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giovedì, 19 novembre 2009
gabbianiNel mio Bronx ci sono i gabbiani. E, quando esci la mattina presto, li vedi disegnare nel cielo arabeschi meravigliosi con il loro volo.
Difficile cercare di capire che aspetto ha il disegno della nostra esistenza. A volte sembra meraviglioso, a volte così indeciso, insensato.
Poi, di colpo, in casa risuona l'adhen. E penso a com'è il disegno che mi piacerebbe saper fare.
postato da: ksakinah alle ore 14:44 | Link | commenti (4)
categoria:metafisica, intimerie
martedì, 27 ottobre 2009

“Vedi quel cespuglio pieno di rose? Che rosa sto guardando?". Io ne indicai una, e lui mi confermo': "E' giusto. Come hai fatto a scoprirlo?". Gli risposi: "Ma che ne so? Sarà stato per caso! Perché c'ho fortuna!". E lui: "Questa è la differenza tra voi e i musulmani: noi, quando accade ogni singolo avvenimento, pensiamo: E' stato per volere di Allah. Invece voi parlate della fortuna...".

La ritrovo su kelebek. E’ un’intervista datata pubblicata su un giornalino femminile islamico autoprodotto. Son passati più di otto anni. Leggo questa frase per la prima volta e sento un brivido. Mi ricordo, un brivido. Sono appena partita per la mia prima hijrah (ehm), leggo e non posso fare a meno di riconoscerci quella verità che di giorno in giorno è  maturata dentro di me nei mesi antecedenti.

Oggi non sono più quella. Non provo più gli stessi brividi, non più gli stessi timori. Conosco più cose dell’islam, è vero, ma non le sento più così tanto in profondità, così forti e pregnanti. Che Allah mi perdoni.  Certo, devo dirlo. E non lo dico perchè uso uno slang e perchè mi piace essere considerata parte di una setta che utilzza dei simboli e un linguaggio e dei codici e degli sneakers, ma lo dico perchè ne ho bisogno, perchè quando lo dico parlo con qualcuno, non sto parlando a cavolo e lo sento dentro e mi viene da piangere e lo dico anche in arabo guarda: Astagfirullah! Perchè sì. E’ così che voglio dirlo. Sperando che mi ascolti, Allah, Gloria a Lui, e mi perdoni davvero. Amin.

Strampalata? Eh, sì, forse sì. Ma più strampalati coloro che certi problemi proprio non se li pongono. E tentano di ridicolizzarli, anche.

Non sono più quella.Dicevo. Nonostante tutti gli sforzi, la religione non invade più ogni mio piccolo pensiero, ogni angolo del mio sentire, ogni piega della mia vita e del mio agire. Però so che anche nel guardare la stessa rosa, può esserci la manifestazione empirica di un ordine trascendente sul quale non abbiamo alcun controllo. Questo lo so e basta, fa parte di me, delle mie certezze. Come le cose che vedi, che senti e che tocchi. La palla è rotonda. Non ho dubbi su questo, tu ne hai? Dio esiste e si manifesta.  Hai dubbi tu?

Certe volte penso che dovremmo innalzare un monumento al relativismo culturale. Beninteso, come forma il più possible pacifica di convivenza tra culture diverse (e come antidoto al dilagante imperativo dell'integrazione), perché per il resto, per quanto flessibile sia la forma menits, certi meccanismi restano incomprensibili. Almeno per me: io continuo a pensare che Allah c'entri poco col guardare la stessa rosa (banalmente, come al solito, trovo che sia un'ipotesi non necessaria - Occam torna sempre utile in questi casi).  La dinamica della conversione e dell'esperienza di fede della ragazza è uguale a quella di tanti altri cattolici (qualcuno legga le interviste o lettere alla redazione di Tracce), testimoni di Geova o evangelici del settimo giorno (tutti peraltro abbastanza apocalittici rispetto agli integrati della massa edonistica e secolarizzata) e ha poco da dire agli altri in quanto dominata da una logica tutta autoreferenziale.

Certo che sì, puoi averne. Di dubbi puoi averne quanti ne vuoi, perchè no? Io non contesto i tuoi dubbi. Non siamo tutti uguali e non siamo tutti musulmani. Ci mancherebbe! A me la mia religione, a te la tua, se ce ne hai una e sennò per me fa lo stesso, eh! Tranquillo.

Mi perdo tra i commenti. L’intervista pare aver destato capacità e competenze psicanalitiche nascoste. Eh sì, dai, mettiamola sul lettino degli imputati ‘sta qua, vivisezioniamola, apriamola tutta, vediamo di che colore sono le sue budella, dai. Una musulmana c’avrà le budella verdi, massì.

Il testo è messo in parallelo con alcune lettere pubblicate su Tracce, rivista nazionale di Comunione e Liberazione.

Lo psicanalista di turno rinviene i seguenti tratti caratteristici comuni:

1) un linguaggio da iniziati;

2) un'enfasi notevolissima sull'appartenenza;

3) la tendenza ad attribuire un surplus di significato a fatti ordinari;

4) una forma di accesso alla verità personale e mai verificabile.

Aggiungerei che spesso (ma non così spesso da poter generalizzare) intravedo una qualche forma di disagio psicologico associato all'esperienza di fede.

Nel complesso (...) ciò che balza agli occhi è  un mondo autoreferenziale, un universo emotivo impermeabile ad un'analisi critica dall'esterno.

Ecco, a dirla proprio tutta io sono stata atea, per un sacco di tempo. E poi agnostica, anche. Ed ho frequentato cattolici, atei, buddisti, testimoni di Geova, neocatecumenti, agnostici, musulmani e maestri di raiki. E di disagi psicologici ne ho visti tanti e seri anche, associati ad un’esperienza di fede alcuni, ma per lo più associati ad un’esperienza di tossicodipendenza, alcolismo, autolesionismo e violenza in genere. Associati al tipico nichilismo di famiglia bene, anche. E anche i ragazzi dei centri sociali hanno un linguaggio da iniziati e anche le comitive dei tredicenni e i politici, per non parlare poi degli economisti e dei medici.

Per quanto riguarda l’enfasi sull’appartenenza, poi, non mi pare che nell’intervista si faccia cenno alla fierezza di appartenere a qualcosa. Amina descrive la sua esperienza come un percorso totalmente individuale. Lei non frequenta tendopoli, campi scuola e meeting, ma se ne sta a casa sua a leggere un libro. Stop.

