Non posso credere di averlo fatto davvero. Scusa, puoi darmi un pizzicotto, non sto sognando, vero?
Il fiore più bello del mondo ed io finalmente catapultati nella città colorata, in un palazzo un po' sgarrupato pieno di gente a colori, in una zona multirazziale, multietnica e multicolorata, in mezzo a gente che si fa sempre e solo gli affari propri, che tu esca in gilbeb o in abito da sera.
Mi sembra di essere appena uscita fuori da un film in bianco e nero e di scoprire per la prima volta finalmente i colori del mondo.
I colori.
Avevo bisogno di un posto così, di un posto in cui non sono nessuno per nessuno, di un mondo in cui non ci sono condizionamenti, ricatti, gente che si vergogna di te appena fai un passo in più, persone che credono di conoscerti più di te stessa e invece si rifiutano categoricamente di scoprire chi sei veramente...
Non ho idea di cosa faremo noi due in questa brulicante città colorata e indifferente, non ho idea e per il momento non mi preoccupo più di tanto. Faccio quello che devo e quello che voglio fisabilillah... Insomma finalmente cammino sulla Sua strada, cosa vuoi che mi succeda?
E`iniziato alla grande il nostro ramadan quest`anno, con una meravigliosa sfacchinata lassù, sul parc du Chateau, il parco più vicino a casa - ehm, si fa per dire "vicino"- tanto che il giorno dopo non ci siamo mosse di casa e sembrava un`impresa anche andare a telefonare al taxi phone appena sotto. L`acqua dell`iftar di sabato sera è stata la cosa più buona che abbia mai bevuto!
Insomma sì, siamo arrivate. E abbiamo già piantato le tende, anche.
Finalmente libera di rotolarmi per la strada con un jilbeb improvvisato, contenta e impacciata come mai, incredula di scoprire che l`islam delle nuvole non sta più lassù, lontano, ideale, sognato e irraggiungibile, ma sta qui, dentro la mia vita vera, qui sulla terra, sulla terra ferma, nonostante tutto e tutti e nonostante me. Mashallah! Davvero molto "karim", questo ramadan!
Foto presa da qui.
01.08.2009 - Certo due giorni sono davvero pochi. Dai, facciamo pure tre, con oggi. E sono ancora troppo pochi. Ma la sensazione, quella è: finalmente sono una musulmana velata! Lo sono. Mi mostro nella mia vera forma, chi l’avrebbe mai detto! Guardo la mia immagine riflessa nella vetrina di un negozio e penso: eccomi! Sono io!! E mi sento a posto.
Se non avessi ancora un altro conto grosso in sospeso e tanti altri piccoli dettagli aperti, potrei quasi morire. …Quasi. Però intanto l’elenco si sfoltisce e un’altra cosa è fatta. Vabbé, fatta… Non è che voglio gridare vittoria, però, dai! Alhamdulillah! (33 milioni di volte!!!). Alhamdulillah comunque vada! ...Almeno ci sto provando!
Vabbé, devo ammetterlo, non sono molto attrezzata… Non ho i qamis giusti, non ho gli abbinamenti, non so in che verso girare il foulard, mi riempio di spilli e spilletti e poi vedo che comunque tutto mi cade giù e i veli che mi stanno proprio bene, reggono e sono del colore giusto sono sempre troppo grandi, troppo comodi, troppo freschi. E invece no. Devo soffrire facendoli diventare piccoli piccoli, morire di sudore infilandomeli dentro la camicia, arrotolarmeli sotto il collo, così – certo – sono più discreta. E più scomoda. E più goffa. E più bollente. Sgrunch! Ma chisseneimporta! Certo, non è il niqab, però accontentiamoci va, ché già mi sembra un sogno così!
Non so quanto durerà e se durerà. Ho due biglietti ... eventualmente. [...] E invece, se tutto va bene, me ne resto qui. Nel paesino “del cappero”, come lo chiama qualcuna
, felice, tranquilla e velata. Può essere? (Io dico che non si suicida nessuno, alla fine!).
Aggiornamento 03.08.2009 - E invece sta andando davvero male. Forse anche peggio di come mi aspettassi... Certo che non si suicida nessuno! Tanto muoio prima io, di questo passo! Ma si può?
-Ma senti, anche se lui in tutto questo tempo non si è mai fatto vivo, non possiamo chiamarlo noi? Io non lo voglio un altro papà, io voglio mio padre, quello vero. Vorrei che lui tornasse e che voi due vi risposaste. Anche se non andavate d’accordo, che fa? Tu avresti potuto rimanere con lui, così almeno io adesso ce l’avrei un papà!
Nella vita ci sono cose che non vogliamo sentire e non vogliamo sapere. Noi le rifiutiamo e facciamo in modo che chi ci sta vicino se le tenga dentro per sempre e le trasformi in mostri famelici capaci di far loro del male, intanto però stiamo bene noi.
Poi paghiamo assistenti sociali, psicologi e psicanalisti affinchè la persona che abbiamo costretto a mettere tutto dentro fino a scoppiare non scoppi e se la cavi. E invece no. Poi non se la cava lo stesso.
-Ma possibile che non ce l’abbiamo un numero di telefono, un indirizzo, un modo?
Certo che sì, quattro indirizzi e-mail, due numeri di telefono, un indirizzo civico. Ma io faccio la vaga. Ehm..
E invece parlo con mia cugina che fa l’educatrice e mi dà il numero di un’assistente sociale o psicologa, non so. E quindi, una volta a settimana, per dire, io e il fioremio ce ne dovremmo andare a parlare con una signora in grado di convincerla che è meglio che lei e il suo papà non si incontrino, perché le farebbe solo del male. E questo dopo aver speso ben sette anni a convincerla che no, che lui con me non è stato un marito ideale, ma che con lei chissà potrebbe essere diverso e che sì, sicuramente le vuole un gran bene, e come si fa a non volergliene?
-Ti adorerà, piccola mia, sono sicura. Inshallah ti vorrà un gran bene.
Intanto il barbuto integralista barese, dopo esser passato alla shia, ha ricominciato la solita vita di sempre nel kufr, convinto di essere l’eletto, il madhi, il messia o peggio un semi-dio, pensa te!
E quindi oggi è questo il tipo con cui mia figlia dovrebbe aver a che fare, suo padre, la persona con cui lei ha il sacrosanto diritto di avere un rapporto, a prescindere da quello che voglio io e anche a prescindere da quello che vuole lui.
Ma io non voglio prendermela questa responsabilità, non sopporto l’idea che lui possa farle del male, possa dirle cose brutte o condizionarle la vita. Non ce l’ho questo coraggio, questo sangue freddo, questa capacità di guardare le cose dal di fuori, come se lei non fosse mia figlia, come se lei fossi io e mi venisse impedito di vedere mio padre e anche di conoscerlo, semplicemente conoscerlo e parlarci a telefono e anche di scrivergli…
Ed ora, che faccio?
Adesso che riesco a vedere le cose a distanza e con una certa obiettività, mi pare che sia stata davvero un’ottima idea decidere ad un certo punto di mettermi a scrivere esclusivamente dei fatti miei, che in realtà non sono mai stati solo miei.
Finalmente mi pare di aver rimesso a posto la matassa e non m’importa più nulla della poca esemplarità della comunità islamica italiana, della rappresentatività dell’islam, di quello che si dice nei convegni, degli sconti, delle teorie, di quello che fanno i musulmani nella loro vita privata, dell’enorme distanza che c’è per tutti noi tra teoria e prassi, della ummah come ammortizzatore sociale che ha il dovere di risolvere i problemi di ogni singolo musulmano…
So solo che mi sono stufata di sentirmi “come paralizzata” e che io l’islam lo voglio vivere. Come posso, certo, ma anche come devo e sempre di più e sempre meglio, se Allah SWT mi aiuta.
Anche per me questo momento non è altro che un nuovo fajr, una shahada che si rinnova ogni giorno e alhamdulillah poter riuscire ogni giorno ad avere il coraggio di rimettersi in discussione completamente, distruggersi di nuovo, autocondannarsi, certo, per poi pentirsi e rinascere, come si rinasce purificati dopo ogni gusl, come si rinasce dopo ogni shahadah nuova e dopo ogni preghiera e dopo ogni conferma della propria certezza di fede.
La sconnessione mobile mi sorprende in un momento altrettanto mobile e felice. Fioremio che cerca d’insegnarmi l’arabo facendomi gustose ed improbabili traslitterazioni, un ambitissimo (ambitissimo solo da me, guarda) lavoro “halal”* andato a male nonostante i super-dua’ e qualcuno che di colpo si ricorda di pagare una prestazione tecnica professionale, così, per sbaglio.

E’ meravigliosa la vita, no?
*vabbe’, si fa per dire halal, già stare fuori casa 6 ore al giorno per un importo iks (X)scleri, altro che halal!
Quello che vorrei ora è semplicemente starmene in casa, avere più tempo per me e per la piccola e per l’islam, e così nemmeno il velo sarebbe più un problema, tanto chi ti vede? E forse era proprio così che doveva andare. E menomale che, anche se noi incocciamo con le scelte sbagliate convinti che siano quelle giuste, poi c’è Chi pensa a ristabilire le cose. Almeno l’intenzione era per Lui. Che la accolga e ci dia qualcosa di ancora migliore, qualcosa che ci permetta di andarGli incontro correndo. Finalmente, correndo. Perché è proprio ora di correre, guarda!
Sudatissima connessione “fino a” 40 k, come si dice. Mega 50 ore, che significa che se ti connetti cinque minuti hai già perso mezz’ora, perché gli scatti vanno di mezz’ora in mezz’ora, ma questo io ovviamente non lo sapevo e tenta di qua e tenta di là, se ne sono andate già dieci ore così, giusto per capire perché qui non mi si connetteva niente.
Poi non ho capito, ma dopo altri 50 euro di formattazione e di nuovo riformattazione il problema è stato risolto, ma qui non si connette niente lo stesso. GrazieaDio, va.
Sarei di nuovo on-line, ehm, ogni tanto però, cioè sostanzialmente ‘sta cosa non funziona ed ora mi sto connettendo dallo studio, tanto per cambiare. Forse potrei essere on-line quando gli gira a wind in GPRS e cioè prevedo raramente, ma è pure meglio, ché, a parte le e-mail delle sorelle e le varie ed eventuali scoperte utili che si possono o si potrebbero fare, a stare senza internet si sta che è una meraviglia e una non vuole smettere di goderseli, certi piaceri. D’altra parte, nonostante tutto, non ho ancora terminato di leggere il materiale che nel frattempo mi ero scaricata sul pc e mi sono resa conto di aver salvato davvero il meglio e non certo per merito del mio discernimento filologico, intendiamoci!
Se non fosse stato per motivi di lavoro e pure perché certe volte sento proprio il bisogno di “ricercare”, non credo mi sarei decisa, visto che c’è già il telefonino a prosciugarmi le entrate, nonostante pacchi e pacchetti e offerte di minuti gratis. Però invece eccomi con un ulteriore motivo per perdere tempo e perdere la pazienza, litigando con la chiavetta usb , internet explorer, la clessidra, l’auto-riavvio del pc e la modalità provvisoria.
"Io ti credo quando dici che nel tuo cuore c'è ua forza indescrivibile, che vorresti l'islam per te e Fiore. Ma per far sì che questo accada devi portare quella forza che per ora è solo nel tuo cuore nei tuoi pensieri, perchè sei ancora troppo abituata a pensare come pensavi da miscredente e dai tuoi pensieri quella forza dovrà arrivare ai fatti. Non so quanto sarà lungo questo viaggio: un giorno, un anno oppure di più. Ma, quando riuscirai, quel giorno tu e Fiore non sarete più nel paesello sul cucuzzolo, perchè finchè sei con i tuoi, mia cara, non potrai". H. 2 settembre '02
Non so perchè mi arrabbiai da morire per questa frase. E per tutto il contenuto di quella lettera, che girava sempre attorno a questa frase.
Forse perchè io ero incastrata dentro una vita, dentro una situazione e lei, la mia prima sorella, quella che mi aveva accompagnato nei primi passi verso la pratica, quella che mi aveva suggerito che libri leggere, che via seguire e mi aveva dato le prime dritte su come pregare, quella che mi aveva regalato il mio primo jilbeb, il mio primo kimar, i miei guanti e il mio primo niqab, proprio lei, non riusciva a capire, non riusciva a vedere quanto io fossi incastrata e anche quanta paura avessi di liberarmi ed eventualmente tornare di là, in un mondo in cui l'islam possono anche inventarselo e importelo e nessuno se ne accorge.
Io vedevo questo. Solo questo, perchè non ero capace di vedere oltre il mio naso.
Guardavo la sua vita e quella di altre sorelle e mi sembravano musulmane privilegiate, che potevano concedersi il lusso di non lavorare, di indossare il niqab e pensare solo al marito, ai figli, a rassettare la casa e allo studio dell'islam... Pensa te! Mentre io, di nuovo catapultata quaggiù, nel mondo dei comuni mortali, reduce da una stagione estiva come cameriera ai piani, in mezzo a gente bieca e volgare, parolacce a tutto spiano, scleri ogni giorno e uno squallore che non ti dico, che mi pareva di sporcarmi di haram solo a respirarci in un posto così.
"E' che lei non se l'immagina com'è la vita quaggiù!"
Poi le cose vanno come vanno perchè Allah ci dà prove che non c'immagineremmo mai. E così, nonostante io abbia pensato che questa sorellina fosse dura e cieca nei miei confronti, perchè dura e cieca nei confronti della vita stessa e guardasse le cose dall'alto, alla fine ho dovuto ricredermi, perchè anche in condizioni peggiori delle mie lei è riuscita a mantenersi saldamente attaccata alla sua corda, nonostante avesse perso quelli che io credevo "privilegi" e che invece erano comunque "conquiste", piccole tappe nel tragitto sulla Via.
Non è facile dare un calcio al mondo e "scegliere" consapevolmente di seguire la Via con totalità, che poi dal di fuori sembra un privilegio o un estremismo o, peggio, la manifestazione di una durezza del cuore, l'incociliabilità di un carattere chiuso e introverso e sgorbutico con la vita vera che è bella e sorridente e solare.
E invece no. Come diceva la sorellina mia, nella lettera incriminata, è solo un "cambiare i pensieri" quello che ci distingue e poi dai pensieri quella forza arriva necessariamente ai fatti. Vagliare ogni scelta della propria vita in base ad un "discrimine", porsi su ogni cosa il problema "ma si può? E' islamicamente lecito?". E non sospendere il giudizio, non mettere il cervello sottaceto, ma usarlo per fare le scelte migliori, quelle che ci avvicinano.
E sbraitasse pure, il mondo attorno, a dire che sei sgorbutico e insensibile e pure arrogante, guarda! Che fa?
Avrei circa 33 cosine da scrivere qui, se davvero volessi scrivere della valanga – meravigliosa valanga – che mi sta sommergendo di piccole quotidiane scoperte (o riscoperte) e che mi fa fare passi, a volte balzi e che a volte mi fa sobbalzare. E invece proprio non saprei come scriverle, certe cose.
