah ripercorrerò il tragitto di ritorno, perchè ho ancora dei conti da saldare.
Mia madre vorrebbe vedermi arrivare senza velo. Continua a dire che si vergogna da morire, che proprio non ce la fa, che non posso condannarli alla derisione e al vituperio sulla pubblica piazza del paesino arroccato. Me lo urla per telefono nel giorno dell'Eid, proprio quando una sta lì, in silenzio e beata, a godersi la stracommozione e la sakinah di trovarsi in un contesto in cui il mondo può funzionare islamicamente senza che ti crolli addosso.
E invece, ecco. Il ritorno. Di nuovo: il ritorno.
Non mi chiama per un mese e mezzo, mia madre. E non posso chiamarla neanch'io: qual è quel folle che chiama qualcuno solo per sentirsi insultare e schernire? Pertanto, ecco, non ci sentiamo da una vita e non mi dispiace. Poi mi chiama, quasi non ci credo! Quasi ci spero che lo faccia per affetto, per sentire la mia voce e farmi gli auguri nel giorno della mia festa. E invece no. Mi sta chiamando per urlarmi contro il suo disprezzo, per minacciarmi con parole sconnesse di qualcosa che non ho ben capito. L'unica cosa che so è che non vuole che vada nel bunker velata, questo solo le interessa. Calma, ancora per poco, le dico che no, lei non mi vedrà e che starò solo mezz'ora e mi vedranno in quattro e che no, non lo porto il burqa, non ancora, quindi stai tranquilla. Ma lei non vuole saperne. Continua ad urlare e a minacciare. Ed io, davvero, non posso crederci. Come fai a continuare con tutte queste scenate insulse, com'è possibile che un velo conti più di una figlia, com'è che quello che dice la gente vale di più di una familgia vera, com'è che, basta un pezzo di stoffa in più, per trasformare una madre nella tua peggiore nemica?
Se lo chiede anche mia sorella, ma si fa una domanda a rovescio e mi scrive in uno dei suoi duri e minacciosi sms:
E' più importante il velo della tua famiglia? che ti costava deporlo per un giorno? In fondo ora sarebbe uno su 364 e a fin di bene, non per debolezza!
Già, mia madre non si fa sentire per un mese e mezzo, non vuole avere più nessun rapporto con me, mi chiama il giorno dell'Eid per urlarmi a telefono che non devo recarmi al paesello velata ed altre eclatanti baggianate minacciose ed io: sì, certo mamma, hai ragione! e tornare con la coda tra le gambe come fossi colpevole di chissà quale grave misfatto.
Lo so, non si dovrebbero raccontare i propri cavoli familiari sul web, non è corretto, non si fa.
Ma questi non sono miei cavoli familiari. Questa è la condizione patetica in cui versa l'italiano medio a proposito di velo e islam. Un padre, una madre sono disposti a rinnegare la figlia, a nasconderla alla vista della gente, a trattarla come il mostro deforme da tenere in cantina o da chiudere al Cottolengo, pur di nascondere l'"onta" di una scelta diversa, il "marchio" del vestito che indossa.
E' patetico. E' una cosa che mi fa orrore e mi fa tanto più orrore perchè sono i genitori miei, quelli da cui mi sarei aspettata amore sempre e comunque, quelli che mi hanno messa al mondo e che poi mi hanno educata, pagato gli studi e anche aiutata nei momenti difficili. Però questo no. Questo loro non lo accettano. L'islam no.
E sono disposti a togliermi tutto, pur di impedirmi di vivere liberamente la mia religione: sono disposti a strapparmi il velo, il libretto bancario, il cuore dal petto.
No, abbiamo detto di no! Non puoi, non devi!
postato da: ksakinah alle ore 18:10 | Link | commenti (7)
categoria:intimerie, pippa e la rivoluzione
venerdì, 25 settembre 2009
Un'utopia, per i 99 Posse. Ma almeno in quegli anni se ne parlava. Oggi, in Italia sei "ricattato, ossessionato, mantenuto o parassita" ma senza nemmeno avere il coraggio di sognartelo, uno stato sociale. Il massimo che sogni è un lavoro retribuito. Cioè, tu vai a lavorare e poi ti pagano, anche. Meraviglioso, guarda. Ma abbastanza raro, purtroppo. Perchè vabbé, fa niente se un po' ti sfruttano, dai, è normale, fa niente se sei in nero, in stage, cocopro, cococo, occasionale, "tirocinio formativo", volontariato obbligato. Magari prima o poi ti daranno un lavoro vero, questi, a forza di sfruttarti, no? Forse se ti dai da fare, ad un certo punto non potranno più fare a meno di te, giusto?
Intanto chi ti sfrutta, oltre a sfruttarti, ti tiene anche in ostaggio. Ti dice dove votare, ti chiede i numeri di telefono di amici e parenti per dire loro dove votare e, come sempre, poi, finite le elezioni si scorda di te.
In Francia, come anche in Germania e in altri stranissimi luoghi europei, lo stato sociale invece è una realtà e il salario garantito non è solo una canzone da centro sociale.
Non hai un reddito? Non guadagni abbastanza per vivere? Bene, lo stato francese ti aiuta e ti permette di sopravvivere lo stesso. Non ti lascia allo sbaraglio dicendoti :"arrangiati, fatti tuoi!". Non dice ai tuoi genitori e ai parenti più prossimi che è loro obbligo mantenerti anche se hai cinquanta anni e cinque figli a carico, due mogli due cani, un gatto e una tartaruga. Perchè secondo lo Stato Italiano è così che dovrebbe funzionare lo stato sociale. Ci pensa la tua famiglia a te, se sei indigente. Ci deve pensare per forza la tua famiglia. E, se la tua famiglia non vuole, tu gli puoi anche fare causa e la vinci. E non solo i genitori, eh! Se non hai i genitori i parenti più prossimi: zii, nonni, cugini e strazii. insomma, dai, se cerchi bene lo trovi qualcuno che ti mette sulla sua dichiarazione dei redditi, dai, così si prende le detrazioni, però le detrazioni se le prende lui, che ha già uno stipendio, mica te! E te, per far valere i tuoi diritti, devi pagare un avvocato. Ma chi te li dà i soldi per l'anticipo, le spese d'ufficio e di gestione e tutto il resto?
In Francia no. I soldi per i poveri se li prendono i poveri, direttamente.
Anche qui c'è sempre la solita procedura, ovvio. Estratto dell'atto di nascita, carta di identità, dati del tuo conto in banca francese, contratto di affitto. Ti aprono un dossier e vedono se hai i requisiti, oppure no.
Ma se sei proprio povero qualcosa ti danno sempre, magari non ci vivi, però meglio di niente, no?
E così i ragazzi possono andarsene di casa a sedici anni, le coppie si possono sposare, i bambini possono nascere (ogni bambino in più sono altri soldi in più che entrano in famiglia, quindi, scusa, perchè no?) e tutti hanno voglia di farsi la propria vita e la gente non è così frustrata e triste.
Quando sono andata a parlare con l'assistente sociale e le ho detto che avevo vissuto a casa con i miei fino all'anno scorso quella non ci credeva, si è messa a ridere e io non capivo, ma che ne sa lei di quanto è tragica la situazione laggiù, in quel profondo sud del centro-Italia!
E invece, ecco, il salario garantito! Che bella invenzione!! Avere il diritto di staccarsi dalla dichiarazione dei redditi dei propri genitori, senza dover fare ogni anno i salti mortali per guadagnare almeno 3000 euro e un centesimo! Non è meraviglioso? L'indipendenza economica!!! La sogno da quando avevo 16 anni!
postato da: ksakinah alle ore 22:22 | Link | commenti (8)
categoria:pippa e la rivoluzione, nizza a colori
mercoledì, 23 settembre 2009
Musulmana, appuntoTu te ne vai in giro per questo meraviglioso Bronx, in cui i ragazzini si minacciano in gitano, si picchiano in arabo e poi magari fanno pace in ceceno e ti salutano la niqabata e quella senza velo, che se ti ci fermi un attimo a parlare ti dice "alhamdulillah" dieci volte in mezza frase e sprizza gioia e fede da tutti i pori e continui a chiederti com'è, perchè mai poi la fede debba essere per forza trasformata in una cosa così, in una cosa che si può impacchettare e portare a casa, in un elenco della spesa collettivo, in un "io sono migliore di te, perchè faccio questo e quest'altro e tu no", in un "macchè, voi siete salafite!", in un "lei è migliore dell'altra perchè porta il sittar al posto del niqab", in un boicottare e isolare quelli che "la comunità" decide di condannare credendo di "proibire il male" - ma guarda un po'! -, in una demonizzazione dello smalto ( o del piercing o delle sopracciglia) e, insomma, sostanzialmente in un cliché.
Ho sprecato otto anni della mia vita, sopraffatta dalla paura che vivere islamicamente significasse controllare ogni piccolo dettaglio, ogni gesto e ogni particolare, ho buttato via un sacco di tempo così, pensando che tanto non ce l'avrei mai fatta a fare tutto, che no, non potevo arrivarci e che anche se avessi potuto poi me ne sarei ammalata e basta e no, non sarei riuscita ad essere quella, quella lì, quella che volevo io. E come si fa?
E invece, adesso che finalmente sono quella che sono - e sono una e non più due - mi rendo conto che non c'è niente di difficile e - sapete? - anche se io non metto lo smalto e finalmente ora mi velo, non m'importa di chi ha le unghie colorate, si fa le sopracciglia e mette la maglietta stretch, non penso di essere migliore, di aver toccato il paradiso con un dito, di essere arrivata e allora, sì, guardate me, ora vi insegno. Penso che sono quella di prima e come son caduta già, posso cadere da un momento all'altro e che, se adesso riesco a praticare qualcosa, è solo perchè Allah - SWT - mi ha dato la forza di reagire e di rialzarmi e che senza di Lui non sono niente.
E quindi sì. Continuo a leggermi le fatwe, tento di capire, di imparare di più, di sapere e di applicare e mi scervello pure, mi viene spontaneo quando non capisco una cosa o non mi torna e non so che pensare e non so che fare, però non ho nessuna intenzione di trasformare la religiosità in superstizione, perchè voglio essere musulmana, musulmana proprio, musulmana e basta. Ecco, sì. Musulmana. Appunto.
postato da: ksakinah alle ore 00:21 | Link | commenti
categoria:intimerie, pippa e la rivoluzione, nizza a colori
lunedì, 24 agosto 2009