Il fatto è che è difficilissimo considerarci persone normali che hanno fatto una scelta e che magari scrivono cose più o meno noiose in un modo più o meno colorito. Siamo più comodi come fenomeni da baraccone, mostri deformi, anomalie della natura. Piacciamo di più. Al posto di tentare una psicanalisi d’arrembaggio di una soggetta che lui non ha mai visto e con cui non ha mai parlato, il commentatore farebbe meglio a psicanalizzare se stesso e capire da dove nasce tutta questa voglia di esorcizzare la diversità, appiattendola fino a tentare di annullarla. Dovrebbe chiederselo, davvero, il commentatore, perchè l’islam lo turba fino a tal punto. Ma che c’ha ‘sta religione qua che spaventa a tal punto? Me lo dite, per favore, che c’ha?

Non c'è una virgola nelle risposte della ragazza che testimoni anche vagamante l'esigenza (mi si perdoni la vaghezza dell'espressione) di essere una persona migliore, cioè più buona, più giusta, più comprensiva verso gli altri.
Eh, i misteri dell'islam, vero?

P.s. Mi perdoni, il sig. Val, per essemela presa con lui. Non sapevo con chi prendermela, gli altri commenti sul tema erano troppo privi di contenuto per farci su un post.

postato da: ksakinah alle ore 11:34 | Link | commenti (2)
categoria:metafisica
lunedì, 24 agosto 2009

cascata chateauE`iniziato alla grande il nostro ramadan quest`anno, con una meravigliosa sfacchinata lassù, sul parc du Chateau, il parco più vicino a casa - ehm, si fa per dire "vicino"- tanto che il giorno dopo non ci siamo mosse di casa e sembrava un`impresa anche andare a telefonare al taxi phone appena sotto. L`acqua dell`iftar di sabato sera è stata la cosa più buona che abbia mai bevuto!
Insomma sì, siamo arrivate. E abbiamo già piantato le tende, anche.
Finalmente libera di rotolarmi per la strada con un jilbeb improvvisato, contenta e impacciata come mai, incredula di scoprire che l`islam delle nuvole non sta più lassù, lontano, ideale, sognato e irraggiungibile, ma sta qui, dentro la mia vita vera, qui sulla terra, sulla terra ferma, nonostante tutto e tutti e nonostante me. Mashallah! Davvero molto "karim", questo ramadan!

Foto presa da qui.

postato da: ksakinah alle ore 23:31 | Link | commenti (2)
categoria:metafisica, intimerie, pippa e la rivoluzione, nizza a colori
mercoledì, 08 aprile 2009

Quando la terra sarà agitata da una scossa
E le montagne sbriciolate
Saranno polvere dispersa…
 (LVI, 4-6)

Anche qui, nella fortezza sul mare che sembra montagna ma non lo è, da domenica c’è gente che dorme in macchina o non dorme affatto.
Ansia, panico, nevrosi collettiva.
Gente che esce in strada ad ogni piccolo rumore della notte. Genitori che hanno perso la figlia ostetrica o il figlio studente. Funerali.
E anche qui, per le strade, come alla tele e sul web presumo, ci si perde a chiedersi “Ma perché?”.
Eppure, a ben guardare, non c’è segno più esplicito e più forte della terra che ti trema sotto i piedi, mentre tu, infimo e impotente, cerchi riparo, ma da cosa?
Non c’è segno più chiaro e convincente di un’eventuale morte imminente che sai che può avvenire in ogni istante, ma non si può prevedere, che è d’altro canto la condizione in cui normalmente si vive e di cui ci ricordiamo soltanto con l’epicentro di un sisma a 3, 10, 50, 80 kilometri di distanza.
E se stanotte a crollare dovesse essere la mia città? E se improvvisamente tutto finisse? La mia casa, la mia gente, la mia vita?
L’angoscia di poter essere improvvisamente derubato di tutto quello che credi “tuo” e che invece non ti appartiene e su cui non hai alcun diritto. Non è tua la casa, non è tuo il figlio, non è tua la città, non è tuo il conto in banca, non è tua la tua stessa vita.
E’ così ovvio.
Nasciamo nella consapevolezza, eppure cresciamo e perdiamo il senno e ci attacchiamo agli affetti terreni, alla casa, al benessere, al lavoro, al look, alle relazioni e a tutte quelle cose che ogni giorno ci sembrano il centro della nostra esistenza, la cosa più importante della vita, l’elemento senza il quale la quotidianità non avrebbe alcun senso. E poi, una notte, il letto trema e ci svegliamo  come se fossero venuti gli angeli a tirarci giù e in quel piccolissimo lasso di tempo in cui gli occhi si aprono, ci si alza e ci si  rende conto di che cosa sta succedendo, capiamo solo che non ce l’avremmo fatta a salvarci, né a salvare nessuno, se Qualcuno avesse voluto decretare la nostra fine. Subhanawatahala.
Detto questo, comunico che mi trovo appunto a circa 80 km dall’epicentro del sisma e che, sebbene il letto ogni tanto tremi, pericoli concreti per il momento non dovrebbero essercene, a meno che non arrivi il Decreto. E quello potrebbe arrivare comunque, che ne sai?
E ovviamente vi ringrazio tutte per le telefonate, i messaggi, le e-mail e per le meravigliose dimostrazioni di affetto e sorellanza. Forse non ho ancora risposto a tutte, ma oltre ad essere senza internet, in questo momento sono anche senza credito e inshallah mi faccio viva appena posso con chi ancora non mi sono fatta viva, ok?
Comunque, senza farmene un merito, non ho un carattere particolarmente incline a farsi dominare dall’ansia di un’eventuale morte imminente e ho scoperto di avere – alhamdulillah - un ottimo rapporto con la terra che trema, che considero più un ammonimento, il ricordo di una condizione di fragilità di cui “dobbiamo” avere coscienza sempre, il segno meraviglioso e terribile che tutto ciò che ci è stato dato non ci appartiene e può esserci tolto da un momento all’altro. Ed è inutile che sbraiti, ti metti l’ansia, non dormi la notte e ti angosci. Mettiti in sujud, piuttosto, e dì: Lah ilah illahLlah, Mohammed rasulullah.
Questa è una cosa che fa piangere da matti: la nostra piccolezza, di fronte alla Sua meravigliosa grandezza e il fatto che è davvero inutile pensare di scappare, fuggire e mettersi in salvo dal Suo decreto.
Questa sì, è una paura sana, che fa piangere di spavento, ma anche di commozione no?
Ed è sempre un’ottima cosa aver occasione di piangere per questi motivi qua!