Certe cose non hanno parole, purtroppo. E sono le cose più belle. Quelle che improvvisamente cancellerebbero tutti i post arrabbiati e quelli malati e quelli di quand’ero moribonda.
E invece no. Io non ce le ho quelle parole lì. Quelle che raccontano delle cose che fanno piangere per tre giorni, di colpa o spavento, ma senza intristire. Le parole che descrivono la consapevolezza nuova che ti fa evitare cose che tu pensavi “normali” e invece erano solo haram – ma guarda un po’ – e chi l’avrebbe mai detto che davvero te ne saresti accorta, prima o poi. Le vocali e le consonanti, quelle che, a trovarle, descriverebbero la condizione di chi, pur avendo i problemi di quaggiù – e seri, pure – non si fa trascinare e rimane saldo e attaccato alla fede come una roccia e non cede e non cade e non si affloscia a terra sfinito.
Le parole che raccontano i fatti, le cose reali, quelle che non si fanno imbrattare dalla mediatica retorica che associa qualsiasi discorso sull’islam all’ancestrale paura del buio e dell’ignoto.
Le parole. Le parole giuste. Quelle che, inshallah, servirebbero a cancellare certi sayyet, accumulati con anni e anni di post che – dico – ti potevi pure risparmiare, e dai!
Da Abu Hurayra(r). Sentì il profeta* dire: “Il servo che pronunci una parola senza riflettere sulle sue implicazioni scivolerà per quella dentro il fuoco, ad una profondità maggiore della distanza tra l’oriente e l’occidente”.
Eh!
E invece no. Io non ce le ho quelle parole lì. Quelle che a saperle scrivere, potrebbero pure salvarmi nonostante tutto, che ne sai?
E come si fa ora a rimediare?
Quello che è detto è detto, ma quello che è scritto? Si cancellano blog interi, si oscurano post, si tagliano pezzi di post?
Per ora non ho idea. E’ che la mia vita non è una linea continua, ma è tutta una spezzata, fatta di picchi e cadute e catastrofi e salti senza paracadute. Non è una vita esemplare, ma è l’unica che ho, e alhamdulillah che ce l’ho. E che Allah mi perdoni per le catastrofi continue e ci dia il khair e la possibilità di procurarci
Intanto rifletto un po’ sul da farsi. Poi vediamo.
Meglio bruciare il proprio blog, piuttosto che bruciarsi l’anima, no?
Ultimamente ho poco lavoro e il lavoro che ho è a gratis e quindi può aspettare. Pertanto mi diletto più come improbabile casalinga che come seria professionista del mattone e devo ammettere che in questo campo devo davvero farne molta, di strada. La giornata vola in un lampo e non capisco come sia possibile che il tempo scorra così velocemente e come fanno alcune a ritagliarci dentro pure le standard otto ore di lavoro quotidiano. Missione da astronauti! Insomma, sono una casalinga apprendista e devo ammettere che questo mi giova enormemente all’umore e alla salute. Certo, come casalinga sono una frana. E allora? Sto imparando, non mettetemi fretta, per favore. Intanto faccio meglio la crostata piuttosto che il free climbing carponi sui tetti del centro storico, per dire. Insomma, dai, l’architetto dall’animo niqabato e il jeans imbrattato carponi sul tetto non è uno spettacolo meraviglioso, bisogna ammetterlo. Eppure mi tocca. Nonostante la paura, la vertigine e il mal di mare…ehm… di tetto, volevo dire.
Quando la terra sarà agitata da una scossa
E le montagne sbriciolate
Saranno polvere dispersa…
(LVI, 4-6)
Anche qui, nella fortezza sul mare che sembra montagna ma non lo è, da domenica c’è gente che dorme in macchina o non dorme affatto.
Ansia, panico, nevrosi collettiva.
Gente che esce in strada ad ogni piccolo rumore della notte. Genitori che hanno perso la figlia ostetrica o il figlio studente. Funerali.
E anche qui, per le strade, come alla tele e sul web presumo, ci si perde a chiedersi “Ma perché?”.
Eppure, a ben guardare, non c’è segno più esplicito e più forte della terra che ti trema sotto i piedi, mentre tu, infimo e impotente, cerchi riparo, ma da cosa?
Non c’è segno più chiaro e convincente di un’eventuale morte imminente che sai che può avvenire in ogni istante, ma non si può prevedere, che è d’altro canto la condizione in cui normalmente si vive e di cui ci ricordiamo soltanto con l’epicentro di un sisma a 3, 10, 50, 80 kilometri di distanza.
E se stanotte a crollare dovesse essere la mia città? E se improvvisamente tutto finisse? La mia casa, la mia gente, la mia vita?
L’angoscia di poter essere improvvisamente derubato di tutto quello che credi “tuo” e che invece non ti appartiene e su cui non hai alcun diritto. Non è tua la casa, non è tuo il figlio, non è tua la città, non è tuo il conto in banca, non è tua la tua stessa vita.
E’ così ovvio.
Nasciamo nella consapevolezza, eppure cresciamo e perdiamo il senno e ci attacchiamo agli affetti terreni, alla casa, al benessere, al lavoro, al look, alle relazioni e a tutte quelle cose che ogni giorno ci sembrano il centro della nostra esistenza, la cosa più importante della vita, l’elemento senza il quale la quotidianità non avrebbe alcun senso. E poi, una notte, il letto trema e ci svegliamo come se fossero venuti gli angeli a tirarci giù e in quel piccolissimo lasso di tempo in cui gli occhi si aprono, ci si alza e ci si rende conto di che cosa sta succedendo, capiamo solo che non ce l’avremmo fatta a salvarci, né a salvare nessuno, se Qualcuno avesse voluto decretare la nostra fine. Subhanawatahala.
Detto questo, comunico che mi trovo appunto a circa 80 km dall’epicentro del sisma e che, sebbene il letto ogni tanto tremi, pericoli concreti per il momento non dovrebbero essercene, a meno che non arrivi il Decreto. E quello potrebbe arrivare comunque, che ne sai?
E ovviamente vi ringrazio tutte per le telefonate, i messaggi, le e-mail e per le meravigliose dimostrazioni di affetto e sorellanza. Forse non ho ancora risposto a tutte, ma oltre ad essere senza internet, in questo momento sono anche senza credito e inshallah mi faccio viva appena posso con chi ancora non mi sono fatta viva, ok?
Comunque, senza farmene un merito, non ho un carattere particolarmente incline a farsi dominare dall’ansia di un’eventuale morte imminente e ho scoperto di avere – alhamdulillah - un ottimo rapporto con la terra che trema, che considero più un ammonimento, il ricordo di una condizione di fragilità di cui “dobbiamo” avere coscienza sempre, il segno meraviglioso e terribile che tutto ciò che ci è stato dato non ci appartiene e può esserci tolto da un momento all’altro. Ed è inutile che sbraiti, ti metti l’ansia, non dormi la notte e ti angosci. Mettiti in sujud, piuttosto, e dì: Lah ilah illahLlah, Mohammed rasulullah.
Questa è una cosa che fa piangere da matti: la nostra piccolezza, di fronte alla Sua meravigliosa grandezza e il fatto che è davvero inutile pensare di scappare, fuggire e mettersi in salvo dal Suo decreto.
Questa sì, è una paura sana, che fa piangere di spavento, ma anche di commozione no?
Ed è sempre un’ottima cosa aver occasione di piangere per questi motivi qua!
E invece l’atmosfera è demenziale. Tanto che ieri uno, quattro o dieci idioti sono riusciti a terrorizzare tutto il teramano, lanciando un allarme senza precedenti su un’imminente scossa con epicentro Giulianova e limitrofi, mettendo in allarme uffici, ospedali e ricoveri. Il tam tam di follia collettiva si è espanso in men che non si dica e ingigantito di telefonata in telefonata, fino ad arrivare al mio telefono, in quel di Pescara, lasciandomi inebetita, più che preoccupata, e presa più a meditare sulle debolezze psicologiche dell’uomo, che su una scientifica imminente catastrofe.
Di fronte alla malattia, di fronte alla possibilità di morire tra dieci minuti, di fronte alla povertà, all’indigenza, di fronte alle grandi prove della vita, il mondo di colpo si rovescia e chi fino a poco tempo prima ti era sembrato forte, ricco e potente si mette a piangere di paura come un bambino indifeso, purtroppo, a volte, senza capire perché e senza che questo gli serva a molto.
Az-Zalzalah, che Allah ne faccia un segno per tutti coloro che Lo cercano.
Sono sempre contentissima quando scopro il nuovo blog di una sorella sconosciuta. E’ come se, improvvisamente, mi si aprisse di fronte un nuovo mondo, un angolo inesplorato di una possibile me stessa che ha avuto una vita diversa ed ora si racconta e cerca di condividere un’esperienza, un sentire.
Quello che ogni volta cerco dentro queste piccole finestrine spalancate sulla vita altrui è soprattutto il dato vissuto, l’umanità più che la regola, il sapore di quella che è semplicemente una realtà diversa, un’esperienza profondissima dell’anima e non semplice e asettica propaganda.
Non ci si può mettere a raccontare l’islam avendo in testa esplicite finalità proselitistiche, cercando di addolcire una pillola che è già dolcissima di suo, ad avere il coraggio di provarla senza riserve, però.
Per questo i blog, nonostante tutti gli errori e le inesattezze e le fuorvianze che spesso contengono (…ehm, conteniamo, eh!!!) potrebbero essere un mezzo fresco e diretto di illustrare un legittimo punto di vista, anni luce distante dai luoghi comuni cavalcati da media, politici, spot pubblicitari e improbabili rappresentanze del nulla.
Era questo il sogno-progetto di an-nisa: raccontare, per frammenti, un mondo diverso, ma diverso solo perché è diverso lo sguardo del narratore. Una voce narrante composta da miriadi di voci che, pian piano o di colpo, cominciano a staccarsi dalla visione imperante tendente ad assimilare l’esperienza personale al back-stage di uno spot pubblicitario e a vivere intensamente e in maniera più profonda, accettando il bello, il brutto e il mediocre, nella convinzione che l’essenza non sia nell’apparire e, guarda, in fondo nemmeno nell’essere, ma nel divenire, nella prospettiva di un al di là che, anch’esso, non appare.
E invece come si sa ce li abbiamo anche noi i nostri luoghi comuni, le nostre cose raccontate come fossero manifesti pubblicitari o insegne di sconto sul banco del pesce al mercato. Spesso l’essenziale non riusciamo a dirlo. E non so perché non ci riusciamo. Certe cose non sono facili da raccontare. E’ che ti mancano le parole. Ecco, credo sia questo: non hai il vocabolario giusto.
Benvengano i post sui pregiudizi ossessivi, su come la gente ami denigrare l’islam e i musulmani, sull’islamofobia, sul razzismo e sulla manipolazione mediatica, sull’assenza della comunità, sulla farloccheria dei taluni ignoti che si vanno ad autoproclamare rappresentanti dell’islam italiano (Moderato, eh!! Boh!), sulla questione della rappresentanza, appunto, presa esclusivamente come “incarico politico” e per niente come “responsabilità” di fronte a tutti noi e di fronte a Dio, sul come è bello volerci tanto bene e su tante altre belle e brutte cose. Ma il punto non sta qui.
Perché l’islam non è un’appartenenza, una rappresentanza, non è solo un’identità.
L’islam è quello che ti capita, mentre tutto il mondo attorno a te sembra guardare altrove. E’ andare su una nuvola e mettersi a guardare il mondo da lì. Sì, su una nuvola. Ed è quello che ti succede ed è anche tutti i piccoli segni che tu ci vedi dentro a quello che ti succede, è la direzione che invochi, il cammino, la sosta, la meta. E’ quello che riesci a fare tu, non ciò che ti aspetti che gli altri facciano per te.
L’islam è il modello, quello che vorresti se e solo se, ma è islam anche il piccolo frammento che riesci a ritagliarti in mancanza della totalità cui ambisci, l’aver pazienza, il perseverare nonostante tutto, continuare a camminare nel deserto e nella polvere anche se non riesci a vedere l’orizzonte.
Ed è questo ciò che mi piace leggere nei vari blog e blogghetti.
E mi piace il confronto. Mi piace come ci si incontra e ci si scontra su certi temi, quelli che - e in fondo lo sai sin da subito - a crederci davvero, ti cambiano la vita. E mi piacciono anche le resistenze. Quelle che poi un bel giorno, dopo pianti, preghiere e invocazioni di ogni tipo, si sciolgono di colpo come ghiaccio sotto il rubinetto dell’acqua calda e tu non puoi farci proprio niente e alhamdulillah che non puoi farci proprio niente, perché è solo un’altra paura che se ne va. E ti ritrovi a non essere più quel manico di scopa che stavi diventando (tutta rigida di una rigidità che ti rendeva come imbalsamata) e, mentre il mondo attorno a te impazzisce perché non ti accetta e non ti accetterà mai nemmeno per sbaglio, a te sembra quasi di spiccare il volo per come sei libera, leggera e sicura. Per come sei consapevolmente in armonia con la creazione tutta. Musulmana, si dice per l’appunto. Una che si fida. E si affida.
Cascasse pure, il mondo.
Me la sono persa per strada, ormai, quella voglia di normalità che tanto mi premeva, quell'esigenza di non apparire diversa, la voglia di essere capita, da qualcuno, da tutti, e di starmene arroccata sulla soglia, un po' di qua e un po' di là. Adesso certo non mi sento più tanto normale, ma sono più o meno quello che sono.
Sono musulmana da otto anni e quindi da un sacco, un saccaccio di tempo.
Io lo misi per facilitarmi la vita, il niqab.
Perché sarebbe stato più facile e più accettabile – per gli altri – vedermi rifiutare i baci e la stretta di mano di un cugino, perché così non avrei combinato guai con la mia espressione sempre troppo cordiale e allegra e, forse, mi sarei ricordata di abbassare la voce nel parlare e soprattutto nel ridere.
La verità è che sono sempre stata un disastro, nel comportamento. E’ che sono troppo gioviale e mi scordo le prescrizioni e a volte mi rendo conto anche da sola di avere un modo quasi esplosivo di rapportarmi col mondo. E, quando tento di comportarmi islamicamente, faccio sempre un sacco di pasticci.
Sarà il retaggio culturale, saranno le abitudini, sarà il carattere endemico “forte e gentile”.
Così me lo misi: per auto-aiutarmi a praticare. E devo dire che la cosa funzionò alla grande. Indossandolo ne scoprii tanti altri benefici, ne trassi innumerevoli altre facilitazioni nella pratica e ne compresi pienamente il senso, la rahma.
Ciò che ricordo come un fatto terribile, invece, fu il “ritorno dal niqab”: questo spettro di 40 kg che, pantaloni larghi e camicione, cammina con uno sguardo spento e una perenne sensazione di inadeguatezza, mentre attorno tutti credevano che finalmente fossi stata liberata, che certo ora avrei potuto riprendere la vita in mano, che il peggio era passato. E invece erano tutti ciechi, perché non riuscivano ad accettare che io fossi molto più me stessa dentro quel niqab, piuttosto che dentro qualsiasi altro vestito e dentro qualsiasi altra vita.