cascata chateauE`iniziato alla grande il nostro ramadan quest`anno, con una meravigliosa sfacchinata lassù, sul parc du Chateau, il parco più vicino a casa - ehm, si fa per dire "vicino"- tanto che il giorno dopo non ci siamo mosse di casa e sembrava un`impresa anche andare a telefonare al taxi phone appena sotto. L`acqua dell`iftar di sabato sera è stata la cosa più buona che abbia mai bevuto!
Insomma sì, siamo arrivate. E abbiamo già piantato le tende, anche.
Finalmente libera di rotolarmi per la strada con un jilbeb improvvisato, contenta e impacciata come mai, incredula di scoprire che l`islam delle nuvole non sta più lassù, lontano, ideale, sognato e irraggiungibile, ma sta qui, dentro la mia vita vera, qui sulla terra, sulla terra ferma, nonostante tutto e tutti e nonostante me. Mashallah! Davvero molto "karim", questo ramadan!

Foto presa da qui.

postato da: ksakinah alle ore 23:31 | Link | commenti (2)
categoria:metafisica, intimerie, pippa e la rivoluzione, nizza a colori
martedì, 11 agosto 2009
Non so se finalmente sono tornata me stessa, oppure se devo ancora cercarmi.
L'hijra comunque e' iniziata... E prima di ramadan! ;)
Che Allah accetti.
postato da: ksakinah alle ore 16:41 | Link | commenti (7)
categoria:intimerie, pippa e la rivoluzione
giovedì, 16 luglio 2009
100_0838
“Mamma mamma, hai dimenticato di mettere il velo, ma te ne sei accorta?”
“Tesoro non posso. Qui… non posso più”.
Tornare è stato così, come non essere mai andata, ma con dentro un dolore ancora più lacerante per tutto quello che qui non c’è e che non si può.
Le ore a discutere sul nulla, a dire, ancora a dire senza capirsi, come quando avevo tredici anni anche se ne ho quasi quaranta ormai.
Mia madre mi ricorda tutti i sacrifici che ho fatto per laurearmi, per l’esame di stato, per il tirocinio e per avere i miei quattro lavori e sono le stesse identiche parole che io dicevo a lui, e finalmente ascolto come io gli parlassi con le parole di mia madre, dopo otto anni con le sue parole, e non più con le mie, non più con quelle dell’islam, non più con quelle della vita mia e del mio iman.
E’ che a forza di fingersi “normali”, e cioè miscredenti, alla fine si diventa così e non si è più capaci di mettere Dio al primo posto, perchè vengono prima il lavoro, la casa, la sussistenza, i sacrifici fatti per diventare questo e quello, il conto in banca, il vestito, la macchina, la casa, lo studio, l’ombrellone prenotato.
Eppure.
Eppure ancora una volta sono come bloccata, tanto che preferirei seppellirmi in casa e far finta di essere davvero incapace, tanto è questo quello che preferiscono credere qui, e almeno potrei fare la mia vita, praticare l’islam come lo voglio io, senza che nessuno mi minacci di farsi venire l’infarto stanotte.
In casa, chiusa in una stanza, senza avere nessun rapporto, se non con mia figlia.
E davvero preferirei fare così, tanto non mi devo andare a sposare domani e un fiorellino può benissimo crescere in un ambiente non musulmano, come ho fatto io del resto, tanto che fa? Almeno lei ha me.
E invece ho una casa a Nizza, sì vabbé un monolocale, un posto dove stare, un posto dove stare lontano di qua. Beh, è vero devo ancora pagarlo, il monolocale, ma c’è. Lì, vicino alla stazione, che se vuoi ci metti un attimo poi a tornare per sbrigare al volo tutto quello che tanto poi dovresti venire a sbrigare per forza. Ed ho anche una sorella con i suoi due bambini da invitare lì, sì, nel monolocale – dai, ci sono quattro letti, ci stiamo – e un lavoro da cercare, lontano di qua.
“Ma no, dove vai, è una follìa, in un posto in cui non conosci nessuno, non hai un lavoro, non hai una casa tua e nessuno a cui lasciare la bimba quando sei a lavoro”. Io glielo spiego che non è una tragedia, che non ci sono tutte le difficoltà che vedono loro, ma nessuno mi ascolta. Allora urlo, piango, strepito. Ma nessuno mi ascolta.
Non mi stupisco. E’ sempre stato così. Io non ce l’ho mai avuta una famiglia vera, o meglio ce l’ho avuta solo fino a quando ho fatto finta di essere quella che non sono. Ma quale genitore potrebbe mai volere un rapporto con un manichino, al posto di un rapporto vero con la propria figlia?
Non posso rimanere manichino a vita, è così difficile da capire?
Davvero? Davvero è difficile?
Non so perché dev’essere così. Io li guardo, li ascolto e davvero non ci credo, non riesco a credere che sia possibile che un genitore non voglia permettere alla propria figlia di quarant’anni di fare la propria vita, che sia in Abruzzo o in Burundi.
Solo un colpo di forbici per guarirli da questa malattia famelica di cui sono stata vittima per otto anni. Un colpo di forbici, l’unica medicina.
Un colpo di forbici, certo, però poi vai verso il chissà-che. Non è lo stesso quando hai vent’anni e il ragazzo arabo che ti aspetta in moschea per sposarti e la purezza e la fiducia della gioventù, non è uguale quando siete tu e Il Tuo Dio e basta e non c’è di mezzo una figlia che potrebbe avere difficoltà ad imparare il francese in terza elementare in una classe di francofoni e di timori ce ne sono tanti, perché non riesci a capirlo se è davvero la scelta giusta, quella sensata, quella islamica, quella diritta.
Perché sì, sarebbe una specie di hijrah, però, come dicevo, non vado a Medina e non vado nemmeno a sposarmi. Vado a vivere da sola con mia figlia in un posto qualsiasi della terra in cui spero di poter vivere l’islam un po’ meglio di come posso viverlo qua. E non so se questo basta per rendere lecito l’illecito.
In realtà potrei anche aspettare se sapessi di potermelo permettere, ma non lo so. E continuo a chiedermi “quando sarà?” e il cuore mi si straccia a pensare che più tempo passo qui e più diventa difficile e più questo legame che mi ha paralizzato per anni e continua a paralizzarmi diventa forte e invincibile e più non ci sono speranze di potere cambiare, scappare, uscire o svincolarsi in un modo o nell’altro.
E mi sento stremata, come se avessi combattuto chissà che guerra ed ora fossi senza forze.
Mi piacerebbe, certo, avere qualcuno vicino che combattesse al mio fianco, ma è sempre stata una battaglia solitaria la mia, una battaglia in fondo lenta e debole e carente sotto tanti punti di vista, ma io non sono una tipa forte, una che riesce ad andare avanti, dritta per la sua strada senza vedere e senza sentire nulla, mi basta un niente e piango, mi basta poco e sclero e lo so che è difficile starmi vicino, ma non fa niente. L’importante è che non sia Allah SWT a lasciarmi da sola.
O Allah! Si è fatto giorno su di me ed eccomi beneficiare della tua grazia, di una buona salute e della tua protezione. Perfeziona su di me la tua grazia , la salute che tu mi doni e copri le mie debolezze in questo mondo come nella vita ultima. 
postato da: ksakinah alle ore 11:54 | Link | commenti (6)
categoria:intimerie, pippa e la rivoluzione
mercoledì, 15 aprile 2009

Sorella mia, Salaam, nonostante il tuo tono appaia abbastanza provocatorio, se non addirittura offensivo, io so che tu non ce l’hai con me, tanto più che in alcune domande ti rivolgi a una tizia in niqab e quindi non certo a me che, come sai, attualmente non mi velo.

Comunque posso benissimo rispondere alle tue domande, perché ritengo questa una questione di ordine generale e non la metto sul personale, altrimenti mi sarei già offesa a tremila e per favore non dirmi che non è il caso, perché imbrattare il mio limpido discorso religioso di oscure e turpi problematiche sessuali pseudo-freudiane è a dir poco oltraggioso e anche fuorviante per chi legge.