E invece l’atmosfera è demenziale. Tanto che ieri uno, quattro o dieci idioti sono riusciti a terrorizzare tutto il teramano, lanciando un allarme senza precedenti su un’imminente scossa con epicentro Giulianova e limitrofi, mettendo in allarme uffici, ospedali e ricoveri. Il tam tam di follia collettiva si è espanso in men che non si dica e ingigantito di telefonata in telefonata, fino ad arrivare al mio telefono, in quel di Pescara, lasciandomi inebetita, più che preoccupata, e presa più a meditare sulle debolezze psicologiche dell’uomo, che su una scientifica imminente catastrofe.
Di fronte alla malattia, di fronte alla possibilità di morire tra dieci minuti, di fronte alla povertà, all’indigenza, di fronte alle grandi prove della vita, il mondo di colpo si rovescia e chi fino a poco tempo prima ti era sembrato forte, ricco e potente si mette a piangere di paura come un bambino indifeso, purtroppo, a volte, senza capire perché e senza che questo gli serva a molto.
Az-Zalzalah, che Allah ne faccia un segno per tutti coloro che Lo cercano.

postato da: ksakinah alle ore 21:53 | Link | commenti (6)
categoria:metafisica, intimerie
venerdì, 31 ottobre 2008

Rileggo un attimo una mail ricevuta qualche settimana fa e mi rendo conto che in realtà mi sono messa a parlare di altro al posto di rispondere... boh! Sto un po' confusa?
Diceva: Diciamo così, Dio è verità e Satana è illusione; quindi l'autenticità e la sincerità, ovunque portino, stanno con Dio e non con Satana. Quadra la mia giustificazione teologica del tuo blog?
E a me pare decisamente troppo “sufismo moderno”, per essere un interpretazione di arabeschi e mi dà da pensare. Davvero si capisce questo? Io la metto così. Qua sembriamo semplicemente tanti automi che aderiscono ad un codice prestabilito senza mai interrogarsi su nulla e invece non siamo per niente così, visti da vicino. Si ha un'enorme paura di dare dell'islam un'idea sbagliata all'esterno e quindi per questo ci si astiene dal manifestare se stessi e la propria peculiarità, come se un vero musulmano non dovesse più avere un'individualità. Eppure l'islam non è semplicemente ciò a cui aderiamo, un codice, una regola, un clichè, ma la nostra vita tutta intera, un cadere e rialzarsi senza fine, uno stare costantemente in bilico, chi più chi meno. Se si nega questo, si nega il senso profondo dell'islam che è la religione che concepisce l'idea che un ribelle pentito come Adamo possa essere un profeta e uno dei più importanti. Quindi non può caratterizzarci l'essere perfetti - o peggio robotici - che è solo utopia, e pure un’utopia malconcia, ma avere una direzione e tenersela a mente. Camminare e non sostare.
L’autenticità e la sincerità sono certo ottime cose, ma a me sembra che la cosa più importante sia il dilemma quotidiano che abbiamo dentro, non il regolarsi né l’esprimersi, ma la lotta tra il regolarsi e l’esprimersi. Insomma, per farla breve, essere ossessivamente ponderati, fermi e controllati, mi pare una cosa da frustrati che mal si addice al musulmano, ma essere autentici e sinceri e anche fieri della propria incapacità di autoregolarsi mi pare una roba più da hippies. Che islam è?

postato da: ksakinah alle ore 16:07 | Link | commenti (2)
categoria:metafisica
venerdì, 31 ottobre 2008

Questo blog è spudoratamente inattivo. Di cose da scrivere forse ne avrei, ma occorrerebbe riorganizzarle e credo non sia il momento. La notte non mi alzo più ispirata dalla voglia di scrivere post, ma angosciata dalle prescrizioni da verbalizzare in cantiere. Quindi, al posto di scrivere post, scrivo bozze di verbali, di certo molto meno ispirati ma molto più rassicuranti in questo momento.
Tuttavia continuo a rimanere inebetita dalla questione che a me pare porsi come sufi-contro-wahabiti, argomento che ho sempre ritenuto un problema puramente politico, montato alla perfezione dall'interno per fare solo interessi esterni all'islam.
In particolare segnalo la questione sollevata dal Minichini sul blog di Fatma e una possibile scientifica risposta, nel penultimo post del blog Fussilat.

postato da: ksakinah alle ore 11:43 | Link | commenti (2)
categoria:metafisica
mercoledì, 01 ottobre 2008

E invece no. E che ti scopro ieri sera? Che ce li ho io, qui nella tasca, i riferimenti filologici che andavo cercando e che non mi sto inventando niente, perchè esiste un islam dolce e puro, anche nella "letteratura di settore". Una scintilla, e di colpo mi ricordo. E così mi sono andata a ripescare una delle letture preferite di ramadan e, toh, c'è tutto, almeno tutto quello che per il momento può interessare me e che, guardacaso, si accorda perfettamente al mio modo di sentire. Argomento in pole position nel mio hard disk, scaricato anni fa dal sito Islamiqra.

postato da: ksakinah alle ore 10:15 | Link | commenti (10)
categoria:metafisica, intimerie
giovedì, 25 settembre 2008

- Mamma guarda che io voglio essere musulmana, ho deciso. E vabbe' forse mi perderò il prosciutto ed altre cose, ma anche i cristiani senza l'islam si perdono qualcosa...

E' bastato che qualcosa cambiasse nella mia vita, che arrivasse un uragano e il sole ricominciasse a brillare, che qualcuno le parlasse dell'islam dolcemente e che lei sentisse il calore dell'islam come qualcosa che unisce le persone e riempie l'anima di sakinah e non solo come quella regola dura che non fa che "impedirti di essere come tutti gli altri". Oppure è bastato che qualcosa, Qualcuno, le aprisse il cuore. Il cuore... Perchè sì.
E mi rendo conto - certo che lo vedo! - di invitarla in un mondo difficile e traballante, duro e complicato, in certi contesti più che altrove. Ma anche non posso fare a meno di ammettere di iniziarla ad una consapevolezza più intensa, più vera e più luminosa. Di stimolarla a vivere, a "vedere" e ad immergersi in un "sistema" talmente incomprensibile nella sua perfezione in cui non serve strapparsi tutti i capelli, sbattere i piedi per terra ad oltranza e dare testate sui muri per obbligare la gente a fare ciò che noi riteniamo necessario per loro. Un sistema in cui le cose non vanno mai come noi abbiamo deciso che vadano, ma, alhamdulillah, a volte infinitamente meglio di quanto abbiamo mai osato, anche solo lontanamente, immaginare.
Quanti takbir saranno necessari per tradurre in parole tutta la felicità - e la gratitudine - che provo?

*(fatemi il plurale di questa parola, per favore, io non sono capace!)

postato da: ksakinah alle ore 10:26 | Link | commenti (11)
categoria:metafisica, intimerie
lunedì, 18 agosto 2008

4275_s0001085L’essere religiosi, per i più, consisterebbe nel credere in ciò che sta scritto su un libro o su una serie di libri o credere in ciò che si tramanda. Niente di più dogmatico, assurdo e irrazionale, se ci pensiamo. E niente di più caotico, anche. Perché credere nella Bibbia e non nei Veda, perché scegliere Epicuro e non Plotino?