Allora non avevo grilli per la testa. Conoscevo un solo grande Islam, che era sostanzialmente l’islam delle italiane che studiano: quello salafita, come lo chiamano o lo chiamiamo. Non sapevo niente di mondo arabo, Ucoii, GMI, Grande Moschea di Roma, Huda, Sbai, Pallavicini e varie e non m’interessava. Non mi preoccupavo dei patetici tentativi di diluire, rappresentare, usare e modellare l’islam per farlo piacere alla gente. L’unica cosa che m’interessava davvero era praticare nel miglior modo possibile e non potevo.
Ora, quella vita appena sfiorata mi pare una cosa lontana e impossibile e tutto ciò che faccio o che tento di fare mi sembra niente e non riesco a capire se è meglio essere fieri di quel poco o pretendere da se stessi di avere il massimo e di avvicinarsi quanto più possibile al “modello”, non riuscendoci comunque e stando male tutti i giorni tutto il giorno, perché per essere così dovresti essere quella, quella che eri, oppure riuscire a rimetterti dentro un niqab e quindi ricominciare da dove hai lasciato.
E invece sono solo una che ci sta provando, o meglio che ci sta riprovando, ma senza le illusioni della prima volta. Una che sa di dover vivere comunque il proprio islam sempre e solo in maniera isolata.
Una che ha bisogno di tempo. Di un sacco di tempo. E di tranquillità.
Una che, come sempre, ha paura di crollare da un momento all’altro, perché l’ideale si trova troppo distante dalla terra ferma e non è immaginando la vertigine che si riesce a spiccare il volo.
E’ che dal niqab non si torna mai veramente, nemmeno quando poi te ne vai al mare in costume e cerchi di comportarti come se niente fosse, imponendoti addosso la “normalità” degli altri, come se davvero fosse solo un abito – o una pseudo-nudità – l’essenza di quella vita lì.
Dentro di me, nel profondo, ho sempre continuato ad essere “un niqab”.
Che è una cosa che può sembrare abominevole a chi s’immagina che essere “un niqab” significhi essere una persona trasparente a cui non importa niente della bellezza, della cura del corpo e, addirittura, perfino della pulizia.
Che è una cosa pazzesca per chi crede che sotto un niqab ci sia una donna che subisce la vita e non decide niente e che non è capace nemmeno di pensarlo, un discorso sensato, tanto è culturalmente analfabeta ed ebete.
Che è una cosa incredibile, per chi è convinto che il niqab sia uno strumento per annullare la volontà e la personalità delle donne, uno scafandro in cui chiudersi e marcire, la tomba dei sensi e della libera scelta.
E invece no. Per me lo scafandro in cui chiudersi e marcire erano il due pezzi, il toppino, la canotta, l’abitino, i simboli della mia rinuncia alla vita e alla libertà, l’incapacità di poter decidere, l’impossibilità di scegliere.
Eh sì, dovevo apparire solare e felice tutta abbronzata dentro le mie magliette aderenti e scollate. Se ne potevano stare tutti belli tranquilli nel vedermi finalmente così normale e allineata al cliché.
Certo, lo so. Perché una dovrebbe continuare a parlare di niqab, se, per il momento, non indossa nemmeno il velo?
Credo questo sia solo lo specchio del modello che c’ho in testa.
Il fatto è che proprio non mi va giù l’idea di praticare una specie di cattolicesimo arabo in cui al Natale viene sostituito il Muled El Nabi e Souad Massi prende il posto di Joan Beaz.
Però questo poi significa non fare quello che fanno tutti e mettersi lì, ogni volta, a ricordare alla gente che questo è haram e quest’altro pure e questa è una bidà e questo è makrù e non tutti c’hanno la stoffa del gendarme e io men che mai, ché non so fare il gendarme nemmeno di me stessa e figuriamoci degli altri.
Insomma, il modello ce l’ho solo in testa e la mia vita è ancora così, come appesa, in bilico.
Solo una che ci sta provando, sono. E, in tasca, non ho ancora niente.
Nemmeno le briciole.
La casa non è messa benissimo, diciamolo. Ci ha piovuto per tutto l’inverno e a primavera, quindi tra poco, bisogna sistemare il tetto. Ovviamente fantasticavo di farci uscire una stanzina nel sottotetto (la mia specialità), oppure infilarci in mezzo un terrazzino, ma ‘ste fantasie è sempre meglio farsele venire per il rifacimento dei tetti altrui, perché nemo profeta in patria e per mio padre affermare la necessità di fare un buco in un muro è un’eresia che può portarti al rogo, e mica scherza!
Fosse per me però continuerei ad abitarci pure con le bacinelle in ogni stanza, ché già mi pare una svolta senza pari vivere. Vivere, sì, ho scritto vivere. Vivere e basta. Vivere nel senso che, finalmente, da quando sono qui, ho ricominciato a vivere e a respirare, perché prima mi sentivo in gabbia, prigioniera di una vita che non volevo e prigioniera per sempre, tanto che pure la mente mi si era atrofizzata a forza di pensare che questo non lo posso fare e questo nemmeno.
Adesso, ovviamente, potrei pure fare la fame sul serio (e se non trovo al volo altre due o tre pratiche veloci da fare subito il rischio c’è ed è pure impellente), però non posso e non voglio tornare indietro. E badate sorelluzze che se qua va male vi toccherà ospitarmi un mese per una, eh! Avvisate siete! Dai che non occupo tanto spazio e non do nemmeno tanto fastidio, ci portiamo pure il sacco a pelo, io e il fiore mio, insomma non vi preoccupate e statevi serene che organizzo dei turni intercambiabili infrasettimanali tra una sorella e l’altra. Va bene?
Parentesi minacciose a parte, vivere, dicevamo. Vivere che magari per tante persone è uscire in comitiva, andare in discoteca, frequentare gente e fare viaggi e cose così e che invece per me è starmene per i fatti miei il più possibile, alla larga da feste, riunioni e baldorie, farmi le preghiere in orario (grandioso!!!), leggermi le mie cose,lavorare in santa pace e non sentire la puzza del vino durante i pranzo e di limoncello durante le visite (dici niente!). Sì, certo, magari detta così sembro una mezza Shrek, l’orco misantropo che salva la principessa nella torre per cacciare tutti i personaggi delle favole dal suo stagno e vivere beatamente in solitudine… Conoscete la storia, no?
Ebbene sì, mi sento molto Shrek devo dire e ne vado proprio fiera. Ecco, finalmente posso fare l’orco e non sono costretta a stare in mezzo al casino e soprattutto a stare in mezzo all’haram per far piacere agli altri, perché lo vogliono gli altri. Finalmente posso starmene per i fatti miei e fare quello che voglio io, alhamdulillah! E quello che voglio è talmente poco e forse con un po’ di allenamento potrei volere ancora di meno e allora sì che una sarebbe felice, quando i bisogni indotti si allentano e quasi svaniscono e l’unico bisogno che resta, l’unico grande bisogno che resta e che cresce, diventa quello di adorare Dio. Adorare nel senso di fare e non fare, adorare nel senso di pregare e anche di pulire i pensieri e farli filare diritto. Adorare Dio, nel senso di seguire la Sua strada, senza farsi trattenere sempre ora da questo contrattempo, ora da quel cedimento, ora dal fatto che vuoi fare un piacere a Tizio e uno a Caio.
Sarò un’orsa. Orsa, antipatica e sgorbutica. E sarò pure egoista, guarda. Egoista e presuntuosa. Ma soprattutto, ecco, soprattutto ho bisogno della mia “integrità”, che se poi vai a vedere significa quello che significa e quindi sì, sono un’orsa antipatica, sgorbutica e pure integralista e questo lo sapevo già, anche se, per comodità, l’avevo voluto dimenticare. E invece così orsa sto bene, talmente bene che ho pure quasi imparato l’ottava sura (otto anni di islam = otto microscopiche sure imparate, bella media!!) e c’avrei pure la nona sulla punta della lingua, se m’impegno e Allah m’assiste.
Insomma, erano anni che non riuscivo più a imparare sure: è un grande passo, no? E quindi che dire? Alhamdulillah 33 milioni di volte. Alhamdulillah, perché le cose poi si aggiustano davvero e una non può restare per sempre prigioniera, latitante e clandestina, soffocando tutto quello che sente e che vuole in nome di un modello imposto dall’esterno, che tra l’altro fa pure acqua ovunque, molto più del tetto a colabrodo…
Ma perché non mi sono scelta un lavoro normale? Un lavoro da femmina, come ce ne sono tanti? Cosa succede?
Non saprei. E' che non ho più paura. Solo questo.
Per il resto all'apparenza sono quella di sempre: indosso jeans, magliette e giubotti, mi arrampico sulle scale a pioli dei cantieri e faccio lo slalom in mezzo al fango con gli stivolaoni di gomma, con i capelli al vento e le orecchie che si ghiacciano. Sorrido quando saluto la gente per la strada, perchè, anche se dal blog non si direbbe, io sono così: sorridente e sorridere è una delle poche cose che non mi devo mai sforzare di fare.
Però in più sono sorridente dentro e mi sento una a cui non può più succedere nulla di terribile, oppure una che ha un diverso concetto di cosa sia terribile, ecco. Una che non ha paura del futuro, una che se il mondo crollasse alzerebbe le spalle, una che va verso, una che s'affida e si fida.
Ricevo in pvt, rielaboro e pubblico:
La pazzia è:
1- volersi uniformare al mondo,
2- volerli fare tutti contenti, gli altri,
3- starsene a perdersi i pezzettini di sé.
La saggezza è:
1- essere sinceri con gli altri e con se stessi, cascasse il mondo,
2- seguire la propria strada, anche se questo può deludere le aspettative di chi ti circonda,
3- rimanere integri.
Pertanto l'islam non è una strada di pazzia, ma di saggezza.
Ovvio, certo. A volte, quando si è un po' confusionari nell'esprimersi bisogna stare a ribadire l'ovvio. Mi rendo conto.
T'esplode il cuore e non sai come. E ti chiedi come sia potuto succedere, per anni, stare così male e poi perdere le speranze e poi, poi davvero non farcela più. E cedere.
La fede è davvero una forma di pazzia. E non c'è fede nel voler essere "normali" a tutti così, nel volersi uniformare al mondo, nel volerli fare tutti contenti, gli altri, e nello starsene a perdersi i pezzettini di sé, con la scusa che l'islam deve essere una cosa possibile.
E invece no. L'islam è una cosa utopica.
Utopica, ecco.
E da morire mi arrabbiavo quando me lo dicevano. Non è islam, un islam solo sentito.
E nell'islam che si vive, poi, anche il sentire diventa diverso e davvero pieno.
Ma ti ricordi? Eh, sì. Finalmente ricordo.
Mi manca da morire, scrivere.
Scrivere tutti i giorni o quasi e raccontare, semmai abbia davvero raccontato qualche volta.
Scrivere e rifletterci su per capire il senso di quello che succede, che direzione prende la vita e vedere certi miracoli, certi segni, che se non te li fissi in mente annotandoteli subito sul taccuino del cuore poi nemmeno ti ricordi più di averli visti e la vita ti ritorna piatta, com’era quand’era senza Dio.
Improvvisamente il mio cielo ha cambiato colore e sono successe cose fino a meno di sei mesi fa inimmaginabili.
Oggi vivo da sola. Siamo io e il più bel fiore del mondo dentro una casa che abbiamo occupato e da cui possono sfrattarci da un momento all’altro. E difatti ci sfrattano di tanto in tanto, così, giusto per ricordarci che non è mai facile “scegliere”.
Oggi lavoro a casa e faccio il mio lavoro, quello che sembrava, per una donna, il più haram di tutti e che invece forse è uno dei pochi che si potrebbe anche fare in maniera lecita, organizzandosi un po’.
Oggi prego tutti i giorni e prego per lo più in orario. Ho ancora qualche problema col fajr nei giorni festivi, però me lo sono sciroppato puntuale per tutto il ramadan e ho visto che non si muore mica a svegliarsi la notte! Durante il giorno ci si sente un po’ più stanchi, ma anche più pieni. Di cosa non so dire.
Sapevo di dover solo aspettare e in fondo non c’è niente di difficile nell’aspettare, se ti fidi. Sapevo che ogni prova ha la sua durata, il suo tempo stabilito, e che è in quel tempo di attesa che la nostra fede si consuma e si logora. E si mette a repentaglio. Perché l’uomo è fatto d’impazienza e di fango e affoga in una goccia.
Non so se la mia prova è andata bene oppure è andata male. So solo che, proprio mentre affogavo, qualcosa – Qualcuno – mi ha ripescata all’improvviso.
Eppure appena in salvo, non contenta, ho ricominciato di nuovo ad affogare, in modi diversi, ma di nuovo ad affogare.
Se ci viene data un’ancora possiamo utilizzarla per salvarci, ma anche per attaccarcela al piede e andare a fondo. Ecco, avrei potuto andare a fondo e portarmi dietro qualcuno. Solo che, di nuovo, proprio mentre affogavo, qualcosa – Qualcuno – mi ha ripescata all’improvviso.
Non è facile tornare ad essere elio, dopo che sei stato piombo.
Fisicamente potresti stare a galla benissimo, ma è la tua mente che non vuole. Ti senti la testa pesante, pressata e colma di tutte le paure che hai collezionato negli anni, stordita da quelli che ingenuamente hai considerato come sbagli imperdonabili e che invece potrebbero anche essere semplicemente tentativi mal riusciti di fuga verso l’unica vita possibile.
Quella lì. Sì, dai, hai capito. Proprio quella.
Come: “Quale delle tante?”.
Quella. Non ti ricordi più?
“A stento. Mi ricordo a stento.”
Forse se vivi per anni sul fondo dell’Oceano e respiri solo grazie alle bombole d’ossigeno a cui sei collegato, inizi ad aver paura dell’aria diretta. Ma respirare si deve.
Respira, no? Cosa vuoi che succeda?
Forse arriveranno la tormenta, l’uragano e lo tzunami o forse ci sarà il sole e il mare sarà piatto e calmo e dipingerà riflessi d’arancio e d’argento sul grigio spento di una vita immobile e colpevole comunque.
Intanto credo sia utlile a tutti, musulmani e non, tentare di fare dei distinguo su ciò che è filologicamente islamico e ciò che non lo è.