 

Le domande che hai posto sono le seguenti:

1. tu, che non sei una beduina di 1400 anni fa, che non sei una moglie del profeta, che non vivi in arabia saudita, cosa vuoi comunicare agli altri indossando un velo integrale?
2. tu -che per tua stessa ammissione senti di aver problemi ad interagire con l'altro sesso, perchè sorridi troppo, sei troppo espansiva, impulsiva, vieni spesso fraintesa ecc- credi che auto-escludendoti da questa comunicazione risolveresti il problema?
3. credi che la segregazione sessuale (non avere nessun contatto nemmeno visivo con un maschio che non sia tuo padre, tuo fratello o tuo marito) porti un beneficio alla società? e se sì, come ti spieghi che in società in cui questa è applicata l'interazione fra uomini e donne è ancora più problematica, sessualizzata e conflittuale, sempre associata all'idea di peccato e vergogna?
4. se il corano incoraggia le donne a tenere un atteggiamento sobrio, di pudore, per non attrarre gli sguardi, non ti sembra che vestire col velo integrale in un piccolo paese di provincia sia un modo per attirare su di te gli sguardi, i commenti, la curiosità e anche (purtroppo) la morbosità degli uomini? certo, sicuramente non passeresti inosservata! forse ti farebbero anche piacere tutti quegli sguardi ostili addosso, ti farebbero sentire una credente più "vera",una combattente, ma non credi che questo sia in fondo un desiderio di affermazione dell'ego più che una questione spirituale?

 

Andiamo per ordine:


1. tu, che non sei una beduina di 1400 anni fa, che non sei una moglie del profeta, che non vivi in arabia saudita, cosa vuoi comunicare agli altri indossando un velo integrale?

Voglio semplicemente applicare un ordine di Dio. Perché non dovrei averne il diritto? Perché mai dovrei farmi condizionare dalla società in cui vivo, da quello che pensa di me il mio vicino o mio zio e privarmi del diritto di farmi i fatti miei, senza nuocere a nessuno? Il niqab non serve a comunicare qualcosa, ma ad applicare un precetto di sunna come tanti altri.

2. tu -che per tua stessa ammissione senti di aver problemi ad interagire con l'altro sesso, perchè sorridi troppo, sei troppo espansiva, impulsiva, vieni spesso fraintesa ecc- credi che auto-escludendoti da questa comunicazione risolveresti il problema?
Io non ho nessun problema ad interagire con l’altro sesso e sostanzialmente è proprio in un caso come il mio che il niqab è consigliato. Noi tutti, come sai, nasciamo nella fitra e la fitra comprende cose come la timidezza, il pudore e la riservatezza. Tuttavia la società in cui io e te siamo state educate ci ha convinto che queste doti fossero colpe immonde, fardelli di cui sbarazzarsi e così siamo state costrette a prendere la nostra naturale vergogna e buttarla nel cestino della spazzatura, facendo violenza a noi stesse, per essere all’altezza di un mondo che non ci voleva come eravamo.

Ora, tu pensi la “segregazione sessuale” - come la chiami tu - sia una perversione sessuale a sfondo politico, inventata dai wahabiti nel XX secolo. E invece io ti dico che il “non mischiarsi” è uno dei tanti precetti dell’islam che puoi rispettare oppure no, ma che, da musulmana, non puoi snobbare come fosse un’invenzione di qualche signorotto malato di mente del secolo scorso, perché non è così.

Non ti cito versetti di corano e hadith, ritengo tu sia abbastanza grande per andarteli a cercare da sola, tanto più che tu conosci l’inglese e io no.

Tu pensi che questo non sia islam? Che questa cosa sia esagerata? Che se la siano inventati i preti bigotti basandosi sugli usi e costumi dell’Arabia pre-egira?

Liberissima di pensarla così, ma certo non puoi imporre anche a me la tua visione.

3. credi che la segregazione sessuale (non avere nessun contatto nemmeno visivo con un maschio che non sia tuo padre, tuo fratello o tuo marito) porti un beneficio alla società? e se sì, come ti spieghi che in società in cui questa è applicata l'interazione fra uomini e donne è ancora più problematica, sessualizzata e conflittuale, sempre associata all'idea di peccato e vergogna?
Guarda Salaam, io penso che tutto ciò che fa parte dell’islam porti un beneficio alla società. Di cosa succede in Nigeria, Arabia o Afganistan io non so e non so dire. Non m’interessa la manipolazione mediatica e non m’interessa schierarmi rispetto a situazioni che non conosco dal vivo. Io conosco la mia realtà e so solo che ho passato anni e anni a dover gestire il tipico senso di colpa occidentale che deriva dal mancato adempimento dei propri doveri relazionali. Ed ora ne ho preso coscienza e  mi sono proprio scocciata.

4. se il corano incoraggia le donne a tenere un atteggiamento sobrio, di pudore, per non attrarre gli sguardi, non ti sembra che vestire col velo integrale in un piccolo paese di provincia sia un modo per attirare su di te gli sguardi, i commenti, la curiosità e anche (purtroppo) la morbosità degli uomini? certo, sicuramente non passeresti inosservata! forse ti farebbero anche piacere tutti quegli sguardi ostili addosso, ti farebbero sentire una credente più "vera",una combattente, ma non credi che questo sia in fondo un desiderio di affermazione dell'ego più che una questione spirituale?

Senti tesoro, facciamo a capirci, e simili illazioni tientele per te, per favore. Nel mio piccolo paese di provincia, per ben otto anni, io ho cancellato Khadija ed ho costruito un alter ego che viveva al posto mio, proprio per far sì che la gente mi lasciasse in pace. Tutto ciò che sono riuscita ad ottenere, sacrificando il mio velo, le mie preghiere e perfino parte del mio ramadan, è stata una porta sbattuta in faccia nel momento in cui, finalmente, uno spiraglio di islam ha ricominciato a brillare dentro ad una vita buissima e schifosa e non voluta e fatta solo di obblighi e costrizioni e sensi di colpa doppi e fardelli di altri da portare addosso.

Mi sono tolta il niqab, per tornare nel mio malatissimo paese di provincia, in cui la gente a quarant’anni ancora s’ubriaca e si droga per fare il ten ager e quello va bene ed è accettato dal mediocre perbenismo autoctono, mi sono tolta pure l’hijab, per far contenti i miei familiari e le vicine di casa e non attirare nessuno sguardo su di me, appunto, e sappi che avrei potuto anche non uscire mai più di casa, se fosse stato per me, sai che m’importava? Quindi l’ego, un cavolo, cara! Perché provaci tu a rinunciare a te stessa e alla tua religione, per farli tutti contenti e fare la parte di quella normale ed evitare che parlino di te e anche che ti pensino, guarda. Credi che serva a qualcosa?

E credi sia giusto?

Metti che io non volessi l’islam, metti che volessi un’altra cosa, pensi che sarebbe tollerabile venire privati della vita che si vuole?

Usare il niqab per attirare gli sguardi, i commenti e la curiosità. Tu proprio non ti rendi conto di cosa sia un niqab, tesoro!

Guarda Salaam, che t’importa del niqab, insomma, non sono fatti tuoi, mica te lo devi mettere tu! Fatti le tue cinque preghiere e veditela con il tuo e il nostro Dio e per favore, datti una calmata, perché tu ce l’hai con un’altra o con te stessa, oppure con un niqab senza una persona dentro e non vedo perché te la prendi con me, che sono solo il di dentro di un niqab, senza il niqab e senza niente che gli somigli nemmeno lontanamente.

E sappi che, nonostante il tono, nemmeno io ce l'ho con te e sono sicura che tu questo l'abbia capito. E' solo che non ritengo giusto far apparire il niqab una scelta perversa ed egocentrica. E non è giusto che tu ti esprima in certi termini nei miei confronti...

Insomma, tra sorelle non si fa.

postato da: ksakinah alle ore 22:00 | Link | commenti (16)
categoria:pippa e la rivoluzione
venerdì, 02 gennaio 2009

Davvero dovrei scriverci un post? Un ennesimo post sui morti palestinesi? E poi? Mi lavo la coscienza, forse?

postato da: ksakinah alle ore 01:18 | Link | commenti (22)
categoria:pippa e la rivoluzione
lunedì, 15 settembre 2008
A conti fatti, il comune proposito di fare le rivoluzioni comodamente accomodati davanti ad una tastiera credo sia stato un patetico fallimento. E non è andata male perché eravamo accomodati, ma forse perché eravamo separati e anche presi da fatti personali che hanno influito troppo su questioni molto più grandi non solo di quei fatti, ma anche di tutti noi messi insieme.
Nabil, alla fine, è uscito, ma grazie all’indulto. Comunque alhamdulillah, almeno lui.
La situazione di Kassim è stabile, anzi peggiorata, grazie al trasferimento a Casablanca e agli scioperi della fame che lo hanno debilitato drasticamente, senza richiamare l’attenzione dei media “che contano”, né tanto meno quella dei politici.
L’associazione femminile islamica non si è mai costituita e, anche a volersi impegnare, non ce ne sono i presupposti. Credo manchi essenzialmente la coscienza collettiva, la capacità di sentire come problema di tutte il problema individuale di una sorella, quell’immedesimarsi che dovrebbe essere la sorellanza, ma che, per una ragione o per l’altra, si disperde tra i rivoli della dottrina.
Il progetto Sumud, a cui avevo (o avrei) accettato di lavorare gratuitamente, è fermo e nessuno sa se partirà mai.
Ora Haramlik, Pasquinelli, Martinez e Nonsochialtro si scannassero pure, a botte di post, denunce e pubblici silenzi. A me non importa. Non m’interessano queste cose.
Condivido i programmi del Campo antimperialista, anche se non conosco personalmente nessun componente del Campo o proprio perché non li conosco. Li ringrazio vivamente non soltanto per aver appoggiato la campagna per Kassim, ma anche per essere stati gli unici in Italia a dare la possibilità a personaggi internazionalmente boicottati di parlare e raccontare la verità su fatti oscuri e per aver accolto l’idea che anche chi non è musulmano può mettersi dalla parte di chi viene oppresso per annullare il concetto stesso che un islam politico possa esistere, da qualche parte. E, sebbene siano un piccolo gruppetto, costoro dovrebbero prendere coscienza di avere addosso grosse responsabilità, perché le idee che propongono potrebbero essere largamente condivise in una certa sinistra un po’ più critica e consapevole e avere grandi sbocchi dal punto di vista pratico, incentivando una cooperazione internazionale “vera”, che vada davvero al di là dei pregiudizi politici che dividono il mondo in uomini e terroristi.
Ecco, per me tutte queste liti che da anni ci stiamo portando dietro sono delle stupidaggini megagalattiche e a me non importa nulla di far parte, di mettermi a fare il tifo di qua o di là.
Lia sa che può scrivere qualsiasi cosa su Miguel Martinez e che questo non cambia in alcun modo la stima che ho per lui e la fiducia che ripongo nelle sue idee e nei suoi progetti.
Ovviamente ritengo che il comunicato contro Lia va tolto, in quanto diffamatorio e patetico, ma non mi interessa leggere le e-mail private del Campo, anche se contengono pettegolezzi su Martinez o proprio per quello.
Insomma, nel caso in cui qualcuno di voi o di loro abbia intenzione di darsi da fare per un progetto concreto che possa vedere musulmani e non musulmani impegnati in un fine unico e in un’azione positiva politica, umanitaria, sociale o quello che vi pare, io sto qua. Fatemi sapere. Per il resto, come ho già detto a chi mi accusava di essere un’ipocrita, non m’importa assolutamente nulla dei vari “Tizio ha detto che Caio ha detto che”. Credo si sappia, tra l'altro.
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lunedì, 18 agosto 2008