Di libri escatologici ne esistono a bizzeffe, anche quelli che apparentemente non parlano di metafisica celano un preciso sistema filosofico al loro interno. Tutta la letteratura antica e moderna è piena di religiosità o di anti-religiosità che è comunque un modo di esprimere un sistema.

 In realtà, l’essere religiosi è cercare, cercare e cercare. E non solo sui libri.

Tempo fa Thekra mi chiese di scrivere qualcosa su come e perché mi sono avvicinata all’islam, su che cosa mi ha convinta e su come è stato il mio approccio iniziale.

Probabilmente dovrei iniziare da Eraclito, incastrarmi con Richard Bach e fermarmi a Nietzsche. Dentro ci sarebbero l’adolescenza, le comitive, i primi amorini e il guardarsi attorno e il guardarsi dentro e già vedere che c’è qualcosa che non funziona, che le scale di valori proposte non convincono, che bisogna camminare da soli e parecchio pure.

Nel giro di un anno misi in discussione tutto il sistema filosofico cattolico e l’apparato sociale da esso prodotto. Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali. E qui mi fermai.

Dopo aver fatto tabula rasa, potevo iniziare la mia personale ricerca senza intralci.

L’esperimento inizia così, quasi come una sfida, una scommessa, un teorema da dimostrare.

Ipotesi n. 1: nel caso in cui esista un dio la vita deve avere un senso, un suo ordine nascosto, una sua legge.

Ipotesi n. 2: Nel caso in cui esista una legge, essa deve essere rintracciabile nelle conseguenze dell’agire umano, nella relazione che esiste tra l’agire e gli effetti che esso produce all’esterno e nelle ripercussioni che dall’esterno ritornano alla fonte.

A 16 anni ero atea, perché non potevo credere in un dio fino a quando non lo avessi visto in azione compormi sotto il naso, pezzo dopo pezzo, un mondo sensato, convincente e funzionante.

Intanto io guardavo, mi buttavo a capofitto, prendevo appunti e il disegno lentamente prendeva forma, ma con dei buchi che parevano voragini e avevo quasi le vertigini. Però continuavo a buttarmi a capofitto.

Sbattendo i denti sulle cose della vita e guardando anche altri sbatterli un po’ in giro avevo iniziato a vedere come, oltre ad un rapporto di azione e reazione (contrappasso), gli eventi della vita sono anche retti da un rapporto di effetto-causa, come se tutto ciò che ci capita in realtà non ci capita proprio per niente, ma sta là ad aspettare esattamente noi e a sfidarci.

Questa constatazione implica un’altra scoperta e cioè che alcune manifestazioni empiriche seguono leggi che non hanno nessuna relazione con le leggi fisiche e che quindi esiste un livello superiore a quello fisico che, a volte, ne determina l’andamento.

Nello stesso tempo l’esperienza insegna che, anche quando crediamo di essere spiritualmente liberi e autonomi, non lo siamo veramente, perché siamo prigionieri del nostro “volere”. A volte l’esigenza di soddisfare i desideri ci porta a compiere azioni insensate e quanto più forte è il desiderio, tanto più per soddisfarlo siamo disposti a cedere a compromessi e a fare cose che non avremmo mai pensato di poter fare.

Ovviamente, attraverso il nostro volere, anche noi stessi soggiacciamo a una qualche legge superiore che ci guida. Non siamo per niente liberi e consapevoli, come atei, agnostici e materialisti suppongono. Siamo solo burattini in balìa di forze sconosciute. Crediamo di essere artefici della nostra esistenza e in realtà ci siamo impigliati dentro.

Credo che Michelangelo abbia espresso meglio di chiunque altro la condizione di schiavitù nella quale ci troviamo prostrati e il bisogno fortissimo di elevarsi da questo stato di assoluta cecità.

Per risolvere questo problema, per vivere consapevolmente  e liberarci, occorre educare la propria mente e il proprio corpo.

Le religioni non avrebbero alcuna ragione di esistere se non suggerissero una via da percorrere, un modo per autoeducarsi al bene, una maniera di migliorare se stessi per fare in modo che, attraverso l'acquisizione di un punto di vista più ampio, una parte dell’invisibile ci diventi visibile e ci dia una direzione, facendoci scoprire che , in verità, il mondo è sorretto da leggi che funzionano.

Perfino il buddismo che non contempla la necessità di una prospettiva escatologica, suggerisce una via – una pratica – per ritrovare il proprio centro e non farsi ammaliare da desideri vani che servono solo a distrarci e a rimbambirci.

 

Quando è arrivato il Corano, il mio puzzle aveva già iniziato a formare un disegno con il quale il testo coranico si accordava alla perfezione.

E non solo.

Avendo avuto modo di studiare varie religioni e pratiche iniziatiche, ho avvertito subito l’attenzione che la via islamica pone al “restare con i piedi per terra”, raccomandando seri accorgimenti per non volarsene via, per non vaneggiare come i mistici, per non oltrepassare la soglia oltre la quale c’è solo il delirio.

Non ho scelto l’islam tra mille religioni possibili, ma l’ho semplicemente “riconosciuto”. Ciò che avevo cercato tra le pieghe della vita, il senso dell’esistenza, era qui, era l’islam. Non si trattava semplicemente di credere in un libro, ma di credere nella vita stessa, nell’archetipo celeste che si disvela attraverso ciò che succede, a ben guardare mai per caso.

Ciò che è arrivato a convincermi in profondità è soprattutto questa peculiarità di anteporre la consapevolezza alla fede. Non mi sarei mai definita musulmana, se non avessi capito che l’islam è una via di consapevolezza, prima che di fede.

 

Accertata la corrispondenza tra le leggi craniche e le leggi naturali e spirituali che governano il mondo, si trattava di mettere in pratica la via suggerita, per verificarne la validità.

Il nuovo esperimento ebbe inizio fin da subito e funzionava più o meno così:

Dati:

  1. Dio esiste e il cosmo è una manifestazione delle sue leggi;
  2. Il Corano è un libro rivelato che suggerisce una via da seguire per staccarsi con dolcezza dalle cose materiali e acquisire una volontà libera e consapevole.

Modalità di verifica sul campo:

  1. Fare esattamente tutto ciò che viene consigliato dal Corano e dalla Sunna;
  2. Momentanea sospensione del giudizio (mettere il cervello sott’aceto, come s’è detto).

E questo fu, propriamente, “convertirsi”: un’autoriprogrammazione, ovviamente necessaria per le finalità che mi prefiggevo.

Per quale assurdo motivo un musulmano dovrebbe praticare così tanto? Perché cinque preghiere e non una al giorno o una alla settimana, perché l’hijab, perché la sunna, entrare in bagno con il piede destro, perché?