Ora, tutti sappiamo che ci sono musulmani che si mischiano con i cristiani, con gli atei e con i laici e festeggiano Natale, Capodanno e Ferragosto e un sacco di altre belle cose e, se si volesse sostenere la teoria che è buono e giusto e islamicamente corretto farlo, si potrebbero trovare innumerevoli teorie a sostegno di tale comportamento. Il primo è senz’altro nell’assurdità di dover necessariamente subire in questo periodo una lacerazione emotiva così profonda tra quello che tu devi fare per Dio e quello che devi fare per chi ti circonda. Tutti attorno a te saranno tristissimi, perché sarai l’unica a mancare alle riunioni di famiglia, alle tombolate tra amici e parenti, alle visite d’interscambio, tipo oggi io vengo da te e ti porto il mio dono, domani tu vieni da me e mi porti il tuo. La gente che t’incontra per la strada, che manco si ricorda più se sei induista, musulmana o buddista, si accorge comunque del tuo imbarazzo, quando ti butta lì il suo augurio di sfuggita, insieme ad un ciao quasi urlato, con un entusiasmo che è come se stesse scoppiando il mondo di felicità, tutto insieme, tutto oggi e tu lì, con il tuo sorrisino a mezza guancia che a mala pena gli sbiascichi un ”ehm… buone feste, eh!”, certo pure questo per gli altri, mica per te. E sennò che gli dici, quando te la butta così?
Fai finta di non aver sentito, magari.
Oppure sorridi come un’ebete e non rispondi.
Oppure…
Sei ridicola, insomma.
Ecco, è così. Sei ridicola!
Diciamocela tutta, dai, senza peli sulla lingua.
E il rendersi conto di apparire così “ridicoli” è il miglior motivo per rientrare nei ranghi e archiviare definitivamente la sezione “come comportarsi rispetto alle festività non islamiche”.
Un minimo d’amor proprio, dai!
Eppure no.
Nemmeno l’amor proprio ce la fa. E continui a cercare di tenerti ancora in bilico tra questo e quello, come spezzata dentro. Spezzata per sempre.
Perché “spezzata” è molto meglio che integra. Perché “spezzata” significa che un pezzettino d’islam c’è ancora lì dentro. Sicuro, è il pezzo che dà fastidio. Ma così è.
Vuoi rinunciarci solo perché ti dà fastidio?
Comunque no. Festeggiare Natale non è islam… Per favore, eh! Il “Natale islamico” no, vi prego!!
Poi – ovvio – ognuno regola i fatti propri come vuole e come può e chi gli dice niente?
Ci troviamo su una zattera traballante e ognuno di noi affoga in problemi diversi, quindi non mi pare il caso di mettersi ad additare chi, per questioni personali, festeggia cosa e insieme a chi altro.
Facciano pure. Però non venissero da me a dirmi che io “posso” accettare regali, festeggiare Natale e Ferragosto e alzare la cornetta del telefono per chiamare uno ad uno tutti i parenti e conoscenti che hanno regalato pacchi e pacchettini a mia figlia e non a me, solo per bypassare il “rispetto” che di tanto in tanto potrebbero anche dimostrarmi, attenendosi alle richieste che più volte ho espresso a riguardo – e non è stato facile, vi assicuro, prendere i parenti ad uno ad uno e spiegare questo e quest’altro - e magari ringraziare vivamente – ringraziare pure - per avermi ignorata e snobbata per l’ennesima volta e per avermi, in sostanza, calpestata senza nemmeno accorgersene, senza porsi il problema di come farà mai una donna musulmana dentro una comunità non islamica a dare alla propria figlia l’educazione che vorrebbe, se tutti continuano a prendersi la licenza di considerare questa piccola famiglia autonoma e, per scelta, “diversa” come inglobata all’interno di una famiglia più grande che è quella istituzionale, fatta di usi e costumi fissi e consolidati, ai quali occorre necessariamente adempiere non per affetto, ma solo per una questione di identità e appartenenza.
Probabilmente, se Natale fosse solo una festa cristiana, i non cristiani non sarebbero coinvolti con questa forza e con questa violenza, come se, ma guarda un po’!, fossi tu a non rispettare gli altri con il tuo volertene stare per i fatti tuoi!
Per come la vedo io, la richiesta che viene fatta è esattamente quella di “testimoniare” di appartenere ancora in qualche modo ad un certo mondo, che non solo da parte islamica viene definito “disonesto e ipocrita”, o come viene definito, appunto. Un mondo che, come dice giustamente Enrico nei commenti, non è cristiano, protestante o cattolico, ma è “un'orgia consumistica” che s’innalza sulla gente, sulle religioni, sulle differenze razziali e culturali in nome di un’uniformità d’intenti che deve necessariamente andare al di là delle differenze, che proprio “deve” far diventare tutti uguali e allineati affinché il sistema capitalistico globale che ci ingoia tutti ogni giorno possa continuare a sopravvivere.
Certamente è un problema etico che potrebbe anche essere laico, perché no? Però per me è un problema islamico non perché non voglio festeggiare le sante feste cristiane per amore di scontro di religioni, ma perché sentirmi in dovere di farlo per me significa essere costretta a fare una cosa che non dovrei fare. Insomma, una non beve vino, non mangia maiale, non si fa le sopracciglia, non mette lo smalto e poi fa festa a Natale?
Ehm…
Non mi pare il caso di capovolgere la sunna solo perché vogliamo bene alla mamma e alla nonna e, se preferiamo festeggiare Natale per far loro piacere, non stiamo certo facendo una cosa islamica, anche se stiamo facendo una cosa carina nei confronti delle persone a cui vogliamo bene.
Beh, pazienza! Non è mica grave, dai!
E' più grave non pregare, non portare l'hijab, dare la mano e i bacini di saluto ai non mahram e un'infinità di altre cose quotidiane per chi vive "normalmente".
Già!
Ora, non so se si è capito, ma il mio personale interrogativo non è se Natale sia una festa cattolica, pagana o scintoista o per quale assurdo motivo “la mia religione mi condiziona così tanto da mettermi persino in conflitto con la mia famiglia”.
Quello che mi chiedo io è, invece, per quale misterioso motivo il mito dello “spirito natalizio” debba annullare completamente il buonsenso delle persone fino a mettere la gente in conflitto con chiunque non abbia voglia di adeguarsi al cliché natalizio.
Se la mia famiglia si vuole mettere in conflitto con me “obbligandomi” a fare cose che non voglio, non sono certo problemi miei e non posso sentirmi in colpa per le fissazioni degli altri!
E sì, certo: “O voi che credete, non prendete per alleati i vostri padri e i vostri fratelli se preferiscono la miscredenza alla fede. Chi di voi li prenderà per alleati sarà tra gli ingiusti”.
Ovviamente cerco di comportarmi in base a ciò in cui credo io, a prescindere da ciò che credono mio padre, mia madre, mia nonna e mia zia. Li rispetto con pienezza, o almeno ci provo. Cerco di comportarmi con pazienza, anche se spesso le mie esigenze di musulmana vengono calpestate e ignorate. Insomma, ci provo a comportarmi islamicamente.
Certo non sono una musulmana esemplare e, se lo fossi, sarei migliore con i miei genitori, ma nello stesso tempo sarei più “retta” e più decisa nelle mie scelte, non scenderei continuamente a compromesso con chi mi sta vicino e non mi apparirebbe un atto di rispetto nei confronti degli altri rinunciare ad applicare le mie prescrizioni religiose per farli tutti contenti, ma mi apparirebbe un atto di irrispetto nei confronti della mia persona e di Dio il fatto che si osi pretendere da me una simile rinuncia.
Insomma rimettiamo le cose al loro posto, per favore. La mia vita è già abbastanza confusa così com’è e se ne parlo su un blog è proprio per chiarirmi e raccontarvi di un islam reale, fatto di cose belle, cose brutte e cose apparentemente innocue, magari anche stupide e poco importanti, che poi quando le perdi ti rendi conto che ti stai perdendo tutto e che quell’islam a cui tenevi tanto ti sta scivolando pian piano tra le mani e non sai più che devi fare per impedirgli di scapparsene via, per impedirgli di lasciarti lì da sola, senza più nulla. Vuota.
Perché succede proprio questo. Non è che “si parte da accettare un centrino e si arriva dritti all’inferno”. E’ che tu, per far tutti contenti, oggi rinunci a questo e domani rinunci a quest’altro e arriva un momento in cui ti sembra che il tuo islam può fare a meno di tutto e puoi non pregare, puoi metterti in bikini e puoi pure andare a cena con uno che non è musulmano e pensare di viverci insieme per sempre, immaginandoti proiettata in un futuro che sarebbe come un limbo, in cui il tuo islam sarebbe dell’anima e basta e pensare che sì, dai, forse va bene, forse si può vivere per sempre una vita così, dentro un islam soffocato.
E’ che tu, per far tutti contenti, rinunci all'unica cosa che fa contenta te e non capisci nemmeno perchè lo fai.
Agli inizi di dicembre, come ogni anno, iniziano ad arrivare. Pacchi, pacchetti, pacconi, cesti pieni di qualsiasi cosa, confezioni di caramelle, cioccolatini e cremini, giochi, saponi e profumi, dolci e dolcetti. Insomma, ecco, ci risiamo. I regali.
Lo sanno tutti che io non li voglio. Continuo a dirlo. Da anni, continuo a dirlo. “Non-li-vo-glio!”
“Ma non sono mica per Natale, eh!” Nooooooo… Sono per Pasqua.
Ci sono cose che davvero non capisco. Le persone più care, quelle che dovrebbe conoscermi meglio e rispettare le mie idee – e la mia religione, soprattutto, come io rispetto la loro, eh, a costo di rovinarmi la mia – continuano a ritenere la mia persona quasi come “roba loro”, come se noi si fosse tutti un unico clan che, per forza, deve seguire pedissequamente un cliché stabilito una volta per tutte alla faccia dei diritti umani minimi dell’individuo.
Mah!
Insomma, dai. Per una volta guardiamo in faccia la realtà.
Ora, modestia a parte, io mi ritengo un raro esempio di islam perfettamente integrato e tollerante. Non sono una che prende e si mette a fare la preghiera ovunque capiti, non impongo alle persone che cenano e pranzano con me di togliere dalla tavola vino e salumi vari, a costo di tenermi la nausea e smettere di mangiare quando gli odori sono davvero insopportabili, proclamando con un sorriso che non ho più fame e pazienza, non vado in giro tutta bardata, quindi le persone che mi conoscono e si fermano a parlare con me o a salutarmi – poverini - non si vergognano di me e, se a Natale e a Pasqua imperterriti tutti continuano a farmi gli auguri, rispondo – pazientemente da anni – “Io non festeggio il Natale (o quello che è), invece auguri a te, visto che è una festa tua”. Però tutti continuano a farmi gli auguri. E i regali.
Per anni non me li sono presi, i regali. “Guarda, non ti offendere, io il Natale non lo festeggio, così ti ringrazio tanto della maglia, della sciarpa, dei guanti o del bagnoschiuma, ma il mio puoi darlo a mia sorella, sai. Magari cerca di ricordarti l’anno prossimo, risparmiateli ‘sti soldi, no?”.
Anni sono passati, anni e anni. E oggi ho già la casa tutta piena di regali di Natale. Per me, per la piccola e pure per i jinn del bagno, guarda.
Non è che sia haram prendersi i regali, intendiamoci. Invece la preghiera va fatta in orario anche se ti trovi in un luogo pubblico, il vino e i salumi sul tavolo bisogna chiedere di toglierli, noi si va in giro tutte bardate anche se i parenti poi si vergognano di girare con te e gli auguri di Natale non si danno.
Per i regali no, non c’è nessuna prescrizione a quanto ne so, quindi se te li fanno puoi pure pigliarteli e fartene ciò che vuoi. Però io i regali non li voglio. E mi sembra di parlare con i muri. E mi dà fastidio che di ciò che chiedo a nessuno importa niente.
Perché non dovrei sentirmi esasperata? Per quale motivo dovrei trattenermi dallo sclerare e fare brutto a tutti? Perché non dovrei chiudermi in casa con mia figlia per un mese e non aprire a nessuno, sfondassero pure la porta? Ma c’è per caso un dottore che prescrive la cura “regali di Natale” a chi ha il raffreddore, come unico e insindacabile metodo per guarire da ogni male influenzale?
Lasciatemi perdere, no?
Fatevi le vostre feste in pace e ci si rivede il 7 gennaio, quando è finito tutto ed è passata pure la sordità, magari.
Ecco, adesso per favore, spiegatemi cosa c’è di tanto bello nell’essere musulmani perfettamente integrati. No, spiegatemelo, perché io davvero non capisco.
Il problema è che – integrati o no – sostanzialmente siamo alienati comunque, chi più chi meno.
E’ inutile stare a raccontarci frottole giganti.
E’ che una, al posto di cercare di integrarsi, potrebbe semplicemente fare ciò che islamicamente deve e basta. Probabilmente le mie cose andrebbero molto meglio se, al posto di fissarmi sui regali, decidessi di pregare dove sono ovunque sono, chiedessi di togliermi le cose che mi puzzano da sotto il naso, girassi comunque bardata e chi se ne importa e m’imponessi di non dare gli auguri e rispondere picche a chi me li fa. A questo punto i regali potrei spudoratamente prendermeli e vendermeli su ebay, che m’importa?
Però no, se mi comportassi così non sarei più una musulmana “integrata”.
Certo, sarei un po’ più musulmana, magari. Ma integrata non credo proprio.
Perché una musulmana integrata è una musulmana che si integra in mezzo agli usi e costumi di quelli che la circondano e sennò con cosa dovrebbe integrarsi?
Probabilmente sarei una musulmana più tranquilla, più dolce e più paziente e riuscirei anche a comportarmi molto meglio con i non musulmani, perché al posto di sentirmi integrata mi sentirei rispettata ed il rispetto è molto meglio dell’integrazione, perché l’integrazione è sempre una forzatura. Una specie di violenza che si fa sulle persone che, per un motivo o per l’altro, non si adeguano al cliché.
Comunque il problema non è mio, ma di chi interagisce con me.
A me la gente va bene così com’è. E mi sta bene che festeggino tutto quello che gli pare: Natale, San Gabriele e il dio Fauno. Facciano un po’ come gli pare.
E mi trovo perfettamente a mio agio con i non-musulmani. Ho amiche davvero care, ho cugine per cui stravedo, ho zie a cui racconto tutto e zii su cui posso contare. Non sono di quelli che hanno paura di sporcarsi di kufr a parlarci e a riderci insieme, non sono una che teme di perdere le proprie convinzioni islamiche se si mette a leggere un classico della letteratura inglese o tedesca, una che poi se li è scordati o fa finta di esserseli scordati i testi delle canzoni di De André o le poesie di Prèvert, non m’interessa starmene nel mio bozzolo protetto a contemplarmi la vita che vorrei, rinunciando a vivere quella che mi è stata data. Però attorno a me sono in molti a sentirsi minacciati dal mio “grado” di islam. In molti hanno come paura che da un momento all’altro il “grado” si alzi e che la pace – la loro pace – finisca. Sì, a volte ho proprio l’impressione che sia tutta una finzione, che fanno solo finta di sopportarmi, e che l’islam integrato che si auspica sia semplicemente quello che non deve esistere, quello che viene soffocato.
Manderei tutto all’aria, si sa, ma io non posso decidere di non “integrarmi”.
Non puoi svegliarti una mattina e dire: “eccomi, da oggi faccio così”, con una figlia da mantenere e il rischio che ti chiudano in una stanza e non ti facciano più uscire, perché sei pazza.
