- Ma quella Khadi o come si chiama lei, quella di an-nisa,si sarà bevuta il cervello.
- Ma sì, se n’è andata all’aceto, ormai, e non ce la recuperiamo più!
- Si sente Ummagumma (ma si può? Ummagumma proprio… ma si è rincretinita?)
- E si schiera contro Lo Shaikh-hafizahullah.
- Ma come si permette, lei, che non è degna nemmeno di nominarlo. Astagfirullah! Ma sarà che si sta grandiosamente inkafirando, sennò come te la spieghi tu?
- Già, inkafirando… Sì, sicuramente!
Già, inkafirando… Certo, se il kafir è quello che non segue le regole del clan, quello che te la canta così com’è, quello che si libera dal giogo dei “formalismi di setta” e non si ferma a quello che gli dicono di credere, ma ci ragiona sulle cose e crede solo per ispirazione e mai per sentito dire…
Beh, pensavo fosse il musulmano quello. Così, mi pareva d’aver capito.
La mia Via è quella e credevo fosse islamica: ero io a sbagliarmi? Sarà, ma io continuo per la mia strada, voi fate un po’ come vi pare e se vi pare.
Ma ricominciamo da capo, ché forse è meglio.
Una delle tante meravigliose caratteristiche dell’islam che da subito mi hanno folgorata e rapita era quell’esaustivo senso di giustizia che nessun’altra religione avrebbe mai potuto darmi.
Perché l’islam è l’unica religione che ti permette di odiare gli oppressori.
Ah! Che liberazione! Odiare chi schiavizza, chi sfrutta, chi schiaccia, chi ti costringe a svermare, chi ti calpesta…
Non è una cosa da poco, se ci pensate.
A parte l’islam, non ci sono religioni che ti permettono di ribellarti ai potenti perché è giusto così, che ti incitano a batterti, uccidere e morire affinché sia fatta giustizia, che ti permettono di incitare il popolo ad insorgere per capovolgere il sistema e ristabilire – politicamente – un sistema più equo in cui i ricchi e i poveri, gli schiavi e i padroni sono uguali e in cui gli uomini valgono di più o di meno solo in base alle proprie virtù e non in base a quante società operative e finanziarie manipolano o partecipano a manipolare.
Sì. L’islam ti permette di rivoluzionare il mondo, anzi te lo ordina, addirittura.
Se, comunque vadano le cose, ti senti sempre dalla parte dei deboli, degli oppressi, degli schiavi, degli sfruttati e dei poveracci, non puoi essere cattolico, buddista, induista o testimone di Geova, a meno che tu non creda che per accedere al paradiso l’unico modo sia quello di sopportare, soffrire e crepare sotto il giogo dei potenti e stare al tuo posto, così in paradiso – o nell’altra vita – sarai ricco e avrai tanti schiavi da sfruttare e schiacciare e calpestare e sbudellare, se ti va. Se pensi che il paradiso o l’altra vita debbano necessariamente essere migliori di così e se credi che potrai accedervi solo se avrai contribuito a migliorare questa vita qui, allora farai un bel po’ di fatica ad adattare i tuoi bollenti spiriti ad un credo religioso. Uno qualsiasi, dico.
Ma come si fa? Zitto e mosca e, dichiarandoti pacifista, finanzierai le bombe che uccidono i bambini iracheni e quelli afgani, andrai ad insanguinare il Libano e, quando ti parleranno di Nassirya, penserai ad un pungo di uomini grandi e grossi e nel fiore degli anni morti ingiustamente e non alle migliaia di uomini grandi e grossi e nel fiore degli anni, alle migliaia di bambini dalle diecimila vite possibili e già stroncate, alle migliaia di donne col mitra in mano, eppure indifese, ai vecchietti terrorizzati o rassegnati a quelli senza un braccio, senza una gamba, a quelli impazziti e a tutti coloro che inorridire è poco, se davvero riesci a pensarci.
Non avrei mai potuto abbracciarla, io, una religione che mi impone di starmi calma e buona, mentre la parte di pianeta che preferisco crepa e schiatta. Non è eticamente sostenibile una cosa così e – no, non preoccupatevi - non ho deciso di iniziare a sostenerla adesso. Anzi.
Visto che oggi – tra una cosa e l’altra – sono riuscita a procurarmi giusto un paio di orette per scrivere qualcosa di serio e sensato – e lo so che non se ne può più di certe leggiadrie, ma abbiate pazienza, che qualche volta i blog devono servire pure per sfogarsi e divagare dei cavoli propri, perché un analista vero proprio non me lo posso permettere, accidenti – approfitto finalmente per scrivere quelle cose che c’ho proprio sulla punta del mouse e che non trovavo né il tempo né la voglia di illustrarvi.
Mi tocca, però. Perché chiamare un blog “An-nisa” comporta pure delle responsabilità, vi pare?