Ma non è una follia? Tutto questo non cela una segreta volontà di scimunirsi? Non è forse un ottimo modo di alienarsi e non vivere più?

Certo lo è, se tutte queste cose vengono fatte perdendone il senso profondo, che è quello di modificare il proprio pensiero infondendoci dentro l’idea dell’Unico, un’idea di Purezza, Misericordia e Totalità.

Lo è se dentro il nostro pensiero cerchiamo di infilarci l’odio per i kuffar e la rabbia per non poter praticare al meglio, a causa dell’ignoranza e dell’intolleranza di chi ci circonda. Lo è se, pregando, ci permettiamo di maledire chi non fa questo e quello. “Siano maledette quelle che si tolgono le sopracciglia e quelle che se le fanno togliere”. E noi, a pappagallo, senza capire niente del senso profondo dell’hadith, “che siano maledette, certo”.

Non lo è, nel caso in cui si consideri l’islam un cammino iniziatico  e cioè un cammino spirituale preparatorio non solo all’aldilà, ma anche e soprattutto all’aldiqua, un allenamento che ci permette di gestire il tempo che ci resta lavorando sulla nostra anima in modo che ci si allontani nel modo più dolce e delicato possibile dalle cose materiali, imparando pian piano ad assumere un rigore spirituale che ci serve per affrontare con criterio i fantasmi contro i quali, senza accorgercene, combattiamo ogni giorno.

 

Le considerazioni conclusive dell’esperimento si riassumono più o meno così:

-         La pratica che si chiude alla vita e alla molteplicità dell’esperienza sensibile, proprio come il misticismo, porta all’alienzazione, a volte anche al delirio, e allontana dall’islam.

-         Affrontare e sciogliere i nodi fondamentali della propria vita, assumersi le proprie responsabilità e accettare il ruolo che ci è stato dato nel contesto in cui ci troviamo è propedeutico alla pratica.

-         Rifiutarsi di assolvere ai propri doveri sociali, familiari e spirituali e fuggire via in un luogo in cui è più facile applicare le regole annulla gli eventuali benefici derivanti dalla possibilità di esercitare una pratica migliore.

La via islamica, dal mio punto di vista, non può essere semplicemente cercare e trovare un’ampolla in cui praticare a occhi chiusi senza più scocciature, ma affrontare la vita quotidiana, ponendo attenzione prima di tutto alla risoluzione delle sfide che, non a caso, ci sbarrano la strada. La pratica va inserita all’interno dell’esistenza che ci è stata assegnata nella misura in cui ci aiuta qui e ora a migliorare il nostro rapporto col mondo, è da scansare nel caso in cui concorre a peggiorarlo e a peggiorarci.
Non lo dico perché non ho abbastanza fede per credere che tutto l’apparato che ci è stato fornito sia ineccepibile. Lo dico perché le istruzioni che ci sono state fornite prevedono anche l’utilizzo delle capacità critico-setlettive insite nel nostro intelletto. Alhamdulillah.

Se l’islam fosse solo avere fede e abbandonarsi, succeda quel che succede, io no, non potrei essere musulmana.

 

Alcune delle mie considerazione possono essere completamente sbagliate o incomplete, altre saranno confuse o tendenziose, ma mi pare islamicamente auspicabile rimettersi in discussione ogni giorno, perché non ci troviamo in un punto di arrivo, ma solo all’inizio di un cammino sensato.

postato da: ksakinah alle ore 21:37 | Link | commenti (75)
categoria:metafisica
martedì, 12 agosto 2008

grande moscheaRonchamps - esternoronchamps- intgoetheanumchiesa sull

Circa un mese fa, con un collega, mi sono ritrovata a visitare una chiesa neocatecumenale in costruzione. Impianto paleocristiano, filologicamente ineccepibile, sala ottagonale, campanile molto simile ad un minareto e cupola ottagonale in rame verniciato in oro, patio coperto in plexiglass, sale, celle e ludoteche tutt'attorno, matroneo nella parte superiore della chiesa non ancora accessibile e che, forse, diventerà definitivamente magazzino. Una struttura davvero molto grande, con dentro la casa del parroco ed eventuali abitazioni per volontari. Grandioso. Superfici lisce e bianche, vetro lucido a specchio, dall'esterno scorci panoramici e suggestivi, anche.
Tornando in macchina il collega mi fa: ti piace?
- Non so, credo di sì, è una cosa così "grande", e poi è una chiesa neocatecumenale...

Ci sono delle regole, pensavo, non è che progetti come ti pare, ti dicono dev'essere così e colì... Bisogna fare ricerche, mettersi a studiare com'erano le chiese dei primi secoli, analizzare, capire, vedere, cercare... Sì, è bella, mi piace credo, ma...

- Secondo me è fredda, sentenzia il collega. Inutile tergiversare, ha ragione lui.
Mi dice che l'architetto che l'ha progettata è uno che si occupa proprio di queste cose, uno che ne progetta a bizzeffe di chiese neocatecumenali, uno che ha studiato assai, uno che ha fatto ricerche, verifiche, approfondimenti, non un pinco pallino che improvvisa e che, sì, questo è esattamente ciò che la comunità richiede.
Questo genere di chiesa, va benissimo.
La comunità neocatecumenale vuole cose così.
Penso a Michelucci, alla chiesa sull'autostrada, a Le Corbusier che era ateo e pure antipatico da morire e a quando ho messo piede a Ronchamps e che a confronto perfino il Goetheanum da cui provenivo mi sembrava poco spirituale, quasi parlasse una lingua troppo cervellotica, rispetto a quella che ci parla dentro l'anima.
A me pare che l'islam di cui sento parlare da quando ho conosciuto l'islam stia diventando troppo come quella chiesa, una struttura con un impianto anacronistico, realizzata con materiali nuovi e che può suggerire, dall'esterno, qualche suggestione generica, ma che, di fatto, comunica ordine, regola, filologia, freddezza e, per niente, spiritualità.
Io non posso viverci dentro una moschea che fa a gara con il cupolone a chi arriva più su e non penso che le moschee di oggi debbano ripetere le forme antiche del Medio Oriente, ripeterne i fasti in certi ghirigori o merletti, imitarne l'impianto, la cupola, il minareto o il patio.
La moschea in cui abito è espressionista, organica e perfino decostruttivista. Potrebbe essere il legno e vetro, ma pure in ondulino o di terra, potrebbe avere decorazioni astratte, neodadaiste o informali.
Sottende un impianto antico, ma non lo manifesta. Ha forme contemporanee, fatte di curve e spigoli che si armonizzano in plurifonia, non in armonia.
Insomma, con niqab o no, vivo qui e ora, non so se mi spiego.