Arrestato tre anni fa per "terrorismo internazionale" e poi assolto e scarcerato, Abdelmajid Zergout, l'imam di Varese, ora rischia l'estradizione in Marocco, con le eventuali conseguenze che questo potrebbe comportare.
Se una comunità islamica italiana esiste, come minimo ha diritto che un proprio esponente arrestato subisca un processo regolare e trasparente, qui, sotto i propri occhi, perchè ha diritto di sapere se è colpevole, di cosa è colpevole per l'esattezza, oppure se, come è già stato dimostrato precedentemente da un tribunale italiano, ancora una volta innocente.
Inoltre, estradare quest'uomo potrà essere legale, ma di certo è incostituzionale e tutelare la costituzione dovrebbe essere interesse di tutti gli italiani, sennò che diamine dovremmo farcene di una bandiera, di un inno nazionale e di uno Stato?

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categoria:pippa e la rivoluzione
venerdì, 15 agosto 2008

arcimboldo[1]Da più parti mi si chiede cosa ci trovo di così interessante negli attacchi apparentemente gratuiti di una kafira nei confronti della comunità islamica e si ipotizza una semplice manifestazione di grande amicizia, come se io fossi solita dimostrare l'amicizia dando ragione alla gente quando dice boiate.
Probabilmente sono anni che mi arrampico sugli specchi per modellare l'islam che mi circonda appiccicandogli addosso un senso critico, una carica speculativa, una voglia di interrogarsi.
Ci ho provato, riprovato e strariprovato, però ad un certo punto ho proprio perso la pazienza, perchè non si può fare comunella sulla sorellanza, come fossimo un gruppo di fans del club dei Tokyo Hotel.
Insomma, pensavo fossimo tenute a "fare l'islam italiano", noi, nel nostro piccolo. Pensavo fossimo tenute a dare alle sorelle e ai non-musulmani un quadro oggettivo e critico della situazione, un approccio intelligente. Credevo dovessimo fare ricerca e mai proselitismo sul nulla. Ero sicura che, come me, tutte le sorelle avessero un gran bisogno di riflettere sul cos'è essere musulmana oggi e su come si può e si deve interagire con il resto del mondo. Su quante e quali possibilità abbiamo di sopravvivere a prescindere da una intelaiatura di sottofondo e con quali modalità.
Invece, col tempo, mi sono dovuta convincere che questo tipo di ricerca interessa solo me. Mi son detta va be', pazienza. Mi faccio il blog intimista e scrivo post sulle mie zucchine, i miei pomodori e i miei cavoli.
Non è mica la fine del mondo. Ma è evidente che ciò non è possibile. La lingua batte dove il dente duole e pare andassi un po' come "riconvertita". Chissà perchè.
Guardate che pure io ho fatto di tutto per mettermi il cervello sott'aceto, in attesa dell'arrivo di qualche sapiente che mi venisse a disvelare cosa dovevo fare e come lo dovevo fare qua e ora. Ma un sapiente c'ha la vita sua, il suo contorno sociale, il suo status e non ha la più pallida idea di come si può vivere islamicamente la vita mia.
Ci stavo pensando qualche giorno fa a come mi sono "scoperta" musulmana, ad un certo punto, a com'ero musulmana quando non ero ancora "convertita". Poi mi hanno detto: ora basta pensare, scervellarsi, riflettere. Metti il cervello sott'aceto e d'ora in poi c'è un libretto delle istruzioni qua, nella tasca. E, per me, quello fu "convertirmi". Probabilmente non mi sono mai convertita abbastanza, perchè ho sempre dato spiegazioni, scientifiche o esoteriche, a tutto ciò che facevo. E non ho mai smesso di confrontare il libretto delle istruzioni con la vita stessa, dovessi perdere la bussola tra le righe che si accavallano, non si sa mai.
Lo fa in un modo irritante e a volte anche aggressivo, ma dal punto in cui si trova, dentro o fuori non m'interessa, tenta di dire sull'islam delle cose che mi ricordano perchè sono musulmana e perchè ha senso continuare ad esprimerlo.
E riflettere su ciò che dice non costa nulla, almeno a me.

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martedì, 12 agosto 2008

grande moscheaRonchamps - esternoronchamps- intgoetheanumchiesa sull

Circa un mese fa, con un collega, mi sono ritrovata a visitare una chiesa neocatecumenale in costruzione. Impianto paleocristiano, filologicamente ineccepibile, sala ottagonale, campanile molto simile ad un minareto e cupola ottagonale in rame verniciato in oro, patio coperto in plexiglass, sale, celle e ludoteche tutt'attorno, matroneo nella parte superiore della chiesa non ancora accessibile e che, forse, diventerà definitivamente magazzino. Una struttura davvero molto grande, con dentro la casa del parroco ed eventuali abitazioni per volontari. Grandioso. Superfici lisce e bianche, vetro lucido a specchio, dall'esterno scorci panoramici e suggestivi, anche.
Tornando in macchina il collega mi fa: ti piace?
- Non so, credo di sì, è una cosa così "grande", e poi è una chiesa neocatecumenale...

Ci sono delle regole, pensavo, non è che progetti come ti pare, ti dicono dev'essere così e colì... Bisogna fare ricerche, mettersi a studiare com'erano le chiese dei primi secoli, analizzare, capire, vedere, cercare... Sì, è bella, mi piace credo, ma...

- Secondo me è fredda, sentenzia il collega. Inutile tergiversare, ha ragione lui.
Mi dice che l'architetto che l'ha progettata è uno che si occupa proprio di queste cose, uno che ne progetta a bizzeffe di chiese neocatecumenali, uno che ha studiato assai, uno che ha fatto ricerche, verifiche, approfondimenti, non un pinco pallino che improvvisa e che, sì, questo è esattamente ciò che la comunità richiede.
Questo genere di chiesa, va benissimo.
La comunità neocatecumenale vuole cose così.
Penso a Michelucci, alla chiesa sull'autostrada, a Le Corbusier che era ateo e pure antipatico da morire e a quando ho messo piede a Ronchamps e che a confronto perfino il Goetheanum da cui provenivo mi sembrava poco spirituale, quasi parlasse una lingua troppo cervellotica, rispetto a quella che ci parla dentro l'anima.
A me pare che l'islam di cui sento parlare da quando ho conosciuto l'islam stia diventando troppo come quella chiesa, una struttura con un impianto anacronistico, realizzata con materiali nuovi e che può suggerire, dall'esterno, qualche suggestione generica, ma che, di fatto, comunica ordine, regola, filologia, freddezza e, per niente, spiritualità.
Io non posso viverci dentro una moschea che fa a gara con il cupolone a chi arriva più su e non penso che le moschee di oggi debbano ripetere le forme antiche del Medio Oriente, ripeterne i fasti in certi ghirigori o merletti, imitarne l'impianto, la cupola, il minareto o il patio.
La moschea in cui abito è espressionista, organica e perfino decostruttivista. Potrebbe essere il legno e vetro, ma pure in ondulino o di terra, potrebbe avere decorazioni astratte, neodadaiste o informali.
Sottende un impianto antico, ma non lo manifesta. Ha forme contemporanee, fatte di curve e spigoli che si armonizzano in plurifonia, non in armonia.
Insomma, con niqab o no, vivo qui e ora, non so se mi spiego.