C’è che gli amici si rassegnano di più e quelli che ti rimangono sono quelli a cui interessi perché gli interessi e basta come persona, a prescindere da dove si va quando si esce o quando non si esce e dalla scuffola che porti in testa. Magari lì per lì ti guardano strano, ma poi si abituano, oppure cambiano strada quando ti vedono e va bene uguale, dai.
Con i parenti, nonostante l’affetto, è tutto più difficile.
Non riescono a farsene una ragione, se tu proprio non ci vuoi andare al loro pranzo di Natale!
Ma saranno fatti miei, o no?
Miei e di mia figlia.
E invece no. Mica la vuoi privare del mito di Babbo Natale e del panettone? Chi sei tu per toglierle il diritto di fantasticare come e quanto le pare? Chi sei tu per toglierle “lo spirito natalizio”?
Tutto il resto poi è un colpo al cuore. Rischiano l’infarto solo a vederti pregare velata. “Ma come? Dopo tutto quello che è successo???” “E sì, ti ricordi?, Sono rimasta musulmana, dopo quello che è successo, mica ho cambiato religione” “Beh sì, musulmana, ma… integrata, mica hai intenzione di rimetterti quel coso, non venirci più a trovare e farti di nuovo rinchiudere in casa da un islamico barbuto con la sciabola? E questa bimba, mica hai intenzione di mettere il burqa anche a lei?? E’ così piccola e delicata!! Devi lasciarle fare la sua vita, devi.”
Così, mentre io a quasi quarant’anni devo per forza fare la vita che qualcun altro decide per me, pena la clausura, la catastrofe, l’infarto di qualcuno o la clinica psichiatrica collettiva, mia figlia di sette anni scarsi deve avere il diritto di decidere che fare della propria vita, pensa te. Sono cose che mi lasciano davvero inebetita, queste.
C’era una volta una mamma single musulmana islamicamente divorziata che viveva dentro una famiglia cattolica in cui si era stabilito che la mamma single avrebbe dato alla propria figlia un’educazione islamica, in cui – si sapeva – non ci sarebbero state Pasque, Natali e Ferragosti e che, nonostante tutto, nessuno sarebbe morto di crepacuore, tantomeno la piccolina.
Un bel giorno il Natale arrivò e tutto quello che era stato stabilito – insieme alle promesse di rispetto reciproco e confronto e dialogo e a un sacco di altre bellissime paroline dolci - andò a farsi benedire alla faccia della mamma single, della piccolina, della carta dei diritti e del Vangelo.
Il problema non è l’integrazione ma, da entrambe le parti, il rispetto delle regole comuni, degli accordi che si sono stipulati, spesso alla luce di un certo senso etico che è anche un senso religioso. E da entrambe le parti ci sono quelli che le rispettano, le regole, e quelli che se le scordano. A Natale, se le scordano tutti, chissà perché. E pensare che sono tutti più buoni, dicono. Sarà.
Per un amore che passa, dopo che è passato ritorni uguale a come eri prima, se non ancora più lontana e più arrabbiata. Non continui, per anni, a sognare la stessa cosa, anche senza di lui e soprattutto senza.
Però è utile avere qualcuno che ti dice di non preoccuparti, che penserà a tutto, che non ti ritroverai da sola sotto i ponti col niqab, che le cose andranno bene, vedrai, fai dua’. In quei momenti tu pensi solo a fare quel che devi fare, a cogliere quelli che ti sembrano i segni della via diritta e a prendere al volo tutte le opportunità che ti si presentano davanti per andare verso Dio, a saltare burroni, fare capovolte, esercitarti nel triplo salto mortale con giravolta. E se ami il marito che Allah ti ha mandato, tanto meglio! Ringrazi Dio e vai avanti di cento passi al posto che di uno, specie se il tipo dimostra di poter essere altrettanto coraggioso, anche se forse non lo è o forse sì e chi lo sa.
Il problema è il confine. Perché ci sono confini che permangono, nonostante le capovolte. Il confine tra te e i vari mondi che ti circondano. Il confine tra te e lui. Il confine tra quello che sei tu e quello che vorresti essere o diventare, prima o poi, e quello che non vorresti diventare mai.
Nessuno porterà il peso di un altro. Se qualcuno pesantemente gravato chiederà aiuto per il carico che porta, nessuno potrà alleggerirlo , quand'anche fosse uno dei suoi parenti. Tu devi avvertire solo coloro che temono il loro Signore in ciò che non è visibile e assolvono all'orazione. Chi si purifica è solo per sé stesso che lo fa e la meta è in Allah. (18 -Sura XXXV Fâtir -Il Creatore)
Ci sono tanti modi di essere musulmana: si può essere amicone, entusiaste, esplosive e coinvolgenti, come Amina , oppure studiose, precise e rigorose, come Mujahida Muslima. Quelle come Mujahida fanno sempre la parte delle estremiste esagerate, come se l’islam di cui parlano fosse uscito da un personalissimo incubo notturno. E invece no, non è così. Mujahida studia, traduce e s’informa e parla – forse un po’ spigolosamente - di un islam che spesso viene definito “estremista”, ma che in realtà è solo “colto”. E’ un grosso bene che esistano blog come il suo (e come quello di Azizah, di Deborah e di Aisha F.) in cui una va e si documenta. Il vero problema poi è il modo in cui questo “islam colto” viene proposto, troppo spesso senza tener conto delle reali condizioni e possibilità della persona a cui ci si rivolge. Il dibattito dovrebbe concentrarsi sul come fare ad applicare alla realtà di tutti i giorni le cose che sono state scritte per altre epoche o in riferimento a musulmani che vivono in paesi più o meno islamici, in condizioni completamente diverse dalle nostre. Invece, riguardo alle pratiche proposte in questi testi, noi non facciamo altro che accantonarle – e qualche volta anche bannarle come estremismi – oppure ritenerle obbligatorie, indispensabili per praticare l’islam tutto intero. Eppure nessuno ha detto che bisogna aderire e basta, aderire alla cieca. Ogni persona è un caso a sé. Non si può pensare che l’islam sia una formula magica che trasforma te e tutto ciò che ti circonda e ti permette di vivere in un mondo incantato, in cui i problemi che incontri sono gli stessi che avevano i Sahabah (r). Noi non abbiamo quei problemi lì, ne abbiamo di nuovi e quello che prendiamo dai testi deve servire alla nostra vita, ad affrontare le sfide, i problemi e le prove che abbiamo noi, non a diventare la copia di qualcuno che è morto secoli fa e di cui non sappiamo quasi nulla.
Il mio cammino islamico è iniziato in modo anacronistico, perché per me volevo un islam totale e perfetto. Non ammettevo cedimenti, sconti o bidà. Qui non c’entrano mariti cattivi e violenti, fuori di testa coi neuroni scoppiati, pazzoidi patentati e sviati di ogni ordine e grado che t’impongono di fare questo e quello, perché gli gira così. Togliamoceli di torno una volta per tutte, questi possibili inconvenienti del percorso e cerchiamo di fare un’analisi lucida e quanto più possibile scientifica. Certo, il tipo ci metteva del suo (e non vi dico cosa ché davvero fa troppo ridere e rabbrividire, altro che jinn nei tubi!!), ma la sostanza era quella. Non si festeggiano i compleanni, non si danno gli auguri a Natale, si buttano via tutte le immagini antropo-zoomorfiche, non si guardano mai le persone dell’altro sesso negli occhi manco quando ci parli eccetera eccetera eccetera. E comunque, anche per chi non vuole fare l’esagerata, occorre convenire che almeno non si va al bar, non si dà la mano agli uomini, non si sta nello stesso tavolo in cui la gente sta bevendo vino e poi non si va dall'estetista, a meno che non sia musulmana, non si indossano gioielli se non sotto i veli e potrei continuare all'infinito con l'elenco delle cose.
La teoria comune a tutti i musulmani è più o meno questa: più cose fai e meglio è e più la tua fede è visibile e vera. Non sei obbligato a fare tutto, ma proprio tutto, però non puoi non riconoscere che la pratica è sempre un bene. Mi pare sia più o meno un postulato, però a me sembra un postulato carente.
C’è qualcosa in più che ci viene richiesto, oltre alla pratica, qualcosa che noi non vediamo, ma che si acquisisce attraverso di essa e poi diventa il Requisito, Al Furqan, quello che davvero ci salva? E se ci accorgiamo che al posto di avvicinarci a questa specie di “chiarezza della mente” a questo requisito che ci salva, ci stiamo allontanando sempre di più dalla meta perché la pratica sta diventando un’ossessione, un vizio, una malattia, non faremmo bene a fermarci un attimo e guardarci dentro e chiederci dove stiamo andando e perché? Non ci sono forse dei gradini, dei livelli, che a saltarli poi sballa tutto e, al posto di diventare un musulmano praticante e decente, ti ritrovi ad essere solo uno affetto da un’acritica sindrome di pratica compulsiva?
E come facciamo ad accorgerci di non essere noi quello, il praticante della forma, schizofrenico e instabile, ma apparentemente impeccabile, perché autoritario e saccente? Esiste una porzione di manuale dedicata a come non perdere il senno e l’equilibrio, per il troppo zelo?
Nemmeno per amore di un uomo puoi aderire e basta, aderire alla cieca. Per amore di un uomo non puoi e non devi chiamare islam una cosa che per te non lo è, anche se non solo lui ma tutti - proprio tutti - ti dicono che sì: è quello. Che ne sai tu? Accetta e vedrai che andrà tutto bene.
E invece no. Possono essere in cento, mille o diecimila a raccontarti frottole e possono portarti hadith e versetti, per dirti che loro hanno ragione e tu no. Chi ha una malattia nel cuore se la gira come vuole. Ma l’islam non è mai imporre, fare ricatti, sputare sentenze, essere rigidi con chi ci sta attorno e pretendere questo e quello, perché sennò.
L’islam è pazienza, comprensione, prendersi per mano e andare verso. Capirsi, consigliarsi reciprocamente, studiare insieme senza arroganza, ascoltarsi, sentirsi, sopportare i difetti, avere pazienza, pazienza, pazienza e non dimenticare mai che non siamo noi a perdonare i peccati.
Mi rendo conto di sembrare dura come un manico di scopa e che in tutte le mie critiche e puntualizzazioni e selezioni e precisazioni non si riesce a vedere altro che rifiuto di abbandonarsi all’islam in quanto tale. Ma non è così. Io semplicemente mi rifiuto di essere complice di una qualsiasi strumentalizzazione del concetto di islam che ne snatura completamente il contenuto, per giustificare prassi e soluzioni ricorrenti, all’interno della ummah, che di islamico non hanno proprio nulla.
Perché mi pongo il problema? Perché esiste. Non so quanto sia ricorrente nella vita quotidiana delle comunità reali. Ma esiste e invece non dovrebbe esistere se davvero fossimo musulmani decenti. Il minimo, eh!
I due mari non sono uguali: uno di acqua fresca, dolce, da bere e l'altro di acqua salata, amara, eppure da entrambi mangiate una carne freschissima e traete gioielli di cui vi adornate. E vedrai le navi solcarli sciabordando, affinché possiate procurarvi la grazia di Allah. Sarete riconoscenti? (12 Sura XXXV Fâtir -Il Creatore)
Io credo che, essenzialmente, occorra navigare. Che non c’è islam nel bere la religione tutta d’un fiato e tanto meno c’è islam nel non avere più domande. Nonostante l’islam, continuiamo ad essere umani e a sbagliare e cadere e cadere. Ognuno di noi ha delle cadute che sono solo sue e deve correre dei pericoli che può correre solo lui, ma spesso è proprio il “correre pericoli” che ci salva, lo stare affacciati al davanzale piuttosto che nel bozzolo, il dover vivere ciò che non vogliamo – il kufr - per forza, e il pensare a volte di poterlo anche scegliere, pur non chiamandolo più kufr. Sperimentarlo, assaporarlo, analizzarlo… e poi vedere che no. Non si può. Non io.
Da queste parti, invece, lungi dal denigrare
Ma che me ne importa, dai. Non si può continuare a raccontare l’islam alla gente parlando per codici incomprensibili, per versetti e frasi fatte e basta. Tra noi magari possiamo pure capirci, ma non siamo un circolo ristretto, un club o una setta iniziatica e farsi capire dagli altri non è haram, sconsigliato o condannabile, anzi. Poi, a forza di fare sempre e solo quelle che si adeguano a un copione, si finisce che non ci si capisce nemmeno tra di noi.
“…Andavo in giro con un bosco al posto delle sopracciglia, indossavo gonnone e camicione, facevo la figura della cretina ogni qualvolta conoscevo una persona nuova perchè se sei maschio non ti posso dare la mano, non mettevo piede in un bar manco per comprare il gelato a mia figlia e se lo facevo poi ci stavo male un mese, giravo con gli occhi abbassati per non incrociare lo sguardo degli uomini, mi leggevo tutti gli ingredienti di ogni alimento e se andavo a cena da qualcuno magari mi alzavo dal tavolo prima se c'erano sul tavolo maiale e vino, generalmente non ci andavo proprio, a cena, o al cinema, o al mare, o alla festa di tizio e vivevo come uno zombi sognando il momento di diventare velata e islamicamente maritata in modo da non avere più la necessità di fare una vita normale senza cose haram dentro. Ora, non me lo sono inventato io ieri mattina che noi non si va al bar, non si dà la mano agli uomini, non si sta nello stesso tavolo in cui la gente sta bevendo vino e poi non si va dall'estetista, a meno che non sia musulmana, non si indossano gioielli se non sotto i veli e potrei continuare all'infinito con l'elenco delle cose. Ci sono miliardi di hadith su tutte queste cose …“
Lo so che non vi sembra un grande sforzo, lo so che non vi pare alienante vivere così, perché è la vostra vita di tutti i giorni, quella che avete scelto e che fate tranquillamente, magari da anni. Ma la vostra è una vita con un contesto – una famiglia, una comunità, un marito, un riferimento – mentre la mia è una vita da marziani. Forse è questo ciò che da sempre sfugge e continua a sfuggire a chi ha fatto il grande salto e poi non è più tornata indietro, perché – alhamdulillah – gli è andata bene. Esistono i confini e non sempre sono luoghi di passaggio che si attraversano in un attimo. Spesso sono luoghi in cui si resta, in cui si abita, in cui ci si ritrova o si decide di stare.
Il confine è un luogo che si trova tra due mondi, un luogo con un sacco di finestre per guardare e parapetti bassi, da cui è possibile saltare di qua o di là da un momento all’altro. E’ un luogo pericoloso, il confine, un luogo che ti fa sentire straniero, escluso, rifiutato e solo comunque, un luogo che ti toglie l’identità e ti appanna la vista.
Ma è anche un luogo che ti permette di scegliere con criterio, il confine. Chi non ci passa – e non ci sosta – è destinato alla vita che ha o a quella che ha scelto impulsivamente in un solo momento, seguendo un istinto fugace. Chi ci abita passa ore, anni, a guardare i due mondi dall’alto e a desiderare ora questo, ora quello, ora quello, ora quello fino a sapere esattamente cosa vuole, magari senza avere il coraggio di volerlo completamente , proprio perché ha visto.