*Foto: da sin a dex - Grande moschea di Roma (Portoghesi), Chiesa di Ronchamps, interno e esterno (Le Corbusier), Goetheanum (Steiner), Chiesa sull'autostrada (Michelucci).

venerdì, 08 agosto 2008

Nadia è una giovane marocchina, alla ricerca di una religiosità più pura e più vera di quel mix di moda e tradizione che fa dell'islam un'etichetta come un'altra, senza importanza. La capisco perfettamente, Nadia, e so di cosa parla. L'islam è un insieme unico, si dice tra di noi, o prendi tutto il pacchetto, oppure non hai assolutamente nulla.
Ragionamento impeccabile.
Può succedere però di dover scegliere tra l'islam che si vede e l'islam che non si vede. Per le neofite è normale dover fare questa scelta necessaria. Se sei fortunata ti sposi un arabo e anche se la tua famiglia ti sbatte la porta in faccia appena ti vede col velo in testa poi se ne fa una ragione quando nasce il primo batuffolino e non ce la fanno a resistere e ti si filano pure col velo e pazienza. Indossare il velo e vivere in casa con un marito musulmano significa anche essere liberi di praticare davvero: pregare in orario, studiare i tomi, mandarci tuo marito al bar a comprare il gelato, non dare la mano agli uomini ( enemmeno al notaio quando concludi un atto) perchè porti il velo e la gente ti capisce quando dici, "uè sono musulmana e la mano non te la do, arrangiati". Ti chiudi nel tuo bel mondicello e, sì, lo so che si sta bene, laggiù. Me lo immagino.
Ad altre però va un po' peggio. Come sapete, ci ho provato anch'io, ma poi, dopo anni che tutto era andato male, tra l'islam che si vede e quello che non si vede ho scelto quello che non si vede, perchè per me era più importante. Non li potevo avere entrambi, io.
Scappare - di nuovo - di casa, portandomi dietro mia figlia, dentro un mondo di cui non mi fidavo più e (forse) riuscire a praticare come si deve e a fare tutto ciò che ritenevo necessario?
Continuare a sperare di andarmene prima o poi e intanto vivere come una zombie, odiando tutto e tutti, perchè non potevo avere l'islam che dicevo io?
Oppure accettare la strada che Allah - SWT - aveva scelto per me e andare avanti ringraziandoLo in ogni momento per tutto quello che di bello e di brutto ho avuto e avrò dalla vita.
Alla fine, dopo averci pensato e sofferto per anni, ho scelto l'ultima opzione.
Ed ora sono in pace. Con me, con Dio e col mondo.
Certo, potevo scegliere questa via sin da subito. Ma preferisco le escursioni alle scorciatoie.
Condannatemi pure, qua e ora. Io non potevo giocarmi l'anima per la forma. E Allah ne sa di più.

L'obiezione che probabilmente viene da fare è: ma il tuo è un caso particolare, non puoi diffondere questo islam-fai-da-te sul tuo blog.
Un musulmano "vero" non va dicendo in giro che l'islam che non si vede è meglio! Non si può. E' haram.
Già!
Ma non è haram se sai che, in realtà, l'islam-fai-da-te è quello che si perde nella forma e dimentica la sostanza, quello che a botte di hadith è capace di fare e farti fare cose aberranti, quello che è un tunnel in cui il tuo pensiero non può più pensare, quello che è tutto haram e devi stare attento pure a come ridi, a come parli, a come cammini e a come appoggi la mano per terra. Lo sapete, no, che ci sono hadith che ti dicono pure come devi mettere la mano a terra quando ti siedi?
Credo di essere stata molto vicina all'alienazione e alla paranoia, in questi anni. Ho preferito essere una disadattata pur di non fare cose che ritenevo haram, anzi che SONO haram a tutti gli effetti, perchè così è scritto.
Ma che islam è un islam che ti costringe a diventare paranoico e disadattato, che valore ha, a che cosa porta veramente?

Io credo che dobbiamo essere "sani", prima di tutto. Il tuo islam non vale più niente, se nel frattempo sei impazzito e te ne sei andato sulla luna. Si condanna tanto il sufismo per questo, ma la pratica ossessiva fa lo stesso effetto della preghiera estatica, solo più devastante, perchè rovina anche gli altri, oltre che te stesso.
Il mondo soprasensibile non è un mondo popolato da esserini che sghignazzano e t'inseguono, mentre tu scappi, ma è un mondo fatto di forze che ci stanno dentro e ci stanno a fianco: la paura, la cieca passione religiosa, il vortice dei pensieri circolari sono demoni che possono portare le persone al delirio, facendo credere loro che, sì, l'islam è questo.
Ma no, non lo è.

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giovedì, 31 luglio 2008
vangogh_selfportrait1889
L’aperitivo filosofico di ieri era sul tema dell’alterità. Chi è “l’altro”? quand’è che sentiamo qualcuno “altro” da noi? dove finisce il sé e dove inizia l’altro da sé?
Si è parlato, soprattutto, dell’accumulare dentro ricchezze culturali e più sei ricco, culturalmente dico, tanto più diminuisce l’elenco di quelli che sono “altro da te”, di quelli che ritieni lontani, diversi, distanti.
E più sei ricco e più nascono le empatie, le affinità, un sentire comune che parte dal di dentro e va al di là della superficie.
Un associarsi agli altri non per questioni di lignaggio, di simboli o di appartenenze spicciole, in posizioni interscambiabili che non violentano la porzione di te che non si riconosce nelle parti degli altri che non combaciano con le tue.
Sinceramente non ci ho pensato per niente, ieri, che io potrei rappresentare per tutti loro un’alterità, una grossissima alterità, la Khadi di an-nisa: una pazza scatenata filo-terrorista che vuole per forza mettersi nei panni di un’afgana e viverci dentro ad oltranza, cascasse il mondo.
Probabilmente è una questione di ruoli, di appartenenze che, nonostante le diversità intraprese, permangono comunque. Non posso svegliarmi una mattina e rappresentare l’altro per la mia amica del liceo, per la mia amica dell’amica, per la mia ex-coinquilina dell’università, per il collega di Roseto, per il mio potenziale medico, per il mio vicino di casa, per la figlia dell’amico d’infanzia di mio padre. Per loro sono innanzi tutto quella che ero, poi sì, sono anche musulmana, ma questo è solo un dettaglio. In fondo parliamo la stessa lingua, che non è solo lo stesso dialetto, abbiamo radici – sradicate – in comune.
A loro non verrebbe mai in mente di chiedermi cosa ne penso - che so - della lapidazione. Per loro non sono tenuta a pensarne qualcosa, perché dovrei? Mica sono fatti miei!
Probabilmente se indossassi l’hijab sarebbe diverso. Forse, in questo caso, la distanza sarebbe una questione di aspetto, di gusto estetico, di superficie e quindi diverrebbe tangibile, qualcosa di denso, da cui non puoi esimerti. Certo, com’è scritto: “Sarei riconosciuta” e forse, anche, “mi riconoscerei” in un ruolo stabilito e non potrei scordare di essere o rappresentare “l’altro” per chi però non sarebbe poi così tanto “altro” da me…
_____________________
Tuttavia bionde, brune, rosse e verdi, bianche, nere e a puà, con hijab, burqa o crema alla citronella spalmata addosso, non credo esista donna al mondo che non rivedrebbe se stessa leggendosi 'sto post e che poi non se la riderebbe a squarciagola, per un mese di fila o giù di lì.
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martedì, 08 luglio 2008
[...]
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venerdì, 04 luglio 2008

- E dimmi, come va con Giovanni? Vi ho visti insieme l'altra sera...