*Foto: da sin a dex - Grande moschea di Roma (Portoghesi), Chiesa di Ronchamps, interno e esterno (Le Corbusier), Goetheanum (Steiner), Chiesa sull'autostrada (Michelucci).

venerdì, 08 agosto 2008

Nadia è una giovane marocchina, alla ricerca di una religiosità più pura e più vera di quel mix di moda e tradizione che fa dell'islam un'etichetta come un'altra, senza importanza. La capisco perfettamente, Nadia, e so di cosa parla. L'islam è un insieme unico, si dice tra di noi, o prendi tutto il pacchetto, oppure non hai assolutamente nulla.
Ragionamento impeccabile.
Può succedere però di dover scegliere tra l'islam che si vede e l'islam che non si vede. Per le neofite è normale dover fare questa scelta necessaria. Se sei fortunata ti sposi un arabo e anche se la tua famiglia ti sbatte la porta in faccia appena ti vede col velo in testa poi se ne fa una ragione quando nasce il primo batuffolino e non ce la fanno a resistere e ti si filano pure col velo e pazienza. Indossare il velo e vivere in casa con un marito musulmano significa anche essere liberi di praticare davvero: pregare in orario, studiare i tomi, mandarci tuo marito al bar a comprare il gelato, non dare la mano agli uomini ( enemmeno al notaio quando concludi un atto) perchè porti il velo e la gente ti capisce quando dici, "uè sono musulmana e la mano non te la do, arrangiati". Ti chiudi nel tuo bel mondicello e, sì, lo so che si sta bene, laggiù. Me lo immagino.
Ad altre però va un po' peggio. Come sapete, ci ho provato anch'io, ma poi, dopo anni che tutto era andato male, tra l'islam che si vede e quello che non si vede ho scelto quello che non si vede, perchè per me era più importante. Non li potevo avere entrambi, io.
Scappare - di nuovo - di casa, portandomi dietro mia figlia, dentro un mondo di cui non mi fidavo più e (forse) riuscire a praticare come si deve e a fare tutto ciò che ritenevo necessario?
Continuare a sperare di andarmene prima o poi e intanto vivere come una zombie, odiando tutto e tutti, perchè non potevo avere l'islam che dicevo io?
Oppure accettare la strada che Allah - SWT - aveva scelto per me e andare avanti ringraziandoLo in ogni momento per tutto quello che di bello e di brutto ho avuto e avrò dalla vita.
Alla fine, dopo averci pensato e sofferto per anni, ho scelto l'ultima opzione.
Ed ora sono in pace. Con me, con Dio e col mondo.
Certo, potevo scegliere questa via sin da subito. Ma preferisco le escursioni alle scorciatoie.
Condannatemi pure, qua e ora. Io non potevo giocarmi l'anima per la forma. E Allah ne sa di più.

L'obiezione che probabilmente viene da fare è: ma il tuo è un caso particolare, non puoi diffondere questo islam-fai-da-te sul tuo blog.
Un musulmano "vero" non va dicendo in giro che l'islam che non si vede è meglio! Non si può. E' haram.
Già!
Ma non è haram se sai che, in realtà, l'islam-fai-da-te è quello che si perde nella forma e dimentica la sostanza, quello che a botte di hadith è capace di fare e farti fare cose aberranti, quello che è un tunnel in cui il tuo pensiero non può più pensare, quello che è tutto haram e devi stare attento pure a come ridi, a come parli, a come cammini e a come appoggi la mano per terra. Lo sapete, no, che ci sono hadith che ti dicono pure come devi mettere la mano a terra quando ti siedi?
Credo di essere stata molto vicina all'alienazione e alla paranoia, in questi anni. Ho preferito essere una disadattata pur di non fare cose che ritenevo haram, anzi che SONO haram a tutti gli effetti, perchè così è scritto.
Ma che islam è un islam che ti costringe a diventare paranoico e disadattato, che valore ha, a che cosa porta veramente?

Io credo che dobbiamo essere "sani", prima di tutto. Il tuo islam non vale più niente, se nel frattempo sei impazzito e te ne sei andato sulla luna. Si condanna tanto il sufismo per questo, ma la pratica ossessiva fa lo stesso effetto della preghiera estatica, solo più devastante, perchè rovina anche gli altri, oltre che te stesso.
Il mondo soprasensibile non è un mondo popolato da esserini che sghignazzano e t'inseguono, mentre tu scappi, ma è un mondo fatto di forze che ci stanno dentro e ci stanno a fianco: la paura, la cieca passione religiosa, il vortice dei pensieri circolari sono demoni che possono portare le persone al delirio, facendo credere loro che, sì, l'islam è questo.
Ma no, non lo è.

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mercoledì, 06 agosto 2008
"Io dico che immaginare i jinn nei tubi della cucina NON è islam. Che non fare sedere a tavola la moglie quando ci sono ospiti NON è islam. Che passare la vita a stressarsi sulle microregole fino a rimbambirsi NON è islam. Che giudicare miscredenti la stragrande maggioranza delle donne di qua per una cavolata come lo smalto - ma tu pensa la faccia che farebbero loro, a sentirsi giudicate da ’ste italiane nate ieri quando loro sono musulmane da secoli - NON è islam.
Che mettersi in una bolla NON è islam. Che fare setta con lo slang di 4 parole arabe ripetute come degli abracadabra NON è islam". *
Oppure sì?
Non credo serva girarci attorno. Ovviamente anch'io penso che sia tutto molto carino e molto folkloristico, ma se nell'islam avessi cercato il folklore c'ho una tradizione atavica nella mia terra di 'ssaltarelli e 'ddu botte**. Non mi serviva sfasciarmi la vita così, per il folk.

** sorta di fisarmonica dai suoni acuti.
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categoria:pippa e la rivoluzione
mercoledì, 06 agosto 2008

Non so se esistono altri modi di arrivarci, ma io all'islam ci sono arrivata per via induttiva. Mi guardavo attorno e vedevo che la vita funzionava in un certo modo, che seguiva certe leggi. Quando ho scoperto che il Corano raccontava proprio questo e che forniva delle formule da seguire per vivere tranquilli, ho scoperto di non avere altra scelta, se non quella di vivere islamicamente.
Ovviamente non avevo la più pallida idea di che cosa questo significasse e lì per lì avevo capito bastasse seguire certe prescrizioni alimentari - che per me significava anche cambiare vita - e pregare. E fino ad allora vivevo felice, toccavo il cielo con un dito. Letteralmente.
L'uragano arrivò la sera stessa della shahadah: ora sei musulmana, copri il capo!
- Ehm... scusa, puoi ripetere?
Fu a questo punto che scoprii che, oltre a credere nelle evidenti leggi della vita e nell'evidente chiarezza coranica, l'islam consisteva anche e soprattutto nel credere che il tutto andava interpretato secondo una certa tradizione, sancita dagli avi. E' una prescrizione coranica l'hijab, proprio come la preghiera e il divieto di certi alimenti, ma io sapevo che mentre le prime due prescrizioni mi avrebbero salvato la vita, l'ultima me l'avrebbe distrutta. E così fu.
Mi convinsi talmente tanto dell'islamico dovere dell'indossarlo cascasse il mondo che scappai addirittura di casa per mettermelo in testa.
Sapevo di sbagliare. Mi rendevo conto che non era la scelta giusta. Che si trattava di una scelta di rottura totale, di "pazzia", ma credevo di "dover fare" questa scelta perchè così è scritto.
Non ero più una persona che sperimentando la vita ne trae dei principi e li applica, perchè li riconosce. Ero una che, accettando la religione come postulato, ne accetta ogni virgola.
Mi fu detto che oltre al Corano dovevo accettare anche la Sunna, la tradizione, i detti del Profeta tramandati fino ad oggi, opportunamente selezionati e interpretati da validi sapienti.
Nella sunna, all'epoca pareva esserci un po' di tutto, dalla politica al "genius loci". Occorreva, per esempio, credere che i talebani applicavano la sharia e che nel bagno ci fosse uno shaytan pronto a farti venire in mente brutti pensieri. Provenendo da una formazione "occulta", ero più scettica sulla prima che sulla seconda, sebbene non fossi per niente terrorizzata dallo shaytan del bagno pronto a sbranarmi i pensieri.
L'elenco delle anomalìe rinvenute era più o meno tipo questo:

Le minorenni date in spose ai cugini col doppio dei loro anni contro il parere del giudice tutelare. Il disprezzo per i cristiani, negato in pubblico e praticato in privato. Le donne che non si siedono a tavola quando ci sono ospiti, come nelle campagne egiziane, tra gli analfabeti. Le circoncisioni da incubo di italianissimi figli maschi portati, bambini, nelle macellerie marocchine anziché dal medico dell'ASL, come se l'esotismo da paccotiglia fosse "islam autentico". Le minorenni comprate nelle campagne arabe o nei campi profughi giordani e portate in Italia con la data di nascita falsificata a fare da prima o seconda moglie o chissà cosa. Il ricatto alle mogli sul velo e le pressioni - se non torture morali autentiche - perché lo rimetta se lo ha tolto. Il bacio dei piedi, le regole inventate a proprio uso e consumo, i trip perversi di decine e decine di italiani che, davvero, confondono l'islam con pulsioni sadomaso che basta Freud a spiegare.

E un sacco di altre strane cose, che io attribuivo acriticamente alla Sunna. E la Sunna non si discute.
Mi dicevano che era così, lo dicevano anche tra di loro, italiani e arabi insieme e a volte mi portavano pure gli hadith come prova. Credo tutti sappiate che ce ne sono a bizzeffe anche sulla liceità di picchiare la propria sposa e che ce ne sono a bizzeffe anche sulla non liceità, ma ognuno usa ciò che serve a lui, ovvio.