(Continua).
Dopo anni (e anni) sono ancora a caccia di risposte sull’islam. Non mi servono risposte generali. Quelle bene o male le conosco già e, se mi fosse stato dato di vivere come avevo scelto, sarebbero state più che abbastanza e non avrei avuto la fantasia, l’ardire e l’occasione di cercare e cercare ancora, come sto facendo.
Ultimamente, oltre ad essere a caccia di risposte, sono anche a caccia di domande. Più o meno quelle che si farebbe una musulmana qualunque, messa davanti ad una vita quotidiana che non è mai come tu la vorresti.
Fino a che punto devo praticare? Devo rivoluzionare completamente la mia vita fino a quando la mia religione non mi sembra se non perfetta almeno accettabile o devo accontentarmi di fare quel poco, sperando che arrivino tempi migliori, sperando che il vento cambi, che chi mi sta attorno capisca, che le cose diventino più dolci e più facili? Oppure ancora devo selezionarmi un islam più facile ritagliandomi i pezzettini di pratica che meglio si coniugano con la mia vita quotidiana e non ostacolano la mia immagine, il mio lavoro e la possibilità di sopravvivere decentemente in mezzo ad un contesto in cui l’islam va bene solo se è invisibile?
E ancora. Può esistere un islam decente restandosene beatamente in mezzo al kufr, facendo una vita più o meno “normale” e, se una tale possibilità esiste, è praticabile anche per le donne musulmane, oltre che per gli uomini?
E poi. E’ davvero possibile che, tra i musulmani, esista una scala di valore assoluta tra chi pratica di più e chi pratica di meno? Oppure, al contrario, è possibile che i musulmani siano tutti uguali agli occhi di Allah e basti dire “io credo” per entrare in paradiso? Oppure c’è qualcosa in più che ci viene richiesto, oltre alla pratica, qualcosa che noi non vediamo, ma che si acquisisce attraverso di essa e poi diventa il Requisito, Al Furqan, quello che davvero ci salva?
Inoltre. Quale sarà mai il discrimine, per noi che guardiamo dal basso, tra il praticante profondamente sapiente, equilibrato e saggio e il praticante della forma, schizofrenico e instabile, ma apparentemente impeccabile, perché autoritario e saccente? Come si fa a dar retta e far dar retta agli uni e fuggire e invitare a fuggire dagli altri?
E infine. Come si fa a presentare un islam fatto per gradi – e quindi fatto per gli uomini, visto che anche il Corano non scese tutto in una notte – se noi ce lo abbiamo qua tutto insieme, il pacchetto della Vera Religione prendere-o-lasciare?
Quando ero una musulmana niqabata che aveva tagliato tutti i ponti col kufr per vivere in maniera pura e totale il suo islam delle nuvole, mi dava un fastidio tremendo dover girare per casa hijabata in presenza del cognato e doverci pure pranzare insieme, allo stesso tavolo. Certo, non per il cognato, un fratello bravissimo, rispettoso e delicatissimo, ma per l’idea stessa che, dopo tutti quei salti mortali, dopo tutto quel barricarsi e stracciar via legami e rinnegare cose e , pure, trattar male la gente, ero ancora lì a dovermi gestire una situazione identica a quelle che avevo prima di tutto ‘sto cruento macello.
E’ che la perfezione della pratica in realtà è una cosa irraggiungibile e così deve essere. Ci sarà sempre qualcosa d’imperfetto in quello che facciamo, in quello che diciamo, in ciò che siamo. Ma inutile stare là a sentirsi in colpa, perché l’imperfezione non è un limite, ma una grandissima rahma che ci è stata donata. E’ ciò che ci permette di distinguere la religiosità dal settarismo, il cuore aperto da quello chiuso, la fede dalla follia.
(…Continua).
Sta lì e aspetta. Per anni aspetta in silenzio. Poi il momento critico arriva e non c'è verso. Succede d'improvviso, che una lo voglia o no.
Anni. Passati a rimproverarsi gli sbagli e a maturare paure. Anni a ripetersi che tutto doveva avvenire in modo diverso, che c'è bisogno di calma, pazienza e lucidità, che non serve a niente incocciare e puntare i piedi e intestardirsi e impazzire. Anni, e così tu adesso rimani lucida e stoica a guardare attonita questa vita che t'impazzisce tutt'intorno comunque, nonostante te.
E allora, dai, non era tutta colpa mia! Insomma!
E quindi? Che si fa?
Si rinuncia, si puntano i piedi, si parte di nuovo in quarta per l'avvio dell'ennesima catastrofe?
Ma certo. Potrei anche scappare a gambe levate e - perchè no? - decidere di non avere più niente a che fare con l'islam, i musulmani, i datteri e la luna nuova e vivermi finalmente serena e tranquilla la meritata kafiraggine in santa pace. Ma so già che non succederà. Che qualcosa, Qualcuno, verrebbe a prendermi per i capelli e non riesco a capire perchè. Che non c'è verso di dimenticarselo l'islam, non c'è modo di toglierselo dalla testa e gli anni passano ed io sto sempre qua, a vivermi una vita virtuale fittizia e nonostante tutto - la comunità che non esiste, i divorzi islamici non garantiti, le prescrizioni dettate a mo' di ricetta del medico - non mi schiodo e non mi rassegno e non c'è niente da fare. E, manco a farlo apposta, quando proprio sono esasperata e non ce la faccio più e tutto sembra come crollare, ecco che succedono le cose: un caffè amaro col limone spremuto dentro, una doccia ghiacciata, un cucchiaino di miele. (Menomale che c'è anche il miele).
E quindi?
Quindi una fa quello che deve fare e poi, per il resto, s'affida. No, aspetta, non capire male. Non nel senso che si fa trasportare dalla corrente come in un sogno, inconsapevolmente, seguendo più l'istinto che la fede. S'affida nel senso che s'affida proprio. S'affida, ecco.
Dici che così non si risolve niente? Vabbé, ma allora che fede sarebbe, scusa?
A intestardirsi e credere di farsi la vita con le proprie mani son capaci tutti, eh.
Potrebbe succedere da un momento all'altro, all'improvviso. Un Principe Scuro planerebbe a bordo del suo elicottero diafano sul tetto di casa mia e sarebbe un barbuto wahabita-salafita dai modi delicati e con in tasca l'hadith giusto al momento giusto e un po' di datteri.
E sì, sarebbe un barbuto wahabita perchè se una il proprio Principe deve sognarselo, se lo sogna come meglio crede e come le piace e a me piacerebbe così. Barbuto e wahabita. Soprattutto wahabita. Ehm... no, non è una parolaccia, dai.
Praticherebbe la religione tutta intera, il mio principe, e non a metà o a pezzettini e quindi, in quanto profondamente integralista, sarebbe pure uno che non ti si mette a rompere le scatole, chiedendoti di fare questo e quello, oppure - peggio - obbligandoti, ma mi lascerebbe libera di scegliere come, cosa e quando e magari tollererebbe anche che io possa continuare a chiedermi ogni tanto qualche perchè.
E mettendo da parte tutte le difficoltà pratiche, tipo come e dove parcheggiare l'elicottero sul tetto a falde di un palazzo storico, entrerebbe nella mia vita in punta di piedi, senza pretendere di sconvolgerla e terremotarla, senza distruggere nemmeno un soprammobile, perchè tanto non è di un bulldozer che ho bisogno, proprio no. A distruggere basto io, non mi serve chi m'aiuta.
Ecco, io penso che lì per lì sarebbe un po' difficile, soprattutto perchè non ho idea di quanto tempo potrebbe durare questo lì per lì. Io, con il jeans e la chioma al vento tinta di biondo, che corro da un cantiere all'altro, da uno studio all'altro e il tecnico comunale, l'elettricista, il piastrellista e il movimento-terra, col mio lavoro da maschio in un mondo di maschi e lui che, ligio al dovere islamico, applica la sunna intregale e non si fa sconti e manco ci pensa e le colleghe non se le fila di pezza. Alla faccia mia.
Io, con i soliti casini familiari, che combino un pasticcio dietro l'altro e mi sembra di dar pugni sui muri, perchè tanto non faccio male che a me, e lui, tranquillo, stoico e rigoroso, che va dritto per la sua strada luminosa e quasi mi sembrerebbe di sporcargliela, la strada, tanto mi pare integro e lontano e troppo perfetto per me.
Ma certo, se proprio devi sognarti un Principe, meglio immaginartelo appunto perfetto e anche troppo perfetto, che fa? Tanto è solo un sogno e mica devi meritartelo, un Principe così, quando prende e ti arriva nei sogni! Rilassati, dai!
E invece no. E che ti scopro ieri sera? Che ce li ho io, qui nella tasca, i riferimenti filologici che andavo cercando e che non mi sto inventando niente, perchè esiste un islam dolce e puro, anche nella "letteratura di settore". Una scintilla, e di colpo mi ricordo. E così mi sono andata a ripescare una delle letture preferite di ramadan e, toh, c'è tutto, almeno tutto quello che per il momento può interessare me e che, guardacaso, si accorda perfettamente al mio modo di sentire. Argomento in pole position nel mio hard disk, scaricato anni fa dal sito Islamiqra.
28 ramadan, ore 21. Seduta davanti al pc, con a fianco la bottiglia di acqua di zamzam, non ancora assaggiata, pensando a questa improvvisa e devastante scoperta di qualche giorno fa: interrompere il digiuno senza giusta causa comporta altri 60 giorni di digiuno e’ in più, potrebbe anche non essere perdonato mai. Io l’ho fatto. L’ho fatto ieri, dopo averlo saputo.- Mamma guarda che io voglio essere musulmana, ho deciso. E vabbe' forse mi perderò il prosciutto ed altre cose, ma anche i cristiani senza l'islam si perdono qualcosa...
E' bastato che qualcosa cambiasse nella mia vita, che arrivasse un uragano e il sole ricominciasse a brillare, che qualcuno le parlasse dell'islam dolcemente e che lei sentisse il calore dell'islam come qualcosa che unisce le persone e riempie l'anima di sakinah e non solo come quella regola dura che non fa che "impedirti di essere come tutti gli altri". Oppure è bastato che qualcosa, Qualcuno, le aprisse il cuore. Il cuore... Perchè sì.
E mi rendo conto - certo che lo vedo! - di invitarla in un mondo difficile e traballante, duro e complicato, in certi contesti più che altrove. Ma anche non posso fare a meno di ammettere di iniziarla ad una consapevolezza più intensa, più vera e più luminosa. Di stimolarla a vivere, a "vedere" e ad immergersi in un "sistema" talmente incomprensibile nella sua perfezione in cui non serve strapparsi tutti i capelli, sbattere i piedi per terra ad oltranza e dare testate sui muri per obbligare la gente a fare ciò che noi riteniamo necessario per loro. Un sistema in cui le cose non vanno mai come noi abbiamo deciso che vadano, ma, alhamdulillah, a volte infinitamente meglio di quanto abbiamo mai osato, anche solo lontanamente, immaginare.
Quanti takbir saranno necessari per tradurre in parole tutta la felicità - e la gratitudine - che provo?
*(fatemi il plurale di questa parola, per favore, io non sono capace!)
Questo blog è in pausa d'amor cortese e di ramadan. Di rivoluzioni lavorative e vasti progetti. Di demolizione e ricostruzione pc.
Spero il vostro ramadan prosegua bene. Il mio, alhamdulillah! E' proprio il caso di dirlo forte.
Sarebbe un cantante di fama internazionale. Sì, il padre di mia figlia sarebbe "attualmente l'unica alternativa a - metti - Ligabue".
Sul suo sito (che non linkerò mai e poi mai, dovessi fargli pubblicità!) - vabbe' sito, dai, quella paginina squalliduccia e caotica - così raccontano tutta la vicenda matrimoniale e islamica di questo divo della musica pop: "diventa musulmano sciita, e si affretta a contrarre matrimonii temporanei con tante ragazze, è circonciso e nel frattempo ha una figlia, (...),che ora ha 6 anni".
Stop.
In compenso, badate bene, e lo riporto senza correzioni ché certe delicatezze mi paiono proprio inopportune:
"l'estate dell'anno scorso andato 12 giorni in siria, ora sta per partire per 2 settimane in iran,paese che lui definisce la sua seconda patria...è abilissimo a far perdere le sue tracce, e non è per nulla attaccato a una città particolare, un paese, una persona di qualsiasi sesso, eccetto per Colui che lo ha creato..."
Sconvolta. Sono proprio sconvolta e allibita. E, se non fossi già senza un filo di voce e con il mal di gola a tremila e quindi già senza parole, sarei rimasta pure muta per un mese o giù di lì.
Pare un uomo meraviglioso, 'sto Mohammed Nicolino Alì versione rock che descrivono lì.
Una pagina che ad aprirla ci metti tipo un quarto d'ora, se c'hai almeno 1 giga di ram, grafica patetica, contenuto nullo, notizie false o, tutt'al più, contraffatte. La conferma che ormai basta un'operazione mediatica, e pure di bassissima portata, affinchè uno psicopatico diventi un personaggio mitologico della cultura pop internazionale! Preoccupante e disarmante.
E quasi mi stavo per innamorare di nuovo a leggere e ascoltare i nuovi versi di 'sto vip fantastico, così solo, ma così libero e artista, così impegnato politicamente e civilmente e poi, dai, così famoso!!
Ma pensa 'sto fiorellino mio! E chi ce lo doveva dire che c'ha un papà famoso che fa i tour, i contratti con le case discografiche più chic e che se ne va in giro per il mondo, acclamato e osannato da tutti?
E com'è che finora non mi sono accorta di nulla. Ma son proprio una pirla, dai, ma dove vivo?
Comunque prendo appunti, non si sa mai: una delle sue canzoni devolve parte del ricavato delle vendite ad una certa fondazione che si occupa - indovinate di cosa? - di bambini!! Sì, di bambini orfani e di bambini soldato.
Mentre sua figlia campa, si veste, gioca e va a scuola con il lavoro nero di una delle "tante ragazze", con cui avrebbe contratto uno dei tanti suoi "matrimoni temporanei" sciiti, lui - l'ex-barbuto sunnita filo-talebano - devolve il ricavato delle vendite dei suoi cd ad una fondazione tal dei tali che si occupa di bambini orfani e di bambini soldato. Ma bravo! Ed io che pensavo si fosse finalmente deciso a curarsi con mega-fleboni di potente anti-psicotico neuro-calmante! Ingenua che sono! E illusa.
foto: postrockinitalia.blogspot.com
E se fosse stato un marito bravo e se avessi potuto fidarmi e se le cose non fossero andate come sono andate?
Ogni giorno ci ho pensato. Per cinque anni ci ho pensato ogni giorno.
E se fosse stato non dico "bravo", - e mi pare davvero pretendere un po' troppo, visto che io brava non lo sono proprio per niente - ma che ne so, dai, almeno accettabile? Accettabile sarebbe stato fantastico, guarda!
E se, dopo tutto il finimondo, avessi avuto la forza di restarmene da quella sorella che mi aveva ospitata e coccolata prima del matrimonio e regalato i suoi vestiti, i suoi veli e il suo niqab più bello?