- Ma niente... Veramente non avrei nemmeno voglia di uscirci, ma devo dimenticarmi di Andrea e non so come fare. E poi, sai che ti dico, bisogna farli soffrire gli uomini, come fanno loro con noi. Sto diventando cinica, però vedo che funziona: meno li consideri e più ti stanno dietro.

...

- Ti ho beccata sul messanger ieri, ma poi, mi sono distratta un attimo e già non c'eri più...

- Ma no, è per Andrea. Se mi vede che sono sempre lì disponibile, se lo chiamo, ci becchiamo in chat, se ci parlo non va bene, non va per niente bene. Lui deve sapere di avermi persa. Gli uomini si rendono conto di amarti o di averti amata solo quando si accorgono di averti persa. Per questo mi faccio vedere sempre in giro con altri, faccio la sostenuta e, quando ci incontriamo, non gli do mai troppa confidenza.

- E dici che funziona?

-Sì, sono sicura di sì. Sta già inziando a rosicare! Sai l'altro giorno...

...

 

Più o meno così, tutti i venerdì sera e i sabato mattina per circa o un mese o giù di lì. E insieme al corso di certificazione energetica mi sono sorbita pure quello sulle teorie d'amore. La ragazza del treno parlava ad alta voce e gesticolava con le sue tre amiche e mi ricordava quand'eravamo tipo in dieci a fare più o meno gli stessi discorsi, a teorizzare sugli uomini - vabbé, sui ragazzini, dai -, a tentare folli esperimenti per trovare un ineccepibile metodo di conquista e non eravamo mai contente. E pure noi, in dieci o giù di lì, arrivammo più o meno alle stesse conclusioni della tipa del treno, senza renderci conto, in fondo, di essere state piantate in asso dal nostro stesso rigore logico-matematico, perchè, se è vero che gli uomini imparano ad amarti solo quando ti hanno persa, o quando sanno che non ti darai mai completamente, o quando tu non sei o non sei più innamorata, allora semplicemente non potrà esistere nessun amore mai.  Nessun amore corrisposto, almeno.

E poi un giorno ti svegli e scopri di avere una teoria d'amore tutta tua e nuova, che però funziona solo a lungo termine, se ce l'hai la pazienza e la voglia di aspettare, e che ha più o meno l'aspetto di  un'equazione a più variabili, che va dal quarto grado in su.

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mercoledì, 02 luglio 2008

Kandinsky-PaesaggioconPioggiaNon ho voglia di parlare di cose noiose e pesanti. Scapperei lontano anni luce da questo blog, stasera, ma tanto prima o poi mi toccherebbe tornarci e non ritroverei più il filo del discorso, se non mi do subito da fare a riordinare un po’ di concetti sparsi qua e là e, negli anni, probabilmente mai chiariti.
Sarò noiosa, ma solo per un po’. Poi torno normale, forse.

Quindi, dicevamo…

Sia da parte islamica che da parte cattolica un altro concetto filosofico fortemente avversato è quello di “relativismo”. Per papa RatzingerAvere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare "qua e là da qualsiasi vento di dottrina", appare come l'unico atteggiamento all'altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie". Secondo Magdi Cristiano Allam,  l’italiano medio, endemicamente relativista, applicherebbe nei confronti degli stranieri un esercizio di tolleranza buonista che non ha nessuna possibilità di essere ricambiato, perché, dall’altra parte, esisterebbe invece un muro invalicabile.

E, per una volta, non possiamo contraddire il nostro buon Cristiano, giacché quest’analisi spietata corrisponde esattamente alla realtà.

Il “vero” islam, infatti, presuppone, come più sotto ricordava Ummzakaria, che esista una ed una sola verità, quella rivelata dal Corano, accessibile esclusivamente ai musulmani e cioè a coloro che “praticano” i precetti religiosi raccomandati dal Testo e dalla Tradizione.

Quindi esattamente il contrario, se vogliamo, del relativismo filosofico che nega l’esistenza di verità assolute e intelligibili e che costituisce il cavallo di battaglia di un certo tipo di laicismo, che si definisce di sinistra.

Su queste basi, come si vede, non abbiamo più la “cultura giudaico-cristiana” (…ehm?) contro quella “islamo-antimperialista”, ma alla tolleranza buonista si contrappone il fondamentalismo in tutte le sue forme e dimensioni.

Altre fazioni, altri contrasti, ancora muri invalicabili.

Come la si giri, tuttavia, non si può lasciar passare che, in tutto questo contrastarsi e distruggersi vicendevolmente, in questa assurda minimizzazione delle problematiche, in questa riduzione del reale a categorie standard, si perde il fulcro, la sostanza di qualsiasi messaggio, si cancella ogni meditare teologico o filosofico, si riducono a nulla la storia del pensiero e del sentire, l’intuizione, l’elevarsi, la ricerca e la poesia. Soprattutto, la poesia.

Come la Torah, il Vangelo, le scritture apocrife e quelle che da monoteisti “facili” ascriviamo alle pagane o agnostiche, anche il Corano è un poema, non un trattato.

Un poema che a tratti ti schiaccia l’anima e a tratti te la eleva e attraverso il quale tu leggi di te stesso, del tuo passato e dei tuoi futuri possibili senza mai perderti e senza mai perdere il filo del tuo essere e anzi ritrovandolo in ogni verso e ogni volta rinnovandoti, come se nascessi oggi e guardassi il mondo per la prima volta.

Certo, devo ammetterlo, mi sento decisamente “privilegiata”. E come negarlo? E il privilegio non consiste nell’essere semplicemente musulmana, ma nell’essere una che cerca e cerca e cerca e non si stanca mai di cercare e non si accontenta del piatto pronto.