Per anni e anni credo di aver rimosso, perchè non volevo ammettere di aver sbagliato, perchè avrei voluto che quella vita tranquilla che andavo cercando, seguendo i dettagli e i rivoli di un islam che in realtà non era nulla, esistesse da qualche parte, magari in un paese arabo, in un luogo più islamico, tra i musulmani davvero d.o.c..
Ma poi il tempo passa e le cose ti succedono sotto il naso e al posto dell'analista che non ti puoi permettere c'hai il web e al posto dei ricordi che non ci sono più hai certe frasi, certe traduzioni, certe lettere di certe sorelle che - chissà come - anche se parlano di islam ti induriscono il cuore al posto di aprirtelo. Perchè?
Davvero, scusate, io non posso fare finta che non sia successo nulla, che tutto questo non sia mai esistito. Ci ho provato, fino a quando ho potuto, ripetendomi che era stato solo un caso, il mio, che no, non sono così, non siamo così. O che vabbé, ci saranno dei casi, mica no, ma non sono la maggioranza.
Il problema non è quanti casi ci sono, ma per quale motivo continuiamo a diffondere l'islam di maniera e non l'islam o a permettere che lo diffondano altri, 'sto islam maccheronico che non si sa da dove viene e che è.
Non credo si vada da nessuna parte, però, mettendosi a ridicolizzare il Sistersinblog. La ritengo una caduta di stile, una mancanza di rispetto fine a se stessa.
Io voglio ridermela, certo, ma su certe tragedie personali che, a ripensarci, è meglio raccontarle davvero come barzellette piuttosto che come quello che di fatto sono state: tragedie personali, appunto.
Andare ad attaccare un blog per le sue roselline e per i nomi "esotici" delle partecipanti, mi sembra serva solo a sminuire il contenuto del messaggio dell'Haramlik, mettendosi dietro un muro.
Certo, anch'io ho spesso la voglia di fuggire a gambe levate da questo mondo, dal mondo islamico italiano tutto quanto, perchè troppe cose sono lì a ricordarmi che non è cambiato nulla, che è un mondo fatto così, di finzione, di postulati cascati dal nulla sopra alla testa delle persone, di fantasmi, paranoie e superstizione. Ma poi, se scappo, chi ci dovrebbe venire al posto mio a rompere le scatole e a fare la guastafeste del bel mondicello islamico dove tutto sarebbe perfetto, se non ci fossero i kuffar, 'sti birbantoni?

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categoria:intimerie, pippa e la rivoluzione
lunedì, 04 agosto 2008

Sull'Haramlik:

- Ombelichi collettivi
- “Islam chill out”
- Varie ed eventuali.

Citazione: Perché poi, scusa, ma come ti aspetti che un convertito sia equilibrato? E perché sono pazzi, mi chiedi? Ma perché fanno scelte nevrotiche, perché non è necessario convertirsi. Non serve, non ce n’è bisogno. E’ una rottura di equilibri, convertirsi. Se uno si converte e poi, prevedibilmente, dà i numeri, è perché ha problemi suoi, l’islam è innocente.

Ehm...

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categoria:pippa e la rivoluzione
lunedì, 28 luglio 2008

Via Kelebek due portentosi post di Io non so con Oriana, indispensabili per tenere in vita le velleità critico-analitiche di un blog anti-politicamente assopito:

Un cappello pieno di ciliege

Jacopo Bianchi, gli "occidentalisti" fiorentini ed il "burqa"

Tra l'altro ce la intendiamo pure a gusti musicali, co 'sto sito qua, eh! (cfr. qui e qui).

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categoria:pippa e la rivoluzione
mercoledì, 09 luglio 2008

La_Sposa_Cadavere[1]Mia cugina si sposa. Un matrimonio alternativo, uno di quelli che non funzionano come tutti gli altri. Lei a fare il viaggio di nozze ci va prima di sposarsi e la festa col buffet la fa tipo due giorni dopo, in mezzo alla campagna, tutti jeans e scarpe comode e magari pure chiuse, che è meglio.
Però indosserà comunque un vestito da sposa bianco e, in jeans e maglietta poi, inviterà sulle 150 persone.

Kebab (forse pure halal) e porchetta per par-condicio tra i cugini tutti.

Insomma, dai, nessun eccesso, se vogliamo.

Ma io non posso fare a meno di ripensare agli inviti scritti sulla carta a quadrettoni di un block notes, strappata a mano:

Sofonisba Khadijah e Nicolino Mohammed sono lieti di annunciare il loro matrimonio e di ricevere amici e parenti presso un certo locale ( a circa 800/1000 km di distanza da dove abitate), per offrire tè e biscotti.

Amici e parenti, felicissimi, iniziano a tempestarci di telefonate.
Fortunatamente ancora non sanno che il mio abito da sposa sarebbe stato tutto nero con velo e guanti blu e niqab, anche. Nero, ovviamente. Il 16 luglio.

Sarebbe stato il 16 luglio, sì, e tra qualche giorno festeggerei il mio settimo anniversario di follìa, alienazione e totale appiattimento emotivo. Non certo a causa del niqab, che sia chiaro.

Poi qualcosa - Qualcuno - mi ha salvata. Non so come.

E sette anni passano così. Ogni anno apparentemente uguale all'altro, ogni giorno intenta a scordare e a ricordare ancora un po'. Ogni giorno lottando per ritornare "normale" e togliermi dalla testa tutte le assurde fisse del mio Mohammed-Nicolino che ancora riecheggiano nella testa e rimbalzano qua e là, amplificate da un analogamente alienante comunitario vociare di sottofondo, tanto che ancora non riesco a distinguere bene la cosa che posso chiamare islam da quella che potrei più precisamente intitolare nicolismo et similia, o giù di lì.

E sette anni passano così, praticamente fermi, nella convinzione di aver sconfitto per sempre i  demoni dell'altra vita, quella di prima: la passionalità, l'istinto, la testardaggine, la ribellione, la tracotanza, l'impazienza, l'impazienza, l'impazienza...
E poi invece arriva un giorno che non è uguale a tutti gli altri, in cui la vita ricomincia il suo corso e fluisce, come se non si fosse fermata mai e, nonostante le favole che ci siamo raccontati, risulta evidente che quei mostri continuano a starci, perchè il nemico che teniamo fuori dalla fortezza non è per niente un nemico sconfitto.

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categoria:intimerie, pippa e la rivoluzione
mercoledì, 25 giugno 2008

...Anna pensa di soccombere al Mercato
Non lo sa perché si è laureata
Anni fa credeva nella lotta,
adesso sta paralizzata in strada
Finge di essere morta
Scrive con lo spray sui muri
che la catastrofe è inevitabile

...E’ difficile resistere al Mercato, Anna lo sa
Un tempo aveva un sogno stupido:
un nucleo armato terroristico
Adesso è un corpo fragile
che sa d’essere morto e sogna l’Africa.
Strafatta, compone poesie sulla Catastrofe

...Vede la Fine in me che spendo soldi
e tempo in un Nintendo
dentro il bar della stazione
e da anni non la chiamo più.

Continua qui

Ehm... Volevo dire qui:

postato da: ksakinah alle ore 21:06 | Link | commenti
categoria:pippa e la rivoluzione
mercoledì, 25 giugno 2008

023-P019[1]C'era una volta la comunità islamica italiana. O meglio l'idea che, sparpagliato da qualche parte, esistesse un gruppo di persone organizzate o organizzabili in un insieme omogeneo, con comuni intenti e finalità al di sopra delle parti, che realizzasse, qui e ora, le istanze islamiche originarie e aiutasse i neo-musulmani a realizzarle.
La comunità islamica italiana non era propriamente l'U.C.O.I.I., ma tramite l'U.C.O.I.I., si diceva,  avrebbe potuto avere una voce, più o meno forte e distinta.
L'U.C.O.I.I. era, se vogliamo, solo la facciata troppo presentabile e "cedevole". Gl imam, quelli veri, si trovavano altrove, da qualche parte, nei garage e negli scantinati trasformati in coloratissime e armoniose sale di preghiera, nelle periferie e nei mercati.
Si supponeva, dunque, che esistesse qualcuno in grado di vivere in prima persona "l'islam vero" e di spiegarlo agli altri, costituendo un esempio tangibile di buona condotta. Si supponeva che esistesse qualcuno in grado di dirci come dovevamo vivere e che costruire le città tra i ghiacci è sempre possibile, sì. "Ci basta la sunna", si diceva.
Al neofita che si affacciava in questo nuovo paesaggio limpido e cristallino fatto di certezze ineccepibili e matematiche non restava che arrendersi alla saggezza della comunità che, forte delle proprie verità trasmesse da neofita a neofita, appariva come una nuova grande famiglia, che si sostituiva a quella originaria, al contesto di origine e a tutto quello che, per farne parte, dovevi necessariamente lasciare, o meglio ripudiare.
Eppure, una volta fatto il salto, quella cosa che chiamavano "comunità" scompariva tra le pieghe delle regole sociali, mutuate dalle tradizioni arabe tribali e autoimpostesi in loco al di sopra dell'islam che si legge e subito si sente nel cuore e di qualsiasi accordo di mutuo soccorso.
Mutuo controllo, mutua imposizione, mutuo gareggiare nell'apparire islamo-eruditi, ma difficilissimo diventava il mutuo soccorso, sebbene, nel cuore, ognuno - e sopratutto ognuna -  coltivasse la volontà di preoccuparsi anche degli altri.
Ovvio che a me non importi assolutamente nulla della comunità. Io so, ormai, che la comunità non esiste e non è mai esistita, così come so che i talebani non hanno mai applicato la sharia e che è impossibile, adesso, riportare indietro le lancette dell'orologio di 1400 anni, anche se, probabilmente, sarebbe bellissimo. Ma perchè far credere alla gente che basta trasferirsi in un altro posto per vivere in una ummah simile a quella in cui viveva Rasul- saas? Non è meglio evitare di infilare nella testa delle persone insulse utopie e dire, semplicemente, che cercare di vivere islamicamente la propria vita, per quanto possibile, è già una gran cosa?
E poi, se una per caso dovesse ritrovarsi a vivere in un paese arabo, in Inghilterra o in mezzo alla gente musulmana che sta in Brasile, benvenga. Che ne sai, la vita?