E se me ne fossi scappata, di nuovo scappata, quando davvero mi sembrava d'impazzire a vivere così, con i sabo', perchè non si dovevano vedere i piedi, i camicioni e guai se si scopriva un po' di polso, però comunque senza hijab? E senza equilibrio, soprattutto.
E se ci fosse stata una soluzione, una qualsiasi?
E se mi fosse arrivata un'altra possibilità, come ti arrivano, proprio quando è davvero ora che ci sia un'alternativa?
Il punto critico del disegno infinito.
E invece no. Non arrivava.
Passavano gli anni e no. Non arrivava.
Non facevo che pensarci. Per cinque anni non ho fatto che immaginarmi altro: un'altra possibilità, un'altra vita, una condizione che mi avrebbe permesso di vivere in "quel" modo, l'unico vero, l'unico giusto, l'unico possibile, almeno per me, almeno allora.
E chi sarei oggi, se le cose fossero andate come i miei presuntuosi desideri pretendevano che andassero? Una donna col niqab, certo, ma una donna cervellotica ed emozionale, dirompente e sorridente, tal'e quale a come sono oggi.
Dici di no?
E chi può dirlo?
Il fatto è che invece sotto quel meraviglioso niqab fui una persona notevolmente peggiore di quel che sono oggi.
Perchè assecondai le follie e le eresie che mi circondavano, nell'inceretezza che quello potesse pure essere islam, non si sa mai. Tutti dicevano che lo era. Chi ero io per contestare? Ci provavo, certo. Ma non lo facevo con la forza necessaria. Non lo facevo con determinazione, perchè mi ero proprio scordata come avevo fatto a decidere che l'islam sì e tutto il resto no.
Perchè calpestai tutti i miei affetti e ferii un sacco di gente, solo perchè dovevo fare tutto e bene e al diavolo tutti, tanto sono kuffar, che m'importa.
Perchè in un solo momento bruciai su un rogo tutto ciò che nella mia vita c'era di brutto, ma anche tutto ciò che c'era di bello, scordandomi completamente che islam è "discrimine", non "distruzione". O peggio, censura.
Il mio niqab lo ricordo come un intenso ramadan, durato tre mesi.
Un ramadan difficile e disperato, in mezzo a orde di shaytanin che se ne andavano in giro tra il bagno e le lenzuola e, chissà perchè, non ci lasciavano mai in pace. Pensa te.
E così mi rimane difficile pensare che l'islam degli altri sia tutto rose e fiori e fragoline. Sarà pure vero, che ne so?
Per me, allora come oggi e come sarebbe stato se fosse andata diversamente, il vivere islamicamente è una lotta continua, un dimenarsi tra la voglia di abbracciare il mondo tutto intero e amarlo infinitamente e il bisogno di lasciare tutto e pensare solo a me e a quello che fa bene alla mia anima, a quella sensazione di sakinah, a quando finisci di pregare e dici "Majiid" e piangi e sei contento.
Ma c'è da chiedersi se vale davvero la pena di distruggere, boicottare, censurare e bandire ogni cosa che non sia consona e di scavalcare cinicamente ogni ostacolo che troviamo sulla via, pur di assaporare, più e più volte, il gusto di quel momento: dire "majiid" e piangere contenti e soddisfatti, ma con delle colpe addosso che nemmeno siamo in grado di vedere. Perchè tanto il kufr...
"A volte è utile, una scatola - mi dicevo in questi giorni - Devo assolutamente trovarne una entro lunedì, infilarmici dentro e riuscire a ignorare tutto quello che succede attorno".
Eh sì, mica si scordano facilmente certe cose. Ci sono validissimi motivi, a volte, per aver voglia di vivere dentro una scatola, una scatola in cui nessuno ti tedia, perchè fai cose strane e non sei tu, dicono loro. E invece, col ramadan alle porte, ti sembra scatola tutto il resto: la colazione, il lavoro, il pranzo, la tracheite, chi ti dice che sei pazza, ma stai male, ma non mangi?, ma dai, solo un'insalata, e che ti fa un'insalata?, ma davvero nemmeno l'acqua? Ma che vuoi morire?
No, voglio una scatola.
Improvvisamente mi ricordo perchè era così comodo "stare dentro", a che mi serviva tutta quella distanza tra me e il mondo, perchè tutti quei paletti: bandire la musica, le immagini animate, i toppini, il bikini, il piercing e i bar. Quel bisogno di niqab.
Ma sei pazza? Vuoi annullarti? Come farai a vivere?
Mentre io continuavo a chiedermi come avrei fatto a vivere altrimenti, visto che sembrava tutto così difficile e c'erano ostacoli ovunque. Perfino pregare sembrava un'utopia. E allora lasciatemi perdere - mi ripetevo.
Il ramadan sta proprio lì, in mezzo a tutte quelle strane cose dell'islam che sono dettate da una ragione occulta - che apparentemente sembrerebbe follia pura e pure masochismo, se volete - e che però non ci vuole un vate per vedere che invece no: è una cosa bella e sana e fa bene all'anima e che, sì, varrebbe la pena di chiudersi in una scatola per sempre, pur di avere la possibilità di viverselo in santa pace e di gustarselo tranquillamente.
Oppure, ancor meglio, si dovrebbe avere il coraggio di sfondarla proprio la scatola e non essere più quella dell'islam e del ramadan e della salat e poi anche quella del lavoro, del mondo, dei parenti e della vita, ma un tutt'uno. E invece tutti, indistintamente, non fanno altro che chiedermi, implicitamente, di scegliere in quale scatola abitare.
Ci sono pure quelli che la chiamano incoscienza, questa cosa. Io la chiamo fiducia nel futuro. Fede. Tutt'al più tranquillità.
Non mi agitano le minacce, non ho paura della carestia, non penso mai al peggio. A tutto c'è una soluzione, mi dico, e nessuna sventura arriva per essere davvero tale. Magari è solo uno stimolo a guardarsi attorno, il segnale che qualcosa sta cambiando, che qualcosa deve cambiare, che non puoi sederti sugli allori e contare su ciò che credi ti spetti di diritto, perchè di diritto non ti spetta niente, sappilo.
E un po' tutto questo mi fa ridere e mi rende leggera.
La verità è che sono ancora e sempre troppo curiosa di vedere come va il mondo, di sapere cosa c'è dietro l'angolo, di osservare fino a che punto ci si possa stordire la coscienza tanto da ritenere che il tuo lavoro qualificato valga 1000 e il lavoro qualificato di un altro 0,00001, solo perchè quell'altro non sei tu.
Pazientemente aspetto, attonita, di vedere dove andiamo a finire. Fino a che punto.
E me la rido perchè, nel frattempo, rinunciando a questo e a quello, nonostante il lavoro nero sottopagato, mi sono coperta le spalle e le paure. Non ho molto, ma posso fare a meno di molto di più. Vivere serenamente in una specie di eterno ramadan ha davvero i suoi vantaggi e il vantaggio più grande è quello di abitare interiormente un mondo capovolto in cui non sono mai il più ricco, il più potente e il più cinico a vincere davvero.
Ho appena scoperto di essere diventata un libero professionista vero. L'ho scoperto per caso, chiedendomi come mai fosse passato circa un mese e mezzo dal mio ultimo stipendio e chiedendone motivo al mio capo. "Ormai sei un libero professionista, è ora che cammini con le tue gambe. Devono essere i clienti a pagarti, d'ora in poi, mica io".
"Ah!"
Certo, l'ho chiesto io. "Basta lavorare in nero!", ho detto. "Iniziamo a fare sul serio".
Convinta che fino a quando avrei lavorato per lo studio, sarebbe stato lo studio a pagarmi e che, solo dopo aver iniziato ad espletare i lavori degli incarichi, sarebbero stati i clienti. E invece no. Tu lavori per lo studio tre mesi e nessuno ti paga, poi lavori per i clienti e pure per lo studio un altro po' di mesi e nessuno ti paga, poi - sicuro - fai brutto a tutti e, a questo punto, forse, qualcuno ti paga.
Forse.
Peccato averlo saputo dopo aver buttato, a lavorare in proprio, i miei quattro giorni di ferie, ovviamente non retribuite. Tanto ormai posso lavorare in proprio quando voglio!
Beh, ci rifaremo.
Senza dubbio.
D'altra parte la cosa bella del professionista è questo essere anche libero. Deve pur voler dire qualcosa, quel libero, no?
E pensare che volevo fare la casalinga. Beh, anche il muratore non mi pareva male, a vent'anni.
Da più parti mi si chiede cosa ci trovo di così interessante negli attacchi apparentemente gratuiti di una kafira nei confronti della comunità islamica e si ipotizza una semplice manifestazione di grande amicizia, come se io fossi solita dimostrare l'amicizia dando ragione alla gente quando dice boiate.
Probabilmente sono anni che mi arrampico sugli specchi per modellare l'islam che mi circonda appiccicandogli addosso un senso critico, una carica speculativa, una voglia di interrogarsi.
Ci ho provato, riprovato e strariprovato, però ad un certo punto ho proprio perso la pazienza, perchè non si può fare comunella sulla sorellanza, come fossimo un gruppo di fans del club dei Tokyo Hotel.
Insomma, pensavo fossimo tenute a "fare l'islam italiano", noi, nel nostro piccolo. Pensavo fossimo tenute a dare alle sorelle e ai non-musulmani un quadro oggettivo e critico della situazione, un approccio intelligente. Credevo dovessimo fare ricerca e mai proselitismo sul nulla. Ero sicura che, come me, tutte le sorelle avessero un gran bisogno di riflettere sul cos'è essere musulmana oggi e su come si può e si deve interagire con il resto del mondo. Su quante e quali possibilità abbiamo di sopravvivere a prescindere da una intelaiatura di sottofondo e con quali modalità.
Invece, col tempo, mi sono dovuta convincere che questo tipo di ricerca interessa solo me. Mi son detta va be', pazienza. Mi faccio il blog intimista e scrivo post sulle mie zucchine, i miei pomodori e i miei cavoli.
Non è mica la fine del mondo. Ma è evidente che ciò non è possibile. La lingua batte dove il dente duole e pare andassi un po' come "riconvertita". Chissà perchè.
Guardate che pure io ho fatto di tutto per mettermi il cervello sott'aceto, in attesa dell'arrivo di qualche sapiente che mi venisse a disvelare cosa dovevo fare e come lo dovevo fare qua e ora. Ma un sapiente c'ha la vita sua, il suo contorno sociale, il suo status e non ha la più pallida idea di come si può vivere islamicamente la vita mia.
Ci stavo pensando qualche giorno fa a come mi sono "scoperta" musulmana, ad un certo punto, a com'ero musulmana quando non ero ancora "convertita". Poi mi hanno detto: ora basta pensare, scervellarsi, riflettere. Metti il cervello sott'aceto e d'ora in poi c'è un libretto delle istruzioni qua, nella tasca. E, per me, quello fu "convertirmi". Probabilmente non mi sono mai convertita abbastanza, perchè ho sempre dato spiegazioni, scientifiche o esoteriche, a tutto ciò che facevo. E non ho mai smesso di confrontare il libretto delle istruzioni con la vita stessa, dovessi perdere la bussola tra le righe che si accavallano, non si sa mai.
Lo fa in un modo irritante e a volte anche aggressivo, ma dal punto in cui si trova, dentro o fuori non m'interessa, tenta di dire sull'islam delle cose che mi ricordano perchè sono musulmana e perchè ha senso continuare ad esprimerlo.
E riflettere su ciò che dice non costa nulla, almeno a me.





Circa un mese fa, con un collega, mi sono ritrovata a visitare una chiesa neocatecumenale in costruzione. Impianto paleocristiano, filologicamente ineccepibile, sala ottagonale, campanile molto simile ad un minareto e cupola ottagonale in rame verniciato in oro, patio coperto in plexiglass, sale, celle e ludoteche tutt'attorno, matroneo nella parte superiore della chiesa non ancora accessibile e che, forse, diventerà definitivamente magazzino. Una struttura davvero molto grande, con dentro la casa del parroco ed eventuali abitazioni per volontari. Grandioso. Superfici lisce e bianche, vetro lucido a specchio, dall'esterno scorci panoramici e suggestivi, anche.
Tornando in macchina il collega mi fa: ti piace?
- Non so, credo di sì, è una cosa così "grande", e poi è una chiesa neocatecumenale...
Ci sono delle regole, pensavo, non è che progetti come ti pare, ti dicono dev'essere così e colì... Bisogna fare ricerche, mettersi a studiare com'erano le chiese dei primi secoli, analizzare, capire, vedere, cercare... Sì, è bella, mi piace credo, ma...
- Secondo me è fredda, sentenzia il collega. Inutile tergiversare, ha ragione lui.
Mi dice che l'architetto che l'ha progettata è uno che si occupa proprio di queste cose, uno che ne progetta a bizzeffe di chiese neocatecumenali, uno che ha studiato assai, uno che ha fatto ricerche, verifiche, approfondimenti, non un pinco pallino che improvvisa e che, sì, questo è esattamente ciò che la comunità richiede.
Questo genere di chiesa, va benissimo.
La comunità neocatecumenale vuole cose così.
Penso a Michelucci, alla chiesa sull'autostrada, a Le Corbusier che era ateo e pure antipatico da morire e a quando ho messo piede a Ronchamps e che a confronto perfino il Goetheanum da cui provenivo mi sembrava poco spirituale, quasi parlasse una lingua troppo cervellotica, rispetto a quella che ci parla dentro l'anima.
A me pare che l'islam di cui sento parlare da quando ho conosciuto l'islam stia diventando troppo come quella chiesa, una struttura con un impianto anacronistico, realizzata con materiali nuovi e che può suggerire, dall'esterno, qualche suggestione generica, ma che, di fatto, comunica ordine, regola, filologia, freddezza e, per niente, spiritualità.
Io non posso viverci dentro una moschea che fa a gara con il cupolone a chi arriva più su e non penso che le moschee di oggi debbano ripetere le forme antiche del Medio Oriente, ripeterne i fasti in certi ghirigori o merletti, imitarne l'impianto, la cupola, il minareto o il patio.
La moschea in cui abito è espressionista, organica e perfino decostruttivista. Potrebbe essere il legno e vetro, ma pure in ondulino o di terra, potrebbe avere decorazioni astratte, neodadaiste o informali.
Sottende un impianto antico, ma non lo manifesta. Ha forme contemporanee, fatte di curve e spigoli che si armonizzano in plurifonia, non in armonia.
Insomma, con niqab o no, vivo qui e ora, non so se mi spiego.
*Foto: da sin a dex - Grande moschea di Roma (Portoghesi), Chiesa di Ronchamps, interno e esterno (Le Corbusier), Goetheanum (Steiner), Chiesa sull'autostrada (Michelucci).
Nadia è una giovane marocchina, alla ricerca di una religiosità più pura e più vera di quel mix di moda e tradizione che fa dell'islam un'etichetta come un'altra, senza importanza. La capisco perfettamente, Nadia, e so di cosa parla. L'islam è un insieme unico, si dice tra di noi, o prendi tutto il pacchetto, oppure non hai assolutamente nulla.