E una non ci può linkare sopra quello che le pare, senza poi darne le dovute spiegazioni, posologia e precauzioni d’uso.
Le mie ragioni sono un po’ complicate, però cerco di raccontarvele con una storia: una storia che sicuramente tutti conoscete già e così per me è più facile dire quello che devo dire, senza stare a dilungarmi troppo ché non serve.
C’era una volta in America, non troppi anni fa, una certa setta semisconosciuta chiamata “Lost-Found Nation of Islam” alias NOI. L’aspetto positivo della Nation of Islam consisteva nell’obiettivo che intendeva raggiungere: elevare il livello di vita degli afro-americani. Per raggiungere tale obiettivo la Nation of islam aveva estrapolato dagli insegnamenti islamici un codice di comportamento, una “regola”, alla quale tutti gli adepti avrebbero dovuto inderogabilmente conformarsi, pena l’esclusione dal clan. Tutte queste leggi comportamentali venivano fatte rispettare dal cosiddetto “Frutto dell’lslam”, un vero e proprio esercito paramilitare.
L’esistenza di questo corpo addestrato oggi può sembrarci un assurdo, visto che basta parlare di “concedere” l’utilizzo dell’hijab alle musulmane e già si comincia a gridare alla fobia dello stato nello stato, a due-pesi-due-misure e “questi immigrati – quali? – vengono qua ad imporci le loro regole, ma se ne stessero a casa loro”, senza sapere che, per la maggior parte, a casa nostra stiamo, altro che immigrati! (Ma guardatevi intorno, babbini!).
Per quanto possa sembrarci strano pare che - nonostante l’incitamento all’odio contro i bianchi, il cavallo di battaglia della non-integrazione, della separazione totale dei neri dai bianchi, l’imposizione di “non confondersi con i bianchi”, le ferree regole del “non fare le cose che fanno loro, non usare i loro modi di dire, non frequentarli, non vestirsi come loro si vestono, non mangiare come loro mangiano” – la Nation of islam e il Frutto dell’Islam non vennero mai inquisiti, perché erano organismi strumentali al potere costituito.
Sì, strumentali.
La Nation of Islam non costituiva un pericolo per l’America, anzi. Mantenendo l’ordine interno, questa setta, riusciva ad arginare le eventuali scosse di ribellione – di vera ribellione - che avrebbero potuto autoalimentarsi ed infuocare un’eventuale sommossa civile.
Immaginate che cosa sarebbe potuto accadere se tutti i neri d’America avessero – tutti insieme – preso coscienza di colpo! Ma immaginate che forza, che rabbia, che rivoluzione, che guerra. Che Guerra!
Ecco, io non m’inchino davanti ad uno shaikh.
Perchè una musulmana non dovrebbe inchinarsi davanti agli idoli, mi pare.
E poi io non servo chi – consciamente o no – serve l’America e i suoi sudditi e le sue multinazionali e i suoi oleodotti e arma i miei fratelli l’uno contro l’altro e concede al nemico miriadi di giustificazioni in più per stramazzarci tutti, chi in un modo chi nell’altro, noi, i musulmani.
Preferisco la rivoluzione, quella vera, io.
Al-Qaida è una furbissima invenzione che c’intrappola tutti, ma non lo vedete?
Certi urli che dovrebbero essere di battaglia arginano le nostre potenzialità rivoluzionarie, ci mettono gli uni contro gli altri, ci imprigionano, non ci liberano.
Iniziamo a sostenerli davvero ‘sti ragazzini che combattono al posto nostro, questi mujahidin affamati e disperati che stanno morendo anche per noi, comodamente sistemati nelle nostre sale di preghiera o nelle nostre case a discutere della liceità dell’utilizzo dell’aceto e del caglio.
Non possiamo permetterci di alimentare le fantasie oltraggiose di chi divide il mondo in terroristi e salvatori: siamo noi che dobbiamo spiattellare in faccia al mondo la cruda verità di quello che sta succedendo davvero. Siamo noi che abbiamo il compito di urlare l’ingiustizia del genocidio a cui, da anni, stiamo assistendo. Non possiamo permetterci di farci accecare da miti fasulli che servono solo ad aiutare il nemico a giustificare l’orrore, dipingendo i nostri fratelli come obbrobriosi carnefici dai quali occorre salvarsi con qualsiasi mezzo.
La parola è la mia unica arma ed ho deciso di usarla per il bene e per il vero. Di rifuggire la propaganda vana, di allontanarmi dai proselitismi spiccioli. Di distruggere i miti e gli idoli che accecano i mondi islamici contemporanei.
Perché non si può vincere una guerra senza lucidità e consapevolezza.
Perché dobbiamo stare svegli e attenti, per non cadere negli agguati.
Perché dobbiamo essere lungimiranti, per non farci mettere in trappola.
La parola è la mia unica arma ed ho deciso di usarla per il bene e per il vero.
Spero in molte e in molti decidano di fare altrettanto.