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categoria:pippa e la rivoluzione
lunedì, 23 giugno 2008

2414577056_ae176fae4a_o[1]C'era una volta la lotta al nucleare. Quello iraniano, ovviamente. Gli italiani lo acquistavano dai francesi, loro, ritenendo che fosse fondamentale tenersi pulita la coscienza. A tener pulito l'ambiente ci penseranno tra vent'anni, forse, mica si può risolvere tutto subito! E c'erano pure il protocollo di Kyoto, le direttive europee sul risparmio energetico e la Legge 10, che noitaliani, fighi, siamo pure stati precursori. Ovviamente solo sulla carta, che mica in Italia le leggi decenti si possono applicare davvero... Anzi, sai cosa? Aspettiamo un altro po'... E come facciamo a perdere un altro po' di tempo... vediamo... Abroghiamo la 37/08, così i tecnici e i notai, che non c'hanno capito  ancora niente, s'impazziscono un altro po' dietro a 'ste scemate e non hanno il tempo di inoltrare e far inoltrare le pratiche all'Enea, che poi chi li paga sennò tutti 'sti soldi, eh? Qui bisogna stare coi piedi per terra, che diamine! 
C'era una volta, poi, un provvedimento che avrebbe dovuto rappresentare le istanze della lotta del governo contro le immersioni fiscali dei professionisti (una cosa che si chiamava "Bersani"), che però, chissà com'è, piaceva  troppo alle banche - quindi mo' si toglie perchè accà nisciun'è fess e noi meno che mai . Ovviamente per i poveracci non aveva cambiato proprio nulla, ci mancherebbe! (Il 90 % dei giovani professionisti - me compresa - continuano a lavorare in nero come i manovali albanesi, ma guadagnano meno di un terzo, quando quadagnano qualcosa - che devi'mpara'l mestiere, almeno fino al cinquantesimo anno di età - e "sognano" di essere pagati tramite bonifico e di avere la grazia di emettere qualche fattura bella onerosa).
E poi, accorpiamo un po' di moneta, pe' 'ste "centralità urbane", così diamo lavoro a tutti i nostri amici e agli amici degli amici, i soliti costruttori, i soliti tecnici, quelli che maneggiano i soliti milioni di euro che girano in Italia, insomma. Tanto c'abbiamo la scusa del sostenibile e del dare la casa ai poveracci a poco prezzo, che va sempre bene...
Conclusione:
Confindustria contro Finanza: quattro a zero e palla al centro. E gli Europei ci fanno un baffo. Peccato che 'ste partite qua non le diano mai in diretta!

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categoria:anarchitettura, pippa e la rivoluzione
mercoledì, 11 giugno 2008

escher[1]Ci fu un'epoca (meravigliosa epoca!) in cui pareva quasi possibile che una fetta abbastanza grossa di blogosfera si coalizzasse per la difesa di certe scomode cause, tipo il diritto delle donne musulmane a praticare la propria religione, il diritto degli immigrati reclusi o deportati per supposte cause di terrorismo a difendersi ed avere un regolare processo, il diritto di difendere la verità dal giornalismo cialtrone e da certa politica di manipolazione, il diritto di vivere tutti insieme, gialli, rossi e blu, senza pestarsi i piedi vicendevolmente.
Non erano solo le musulmane (e i musulmani) a difendere certi islamici e universali diritti, anzi. Tra i musulmani spesso ci si perdeva in dibattiti senza via di uscita sul diritto di parlare di islam di certe signore o sulla liceità islamica di indossare il niqab pure in Italia, nonostante le leggi autoctone, mentre le vere battaglie (più o meno toste) venivano combattute da questo pezzo di blogosfera filo-islamica ma non musulmana che ci navigava a fianco.
Aveva un senso, all'epoca, questo quotidiano scrivere. Sembrava servisse. E ci si poteva pure credere, nella missione sociale del proprio anarchico, anacronistico e sostanzialmente antipatico blog.

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categoria:pippa e la rivoluzione
lunedì, 09 giugno 2008

Io ero nato con passioni eccezionali,
non avrei potuto mai amare né odiare a metà,
non avrei saputo abbassare i miei affetti
al livello di quelli degli altri uomini…
Iginio Tarchetti 

Me la ricordo così, a memoria.

Si nasce con una specie di timbro in fronte, noi, quelle che non gli va mai dritto niente: le “Pippe” della situazione, se ti pare.

Sbatti i denti perfino per allacciarti le scarpe e, in più, riesci pure ad esagerare nei sentimentalismi, come se –davvero – potessi pure permetterti di fare la sentimentale. Ma dai!

E così ogni vicenda diventa un’impresa: l’università, il lavoro, l’amore, la genitorialità, la “figlitudine”. Ogni cosa più grande di come dovrebbe essere in effetti. Più difficile. Più tragica.

… Un cataclisma.

E la rivoluzione, poi. Nasci che ce l’hai già nel biberon quel sapore acre di urlo e rivendicazione. Poi vai avanti e ti sembra di vederla dappertutto. Diventa un’ossessione con la quale convivi a stento. Gli anarchici, i punk, la Pantera, la Comune, gli Elfi, i Punk’a Bestia.

I musulmani.

Eh, i musulmani.

Mi direte: no, non è la stessa cosa, i musulmani.

Credevo fosse solo un incidente esser capitata lassù, a fianco a quel folle acchiappa-fantasmi. Mi dicevo: è un caso, l’islam è un’altra cosa. I musulmani veri, eh, i musulmani, un’altra storia.

Ne ho visti abbastanza, poi, di musulmani da allora.

Quali sono quelli veri non so.

E non so nemmeno se sono vera io, giacchè non mi pare esista la possibilità di farsi rilasciare un’attestato di certificazione che garantisca la derivazione d’origine controllata o la costituzione cerebrale a regola d’arte.

Io so solo che tutti – veri o no - vivono in questo mondo qui e quel mondo che la pensa come la penso io e che sente come sento io non c’è da nessuna parte, non c’è, e forse è pure un bene che non ci sia, essennò che rivoluzione sarebbe, la mia?

“Abbiamo ‘fatto l’islam vero noi’, ieri, e invece tu… Guarda queste sorelle, sono italiane come te, ma sono musulmane vere. Indossano i ‘nostri’ abiti, loro”. Il fratello senegalese ha proprio sbagliato dawa oggi. Meglio se se ne stava zitto, davvero molto meglio, eh.

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categoria:pippa e la rivoluzione
venerdì, 25 gennaio 2008

A me la retorica della memoria relativa all'olocausto ha sempre dato un tremendo fastidio. Tutti bravi, a posteriori, a ricordare l'orrore, lo scempio, il male, la brutalità, l'assurdo, l'agonia, la follia, la disumanità e tutto quello che vi pare e piace. Tutti insieme a piangere sul latte versato e a promettere "mai più", ma assolutamente ciechi di fronte a quello che sta succedendo ancora, e ancora e ancora, mentre placidi e sereni continuiamo a ripetere tutti stizziti e vigliacchi, il solito e noioso mantra perbenista del "mai più".
Si tratta di essere tordi, ubriachi o cosa, scusate?
Quindi, perdonatemi, ma non posso evitare di rabbrividire al pensiero che esistano enciclopedie, saggi, tomi ed elucubrazioni di ogni genere sulla sho'ah che, a posteriori - e ci tengo a sottolinearlo questo a posteriori -, si esercitano nel nobile esercizio del "ricordare".

Terrore e miseria del Terzo Reich, si chiama. E' stato scritto tra il 1935 e il 1938, mentre i fatti accadevano, quindi. Non ricorda un bel niente Brecht, ma, semplicemente, guarda. Racchiude ventitré scene drammatiche di ordinario orrore, rappresentando come ognuno di noi, oggi come allora, prende parte ad un olocausto perenne in modo vigliacco e subdolo, ma con piglio assolutamente naturale. Qui un amaro assaggio. Qui un pezzettino di me.
Quindi dilettatevi pure, signore e signori, a pensare a quanto erano cattivi, schifosi e depravati quei carnefici lì, i nazisti. E magari pure a quanto erano vigliacchi e ancora più biechi quei tedeschi lì, gli "ariani", con il cervello imbastito di schiocchezze auliche e surreali e il mito del sangue, della razza e dell'identità.
Io preferisco denunciare quello che mi succede sotto il naso e non posso tollerare che ci si sgoli così tanto tutti insieme per "ricordare", mentre di fronte agli orrori reali ci comportiamo esattamente come i personaggi di Brecht.
Meno di mille adesioni per una campagna a sostegno dei diritti umani che ha fatto, ormai, il giro del web. E questo succede oggi e succede oggi perchè oggi come allora la gente ha paura di mettersi dalla parte degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali e degli oppositori politici del Terzo Reich. Se ci fosse un Hitler in circolazione, di 'sti tempi, avrebbe proprio la strada spianata. E questo lo dimostra.

P.S. Invitata da Falecio a partecipare a questa cosa, non invito nessun altro perchè, davvero, non mi pare il caso. Piuttosto, per favore, chi non lo ha ancora fatto si dia una mossa a firmare e a far firmare la famosa petizione per Abou Elkassim Britel libero.

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categoria:pippa e la rivoluzione
lunedì, 03 dicembre 2007
-         Ma quella Khadi o come si chiama lei, quella di an-nisa,si sarà bevuta il cervello.
-         Ma sì, se n’è andata all’aceto, ormai, e non ce la recuperiamo più!
-         Si sente Ummagumma (ma si può? Ummagumma proprio… ma si è rincretinita?)
-         E si schiera contro Lo Shaikh-hafizahullah.
-         Ma come si permette, lei, che non è degna nemmeno di nominarlo. Astagfirullah! Ma sarà che si sta grandiosamente inkafirando, sennò come te la spieghi tu?
-         Già, inkafirando… Sì, sicuramente!
 
