Alla fine di ottobre sono partita per l’Italia credendo di avere l’alloggio in tasca. Era un monolocale di 12 mq, vicino al Porto.
L’avrei voluta nel mio Bronx, sinceramente, ma è già tanto trovarla, una casa. Una casa tutta nostra. OK, una stanza, dai, non andiamocene per il sottile, per favore. Un posto dove stare. Più che abbastanza direi, no?
Non avevo la chiave, non avevo il contratto, non sapevo nemmeno l’indirizzo, non ci ero mai stata, ma credevo di avere una casa. Ero proprio convinta. Ce l’avevo in tasca!
Quando ritorno a Nizza, agli inizi di novembre, non vedo l’ora di trasferirmi. Sono già con valigie e scatoloni dietro alla porta di casa di Ummzakaria e famiglia che mi hanno già sopportata per venti giorni e i nipotini miei non ce la fanno più a dormire in sala, perchè io e Fioremio occupiamo letto, camera e più di mezzo mobile dell’ingresso, mentre Fiore non riesce proprio ad abituarsi all’idea che il gioco preferito dei bimbi delle famiglie grandi possa essere litigare per il gusto di litigare e poi fare la pace. Ma il fratello che ha la chiave non si fa vivo. Passano i giorni. Oggi ha un impegno, domani pure. Improvvisamente parte per un posto non meglio precisato della Francia. Va da suo fratello e poi scompare, non risponde più a telefono (se lo sarà perso!), non si sa dov’è finito, non si sa più nulla e mentre i giorni continuano a passare non posso fare a meno di rimuginare, ma anche di sorridere – sorridere, sì - per come sono fatti gli arabi. Eh sì, gli arabi. Loro ti darebbero il cuore, se lo strapperebbero dal petto e te lo regalerebbero proprio, è così. Ma poi se ne dimenticano, non lo fanno a posta, si dimenticano che esisti. E se ne partono per sempre con la chiave del tuo appartamento, senza dirti chi era il proprietario, a quale indirizzo puoi rivolgerti o che numero chiamare. Niente di niente. Se ne partono e non ti fanno sapere più nulla. Ecco, fanno cose così, gli arabi. Ed è del tutto inutile che tu ti chieda come mai non ci ha pensato a lasciare la chiave nella cassetta della posta, un numero di telefono per le emergenze, l’indirizzo del monolocale, che ne so, il contratto bell’e pronto col mio nome spiaccicato sopra. Qualcosa, insomma. Ma non è colpa sua. E’ il suo – come dire? – “arabismo”, ecco. Una cosa congenita. Una cosa carina, certo, chi dice il contrario, ma anche un po’ così. Fluttuante. Volubile. Inaffidabile.
Passa un altro mese o giù di lì. I bimbi cominciano a sclerare tutti. “E tu non mi guardare! – Lei è cattiva, cattiva... – Mi hai pestato il piede! – A te niente Malabar! – Lui mi picchia!! Picchialo!”. Passano così, i giorni. E intanto si prendono i numeri di telefono delle agenzie spiaccicati sui balconi del Bronx, ci si iscrive ai siti di locazione su internet, si fanno telefonate e sembra davvero difficile trovare casa qua, senza busta paga. Gli affitti sono alti e tutti ti dicono che loro la casa te la danno solo se la tua busta paga è almeno tre volte l’affitto, sennò - poverini – chi gli garantisce che poi paghi? Caparre vertiginose, garanzie improbabili, richieste astrofisiche... Ad un certo punto mi sono chiesta se davvero tutto questo avesse un senso, se non fosse meglio trovare altre soluzioni – e io ce l’avevo altre soluzioni, potevano essercene a bizzeffe di soluzioni, no?
E’ che, quando non hai un punto di riferimento, un marito con cui sentirti a riparo, una famiglia al completo di cui sentirti parte, spesso ti mancano le prospettive. Potresti buttare tutto all’aria in ogni momento, questo potresti, e partire per un’hijrah o per un altro posto qualsiasi.
“Perchè qui? Perchè adesso?” Questo ti chiedi, se sei tu da sola. Tu e dei bimbi a cui dare tutta la sicurezza che a te manca e che non sai dove andare a prendere.
A volte fa bene anche solo credere di averlo, un punto di riferimento. A me, così tremante e incerta su ogni cosa, farebbe proprio un gran bene. La mia vita va avanti a tentoni un po’ come il mio islam e di pari passo. C’è questo però, non so come spiegarlo. So che c’è una soluzione. Che una soluzione c’è sempre, anche quando tu poi ti stufi di cercarla. Che tutto andrà bene. Andrà bene! Che comunque vada, andrà bene. Fai dua’ e certo che tutto andrà bene! Non c’è forza e non c’è potenza al di fuori di colui che tu invochi, quindi – scusa – cosa vuoi che succeda? Andrà tutto bene, sicuro. E se non andrà come tu avresti voluto che andasse, forse andrà meglio, che ne sai tu? Che forza hai, tu?
Poi una sera – Allah è grande! – non si sa come, mi arriva una chiave sotto il naso. Una chiave! Sì, sotto il naso. La chiave dei miei 10 mq di monolocale mansardato al sesto piano senza ascensore, con le mattonelle colorate dappertutto, intervallate da pareti rosa decorate di – ehm... – arabeschi, chiamiamoli così. La mia mansarda, la nostra casa. A 40 minuti in autobus dal Bronx e quel che è più grave dalla scuola, ma con dei vicini meravigliosi e un gatto che gironzola sui tetti e di tanto in tanto salta giù anche da noi, per la gioia del Fioremio e pure mia, così ci ho la rivincita sulla mia mamma che da quando siam partite si è messa il gatto in casa, per far venire ancora più voglia di tornare alla nipote, fa che non aveva abbastanza nostalgia, non sia mai!
Un posto nostro. Un posto dove sistemarsi e restare. Un posto nostro. Un posto quasi su misura, con le mattonelle colorate, intervallate da pareti rosa decorate di arabeschi, ma si può? Proprio un posto nostro, guarda! C’è da ringraziare in 3000 sujud e mettersi a piangere di commozione per un anno intero! Allahu akbar, Allahu akbar, Allahu akbar e 3000 volte Allahu akbar! Ecco!