Privilegiata, o pazza, perché vedo cose che non tutti vedono e quindi mi posso permettere di credere in quello che vedo, pur non essendo una “veggente”. Non vedo gli angeli, non parlo con i morti, non vengo inseguita ogni notte da sciami di shaytanin. Non ancora, almeno.

Sono una che crede nel soprasensibile più o meno come crede nella matematica, tutto qui.

Io no, non ce le ho in tasca le faq dell’aldilà e quando le trovo pietrificate in codici irreali quasi mi dimentico quello che credo di sapere, perché non riesco più a riconoscerla, La Verità fatta pietra e rinchiusa in un barattolo.

Non conosci La Verità perché qualcuno viene a raccontartela in tre o tremila pagine, ma la costruisci pezzo dopo pezzo, studiando come funzionano le cose del mondo e come funziona la tua anima, cambiandoti di ruolo, applicando la fisica celeste alle deviazioni del tuo apparentemente insensato vagare, provando altre vite e altre vie, sperimentando e soffrendo e poi ancora soffrendo, e plasmando le emozioni come fossero creta, trasformando ogni attimo in poesia e piangendo continuamente dentro di te, nel profondo, al pensiero di quanta strabiliante bellezza si celi nel vivere.

No, non sono relativista, ma ritengo che ognuno debba camminare con le proprie gambe: troppo facile crede in ciò che ti dicono , senza andare a verificare se è vero. Potrebbero dirti qualsiasi cosa e tu ci crederesti, perché il Corano, perché la ummah, perché la sunna, perché il prete, perché la chiesa, perché lo yogi, perché lo sciamano o il lama.

E invece devi sbattere i denti contro la vita vera, tentare e ritentare fino a quando non capisci perché: il tuo “perché”, che poi è anche l’unico “perché” veramente importante.
E così, un tassello dietro l’altro, la verità inizia a prendere forma ed ora ha la forma di una stella, ora di una rosa, ora ha la forma di una fragola, e ne senti quasi il profumo, e può essere una nuvola, una saetta, un uragano o un terremoto. Può essere qualsiasi cosa tu voglia che essa sia. Eppure prendere le stelle dal cielo e farle pietrificare non è come far nascere i fiori dal fango.

postato da: ksakinah alle ore 22:26 | Link | commenti (3)
categoria:metafisica
lunedì, 30 giugno 2008

esher1[1]Quando sei convinto che tutte le cose del mondo abbiano una loro ragion d'essere e che nel vivere esistano sempre un verso e una direzione, non è molto facile accettare quegli eventi che da quel senso, da te soltanto supposto, paiono deviare irrimediabilmente.
Credo sia per questo che una prende e si mette a scrivere e scrivere e scrivere. E a leggere, anche.
Per rintracciare i legami che non si trovano più, per appiccicare le cose tra di loro, in maniera sorprendente, meravigliosa e inaspettata, per rendere belle le cose che, lì per lì, ti sono apparse bruttissime, per accettare la vita così com'è, perchè è nella vita quotidiana di ognuno che si cela il senso di tutto e non altrove.
Cambiare prospettiva, diventare - di colpo - leggeri, riuscire a volare sulle cose della vita, sugli avvenimenti e sui desideri e, dall'alto, riconoscere la propria strada che, tortuosa e lambiccata, continua, nonostante le valanghe, gli uragani, le tormente e gli aridi paesaggi che, in certi momenti, appaiono all'orizzonte.

postato da: ksakinah alle ore 09:34 | Link | commenti
categoria:metafisica, intimerie
giovedì, 26 giugno 2008

Molta gente pensa che la parola "esoterismo" sia sinonimo di magia nera, pericoloso mistero e buio della ragione. Ci si immagina strane sette che si nascondono dietro questa tremenda parola e spaventose pratiche sanguinarie di iniziazione.
Tra i musulmani sunniti, invece, la parola "esoterismo" è sinonimo di sufismo e per sufismo non si intende "tutto" il sufismo, ma la pretesa di alcuni antichi "maestri" di realizzare nella propria mente, nel proprio corpo e nel proprio cuore l'incontro completo con L'Uno.
Purtroppo in questo momento non ho a portata di mano un dizionario filosofico per trascrivere l'opportuna definizione di questo termine. Così mi avvalgo della definizione riportata su wikipedia, essenziale ed esauriente.

Il termine deriva dal greco esoterikos, interno. Nel linguaggio filosofico, il termine "esoterico" caratterizza l'insegnamento riservato dagli antichi filosofi greci, specialmente da Pitagora e Aristotele ai soli discepoli, in contrapposizione ad exoterico, con il significato di "esterno", destinato cioè ai profani, ovvero a quanti non erano iniziati alla comprensione del linguaggio degli adepti.

Probabilmente all'epoca qualsiasi scienza faceva parte dell'esoterismo, poichè in pochi possedevano i codici che permettono di comprendere i concetti di geometria, matematica, fisica e metafisica.

Nel 1992 Antoine Faivre, titolare della cattedra di "Storia delle correnti esoteriche nell'Europa moderna e contemporanea" all'EPHE di Parigi, ha proposto la prima definizione storico-religiosa della nozione di esoterismo. Secondo Faivre, è esoterica ogni dottrina e forma di pensiero che si basi sui quattro principi seguenti:

  1. l'esistenza di una corrispondenza analogica tra il microcosmo e il macrocosmo (l'uomo e l'universo sono l'uno il riflesso dell'altro);
  2. l'idea di una natura viva, animata (n.d.r. leggi jinn);
  3. la nozione di esseri angelici, di mediatori tra l'uomo e Dio, ovvero di una serie di livelli cosmici intermedi tra la materia e lo spirito puro;
  4. il principio della trasmutazione interiore.

Non credo possa esistere religiosità senza esoterismo e/o esoterismi di vario genere.
In particolare la forza dell'islam è proprio quella di aver conservato attraverso i secoli la propria carica esoterica, per mezzo del tramandarsi della pratica islamica e dei detti del profeta, saas.
La questione invece è un'altra e sta proprio nel "cristallizzarsi" di questi gesti ripetuti che hanno perso la loro valenza esoterica e quindi non servono più alla "trasmutazione interiore".
Il materialismo dilagante ha distrutto anche la carica spirituale nascosta dietro al tramandarsi di questi gesti quotidiani, svuotandoli della loro valenza iniziatica.
E che sei musulmano a fare, se stai fermo a guardarti attorno proprio come tutti gli altri che musulmani non sono? A cosa dovrebbe mai servire un islam che ha paura del sovrasensibile?
Non si chiama forse "iniziazione" sentire cose che gli altri non sentono e vedere mondi che altri non vedono? Certo , potrebbe anche chiamarsi "pazzia", perchè no?

postato da: ksakinah alle ore 18:10 | Link | commenti (4)
categoria:metafisica