Già, inkafirando… Certo, se il kafir è quello che non segue le regole del clan, quello che te la canta così com’è, quello che si libera dal giogo dei “formalismi di setta” e non si ferma a quello che gli dicono di credere, ma ci ragiona sulle cose e crede solo per ispirazione e mai per sentito dire…
Beh, pensavo fosse il musulmano quello. Così, mi pareva d’aver capito.
La mia Via è quella e credevo fosse islamica: ero io a sbagliarmi? Sarà, ma io continuo per la mia strada, voi fate un po’ come vi pare e se vi pare.
Ma ricominciamo da capo, ché forse è meglio.
Una delle tante meravigliose caratteristiche dell’islam che da subito mi hanno folgorata e rapita era quell’esaustivo senso di giustizia che nessun’altra religione avrebbe mai potuto darmi.
Perché l’islam è l’unica religione che ti permette di odiare gli oppressori.
Ah! Che liberazione! Odiare chi schiavizza, chi sfrutta, chi schiaccia, chi ti costringe a svermare, chi ti calpesta…
Non è una cosa da poco, se ci pensate.
A parte l’islam, non ci sono religioni che ti permettono di ribellarti ai potenti perché è giusto così, che ti incitano a batterti, uccidere e morire affinché sia fatta giustizia, che ti permettono di incitare il popolo ad insorgere per capovolgere il sistema e ristabilire – politicamente – un sistema più equo in cui i ricchi e i poveri, gli schiavi e i padroni sono uguali e in cui gli uomini valgono di più o di meno solo in base alle proprie virtù e non in base a quante società operative e finanziarie manipolano o partecipano a manipolare.
Sì. L’islam ti permette di rivoluzionare il mondo, anzi te lo ordina, addirittura.
 
Se, comunque vadano le cose, ti senti sempre dalla parte dei deboli, degli oppressi, degli schiavi, degli sfruttati e dei poveracci, non puoi essere cattolico, buddista, induista o testimone di Geova, a meno che tu non creda che per accedere al paradiso l’unico modo sia quello di sopportare, soffrire e crepare sotto il giogo dei potenti e stare al tuo posto, così in paradiso – o nell’altra vita – sarai ricco e avrai tanti schiavi da sfruttare e schiacciare e calpestare e sbudellare, se ti va. Se pensi che il paradiso o l’altra vita debbano necessariamente essere migliori di così e se credi che potrai accedervi solo se avrai contribuito a migliorare questa vita qui, allora farai un bel po’ di fatica ad adattare i tuoi bollenti spiriti ad un credo religioso. Uno qualsiasi, dico.
Ma come si fa? Zitto e mosca e, dichiarandoti pacifista, finanzierai le bombe che uccidono i bambini iracheni e quelli afgani, andrai ad insanguinare il Libano e, quando ti parleranno di Nassirya, penserai ad un pungo di uomini grandi e grossi e nel fiore degli anni morti ingiustamente e non alle migliaia di uomini grandi e grossi e nel fiore degli anni, alle migliaia di bambini dalle diecimila vite possibili e già stroncate, alle migliaia di donne col mitra in mano, eppure indifese, ai vecchietti terrorizzati o rassegnati a quelli senza un braccio, senza una gamba, a quelli impazziti e a tutti coloro che inorridire è poco, se davvero riesci a pensarci.
Non avrei mai potuto abbracciarla, io, una religione che mi impone di starmi calma e buona, mentre la parte di pianeta che preferisco crepa e schiatta. Non è eticamente sostenibile una cosa così e – no, non preoccupatevi - non ho deciso di iniziare a sostenerla adesso. Anzi.
 
Visto che oggi – tra una cosa e l’altra – sono riuscita a procurarmi giusto un paio di orette per scrivere qualcosa di serio e sensato – e lo so che non se ne può più di certe leggiadrie, ma abbiate pazienza, che qualche volta i blog devono servire pure per sfogarsi e divagare dei cavoli propri, perché un analista vero proprio non me lo posso permettere, accidenti – approfitto finalmente per scrivere quelle cose che c’ho proprio sulla punta del mouse e che non trovavo né il tempo né la voglia di illustrarvi.
Mi tocca, però. Perché chiamare un blog “An-nisa” comporta pure delle responsabilità, vi pare?
E una non ci può linkare sopra quello che le pare, senza poi darne le dovute spiegazioni, posologia e precauzioni d’uso.
Le mie ragioni sono un po’ complicate, però cerco di raccontarvele con una storia: una storia che sicuramente tutti conoscete già e così per me è più facile dire quello che devo dire, senza stare a dilungarmi troppo ché non serve.
C’era una volta in America, non troppi anni fa, una certa setta semisconosciuta chiamata “Lost-Found Nation of Islam” alias NOI. L’aspetto positivo della Nation of Islam consisteva nell’obiettivo che intendeva raggiungere: elevare il livello di vita degli afro-americani. Per raggiungere tale obiettivo la Nation of islam aveva estrapolato dagli insegnamenti islamici un codice di comportamento, una “regola”, alla quale tutti gli adepti avrebbero dovuto inderogabilmente conformarsi, pena l’esclusione dal clan. Tutte queste leggi comportamentali venivano fatte rispettare dal cosiddetto “Frutto dell’lslam”, un vero e proprio esercito paramilitare.
L’esistenza di questo corpo addestrato oggi può sembrarci un assurdo, visto che basta parlare di “concedere” l’utilizzo dell’hijab alle musulmane e già si comincia a gridare alla fobia dello stato nello stato, a due-pesi-due-misure e “questi immigrati – quali? – vengono qua ad imporci le loro regole, ma se ne stessero a casa loro”, senza sapere che, per la maggior parte, a casa nostra stiamo, altro che immigrati! (Ma guardatevi intorno, babbini!).
Per quanto possa sembrarci strano pare che - nonostante l’incitamento all’odio contro i bianchi, il cavallo di battaglia della non-integrazione, della separazione totale dei neri dai bianchi, l’imposizione di “non confondersi con i bianchi”, le ferree regole del “non fare le cose che fanno loro, non usare i loro modi di dire, non frequentarli, non vestirsi come loro si vestono, non mangiare come loro mangiano” – la Nation of islam e il Frutto dell’Islam non vennero mai inquisiti, perché erano organismi strumentali al potere costituito.
Sì, strumentali.
La Nation of Islam non costituiva un pericolo per l’America, anzi. Mantenendo l’ordine interno, questa setta, riusciva ad arginare le eventuali scosse di ribellione – di vera ribellione - che avrebbero potuto autoalimentarsi ed infuocare un’eventuale sommossa civile.
Immaginate che cosa sarebbe potuto accadere se tutti i neri d’America avessero – tutti insieme – preso coscienza di colpo! Ma immaginate che forza, che rabbia, che rivoluzione, che guerra. Che Guerra!
Ecco perché io non sto con lo shaikh.
 
Ecco, io non m’inchino davanti ad uno shaikh.
Perchè una musulmana non dovrebbe inchinarsi davanti agli idoli, mi pare.
E poi io non servo chi – consciamente o no – serve l’America e i suoi sudditi e le sue multinazionali e i suoi oleodotti e arma i miei fratelli l’uno contro l’altro e concede al nemico miriadi di giustificazioni in più per stramazzarci tutti, chi in un modo chi nell’altro, noi, i musulmani.
Preferisco la rivoluzione, quella vera, io.
Al-Qaida è una furbissima invenzione che c’intrappola tutti, ma non lo vedete?
Certi urli che dovrebbero essere di battaglia arginano le nostre potenzialità rivoluzionarie, ci mettono gli uni contro gli altri, ci imprigionano, non ci liberano.
Iniziamo a sostenerli davvero ‘sti ragazzini che combattono al posto nostro, questi mujahidin affamati e disperati che stanno morendo anche per noi, comodamente sistemati nelle nostre sale di preghiera o nelle nostre case a discutere della liceità dell’utilizzo dell’aceto e del caglio.
Non possiamo permetterci di alimentare le fantasie oltraggiose di chi divide il mondo in terroristi e salvatori: siamo noi che dobbiamo spiattellare in faccia al mondo la cruda verità di quello che sta succedendo davvero. Siamo noi che abbiamo il compito di urlare l’ingiustizia del genocidio a cui, da anni, stiamo assistendo. Non possiamo permetterci di farci accecare da miti fasulli che servono solo ad aiutare il nemico a giustificare l’orrore, dipingendo i nostri fratelli come obbrobriosi carnefici dai quali occorre salvarsi con qualsiasi mezzo.
 
La parola è la mia unica arma ed ho deciso di usarla per il bene e per il vero. Di rifuggire la propaganda vana, di allontanarmi dai proselitismi spiccioli. Di distruggere i miti e gli idoli che accecano i mondi islamici contemporanei.
Perché non si può vincere una guerra senza lucidità e consapevolezza.
Perché dobbiamo stare svegli e attenti, per non cadere negli agguati.
Perché dobbiamo essere lungimiranti, per non farci mettere in trappola.
 
La parola è la mia unica arma ed ho deciso di usarla per il bene e per il vero.
Spero in molte e in molti decidano di fare altrettanto.
 
postato da: ksakinah alle ore 10:34 | Link | commenti (29)
categoria:pippa e la rivoluzione