Ragionamento impeccabile.
Può succedere però di dover scegliere tra l'islam che si vede e l'islam che non si vede. Per le neofite è normale dover fare questa scelta necessaria. Se sei fortunata ti sposi un arabo e anche se la tua famiglia ti sbatte la porta in faccia appena ti vede col velo in testa poi se ne fa una ragione quando nasce il primo batuffolino e non ce la fanno a resistere e ti si filano pure col velo e pazienza. Indossare il velo e vivere in casa con un marito musulmano significa anche essere liberi di praticare davvero: pregare in orario, studiare i tomi, mandarci tuo marito al bar a comprare il gelato, non dare la mano agli uomini ( enemmeno al notaio quando concludi un atto) perchè porti il velo e la gente ti capisce quando dici, "uè sono musulmana e la mano non te la do, arrangiati". Ti chiudi nel tuo bel mondicello e, sì, lo so che si sta bene, laggiù. Me lo immagino.
Ad altre però va un po' peggio. Come sapete, ci ho provato anch'io, ma poi, dopo anni che tutto era andato male, tra l'islam che si vede e quello che non si vede ho scelto quello che non si vede, perchè per me era più importante. Non li potevo avere entrambi, io.
Scappare - di nuovo - di casa, portandomi dietro mia figlia, dentro un mondo di cui non mi fidavo più e (forse) riuscire a praticare come si deve e a fare tutto ciò che ritenevo necessario?
Continuare a sperare di andarmene prima o poi e intanto vivere come una zombie, odiando tutto e tutti, perchè non potevo avere l'islam che dicevo io?
Oppure accettare la strada che Allah - SWT - aveva scelto per me e andare avanti ringraziandoLo in ogni momento per tutto quello che di bello e di brutto ho avuto e avrò dalla vita.
Alla fine, dopo averci pensato e sofferto per anni, ho scelto l'ultima opzione.
Ed ora sono in pace. Con me, con Dio e col mondo.
Certo, potevo scegliere questa via sin da subito. Ma preferisco le escursioni alle scorciatoie.
Condannatemi pure, qua e ora. Io non potevo giocarmi l'anima per la forma. E Allah ne sa di più.
L'obiezione che probabilmente viene da fare è: ma il tuo è un caso particolare, non puoi diffondere questo islam-fai-da-te sul tuo blog.
Un musulmano "vero" non va dicendo in giro che l'islam che non si vede è meglio! Non si può. E' haram.
Già!
Ma non è haram se sai che, in realtà, l'islam-fai-da-te è quello che si perde nella forma e dimentica la sostanza, quello che a botte di hadith è capace di fare e farti fare cose aberranti, quello che è un tunnel in cui il tuo pensiero non può più pensare, quello che è tutto haram e devi stare attento pure a come ridi, a come parli, a come cammini e a come appoggi la mano per terra. Lo sapete, no, che ci sono hadith che ti dicono pure come devi mettere la mano a terra quando ti siedi?
Credo di essere stata molto vicina all'alienazione e alla paranoia, in questi anni. Ho preferito essere una disadattata pur di non fare cose che ritenevo haram, anzi che SONO haram a tutti gli effetti, perchè così è scritto.
Ma che islam è un islam che ti costringe a diventare paranoico e disadattato, che valore ha, a che cosa porta veramente?
Io credo che dobbiamo essere "sani", prima di tutto. Il tuo islam non vale più niente, se nel frattempo sei impazzito e te ne sei andato sulla luna. Si condanna tanto il sufismo per questo, ma la pratica ossessiva fa lo stesso effetto della preghiera estatica, solo più devastante, perchè rovina anche gli altri, oltre che te stesso.
Il mondo soprasensibile non è un mondo popolato da esserini che sghignazzano e t'inseguono, mentre tu scappi, ma è un mondo fatto di forze che ci stanno dentro e ci stanno a fianco: la paura, la cieca passione religiosa, il vortice dei pensieri circolari sono demoni che possono portare le persone al delirio, facendo credere loro che, sì, l'islam è questo.
Ma no, non lo è.
Non so se esistono altri modi di arrivarci, ma io all'islam ci sono arrivata per via induttiva. Mi guardavo attorno e vedevo che la vita funzionava in un certo modo, che seguiva certe leggi. Quando ho scoperto che il Corano raccontava proprio questo e che forniva delle formule da seguire per vivere tranquilli, ho scoperto di non avere altra scelta, se non quella di vivere islamicamente.
Ovviamente non avevo la più pallida idea di che cosa questo significasse e lì per lì avevo capito bastasse seguire certe prescrizioni alimentari - che per me significava anche cambiare vita - e pregare. E fino ad allora vivevo felice, toccavo il cielo con un dito. Letteralmente.
L'uragano arrivò la sera stessa della shahadah: ora sei musulmana, copri il capo!
- Ehm... scusa, puoi ripetere?
Fu a questo punto che scoprii che, oltre a credere nelle evidenti leggi della vita e nell'evidente chiarezza coranica, l'islam consisteva anche e soprattutto nel credere che il tutto andava interpretato secondo una certa tradizione, sancita dagli avi. E' una prescrizione coranica l'hijab, proprio come la preghiera e il divieto di certi alimenti, ma io sapevo che mentre le prime due prescrizioni mi avrebbero salvato la vita, l'ultima me l'avrebbe distrutta. E così fu.
Mi convinsi talmente tanto dell'islamico dovere dell'indossarlo cascasse il mondo che scappai addirittura di casa per mettermelo in testa.
Sapevo di sbagliare. Mi rendevo conto che non era la scelta giusta. Che si trattava di una scelta di rottura totale, di "pazzia", ma credevo di "dover fare" questa scelta perchè così è scritto.
Non ero più una persona che sperimentando la vita ne trae dei principi e li applica, perchè li riconosce. Ero una che, accettando la religione come postulato, ne accetta ogni virgola.
Mi fu detto che oltre al Corano dovevo accettare anche la Sunna, la tradizione, i detti del Profeta tramandati fino ad oggi, opportunamente selezionati e interpretati da validi sapienti.
Nella sunna, all'epoca pareva esserci un po' di tutto, dalla politica al "genius loci". Occorreva, per esempio, credere che i talebani applicavano la sharia e che nel bagno ci fosse uno shaytan pronto a farti venire in mente brutti pensieri. Provenendo da una formazione "occulta", ero più scettica sulla prima che sulla seconda, sebbene non fossi per niente terrorizzata dallo shaytan del bagno pronto a sbranarmi i pensieri.
L'elenco delle anomalìe rinvenute era più o meno tipo questo:
Le minorenni date in spose ai cugini col doppio dei loro anni contro il parere del giudice tutelare. Il disprezzo per i cristiani, negato in pubblico e praticato in privato. Le donne che non si siedono a tavola quando ci sono ospiti, come nelle campagne egiziane, tra gli analfabeti. Le circoncisioni da incubo di italianissimi figli maschi portati, bambini, nelle macellerie marocchine anziché dal medico dell'ASL, come se l'esotismo da paccotiglia fosse "islam autentico". Le minorenni comprate nelle campagne arabe o nei campi profughi giordani e portate in Italia con la data di nascita falsificata a fare da prima o seconda moglie o chissà cosa. Il ricatto alle mogli sul velo e le pressioni - se non torture morali autentiche - perché lo rimetta se lo ha tolto. Il bacio dei piedi, le regole inventate a proprio uso e consumo, i trip perversi di decine e decine di italiani che, davvero, confondono l'islam con pulsioni sadomaso che basta Freud a spiegare.
E un sacco di altre strane cose, che io attribuivo acriticamente alla Sunna. E la Sunna non si discute.
Mi dicevano che era così, lo dicevano anche tra di loro, italiani e arabi insieme e a volte mi portavano pure gli hadith come prova. Credo tutti sappiate che ce ne sono a bizzeffe anche sulla liceità di picchiare la propria sposa e che ce ne sono a bizzeffe anche sulla non liceità, ma ognuno usa ciò che serve a lui, ovvio.
Per anni e anni credo di aver rimosso, perchè non volevo ammettere di aver sbagliato, perchè avrei voluto che quella vita tranquilla che andavo cercando, seguendo i dettagli e i rivoli di un islam che in realtà non era nulla, esistesse da qualche parte, magari in un paese arabo, in un luogo più islamico, tra i musulmani davvero d.o.c..
Ma poi il tempo passa e le cose ti succedono sotto il naso e al posto dell'analista che non ti puoi permettere c'hai il web e al posto dei ricordi che non ci sono più hai certe frasi, certe traduzioni, certe lettere di certe sorelle che - chissà come - anche se parlano di islam ti induriscono il cuore al posto di aprirtelo. Perchè?
Davvero, scusate, io non posso fare finta che non sia successo nulla, che tutto questo non sia mai esistito. Ci ho provato, fino a quando ho potuto, ripetendomi che era stato solo un caso, il mio, che no, non sono così, non siamo così. O che vabbé, ci saranno dei casi, mica no, ma non sono la maggioranza.
Il problema non è quanti casi ci sono, ma per quale motivo continuiamo a diffondere l'islam di maniera e non l'islam o a permettere che lo diffondano altri, 'sto islam maccheronico che non si sa da dove viene e che è.
Non credo si vada da nessuna parte, però, mettendosi a ridicolizzare il Sistersinblog. La ritengo una caduta di stile, una mancanza di rispetto fine a se stessa.
Io voglio ridermela, certo, ma su certe tragedie personali che, a ripensarci, è meglio raccontarle davvero come barzellette piuttosto che come quello che di fatto sono state: tragedie personali, appunto.
Andare ad attaccare un blog per le sue roselline e per i nomi "esotici" delle partecipanti, mi sembra serva solo a sminuire il contenuto del messaggio dell'Haramlik, mettendosi dietro un muro.
Certo, anch'io ho spesso la voglia di fuggire a gambe levate da questo mondo, dal mondo islamico italiano tutto quanto, perchè troppe cose sono lì a ricordarmi che non è cambiato nulla, che è un mondo fatto così, di finzione, di postulati cascati dal nulla sopra alla testa delle persone, di fantasmi, paranoie e superstizione. Ma poi, se scappo, chi ci dovrebbe venire al posto mio a rompere le scatole e a fare la guastafeste del bel mondicello islamico dove tutto sarebbe perfetto, se non ci fossero i kuffar, 'sti birbantoni?
...credere fosse per l'eternità.
Lei dice che ogni volta è così. Un amore finisce e se ne vanno via con esso pezzi di cuore, ma non solo cuore, milza, colon, stomaco, braccia, gambe e soprattutto pian piano se ne va pure il colore del sorriso.
- Ti ricordi che colore aveva il mio sorriso una volta, ti ricordi?
Il colore del Sole.
Le rispondo: aveva il colore del Sole.
- Lascio l'arena sempre un attimo prima della catastrofe.
La barca prima che affondi.
Menomale per te, le dico, ricordandomi di come m'è dolce il naufragare, quando s'affoga.
Ma poi passa.
Lo sappiamo entrambe che passa.
Entrambe lo sappiamo, come sappiamo che il sole sorge ogni mattina.
E passa proprio quando non ci credevi più che potesse passare e una sera improvvisamente ti accorgi di non pensarci già più e quasi ti dispiace.
Lei ogni volta trasloca.
Pacchi, borsoni e valigie e se ne va altrove. E ricomincia.
Credo sia meraviglioso, ogni volta, traslocare altrove la propria vita.
Mi piacerebbe averne il coraggio, oppure l'opportunità o la forza.
Invece io resto. Brucio le poesie e resto.
(Brucio le poesie perchè qualcosa deve bruciare al posto mio).
Eppure ogni cosa è per l'eternità: anche ciò che passa.
Anche ciò che brucia.
Il mio Chuck è un tecnoartista e si chiama Teodolite.
Lei: Teodolite, tesoro, perchè non apri il tuo tenero cuoricino e comunichi con me?
Lui: glock
Lei, disperata, gli manda sms romantici, luccicanti, duri, patetici, travolgenti, amichevoli, odiosi, arrabbiati, mielosi, isterici, volteggianti, teneri, pregevolmente fuorvianti... e lui?
Lui: glock, glock
Adesso, per favore, chi ne ha idea mi spieghi, cortesemente, che cosa dovrebbe farsene una donna di un uomo... ehm, di un Teodolite, per la precisione.
Vi ascolto, eh: glock, glock, glock.
Ci sarebbe poi da spiegare per quale assurdo e mistico motivo una neofita islamica seria e anti-politicamente impegnata decida un bel giorno di cambiare rotta e mettersi a scrivere esclusivamente dei fatti propri. Pare, tra l'altro, sia normale in periodi di recessione e di decadenza che la gente si ritiri a vita privata e non abbia più grandi cose da dire.
Effettivamente tutto il mondo è in crisi, l’Italia sta andando a rotoli, l’Abruzzo di più ed io sono a pezzi.
E, siccome sono a pezzi, non me la sento più di parlare dei grandi temi e di dove sta andando il mondo e a poter ritrovare il filo dei fatti miei mi parrebbe già una conquista strepitosa.
E' andata più o meno così: un bel giorno, guardandomi alla specchio, mi sono accorta che no, non era cambiato proprio niente in tutti questi anni. Non è vero. Non sono “un’altra”, non sono mai diventata quella persona che ci si aspettava che io diventassi.
· Non ho imparato a controllare le emozioni;
· non ho appreso a ragionare con lucidità;
· non sono riuscita a capire fino a che punto sia utile costringersi a far a meno di qualsiasi cosa e di qualsiasi vezzo;
· non sono stata in grado di attuare le strategie lavorative, sociologiche e affettive, islamiche e meta-islamiche, sulla cui teorizzazione ho lavorato per anni;
· non sono stata capace di costruirmi una storia d’amore islamicamente lecita e tollerabile;
· non sono stata capace di scegliermi una storia d’amore che avesse qualcosa a che fare con l'amore;
· in sintesi, l’islam non mi ha cambiata veramente dentro, mi ha solo “paralizzata” per anni e, appena la vita mi è riesplosa sotto il naso, ecco che... e che islam sarebbe un islam che serve solo a paralizzare le persone? Se ti paralizzi - se ti reprimi e basta - il vento della vita che hai chiuso nell'otre ti travolgerà di sicuro, quando la sua stessa pressione interna lo libererà.
L’ho vissuto intensamente, il voler essere musulmana a tutti i costi: capricciosa e testarda, sbattendo i piedi e i pugni chiusi dappertutto, pur di “fare l’islam vero”. E così mi è sfuggito un dettaglio, apparentemente innocuo e cioè che – dai! - “la vita andrà bene, fa niente cosa succede”. L’essenza della fede, tutto sommato.
Ecco, io ricomincerei da qui. La vita andrà bene, sì.
Da ragazzina scrivevo poesie. In certi periodi ne scrivevo a valanghe, a volte anche piangendo, perchè scrivere poesie è una cosa che a volte fa piangere.
Un giorno le ho prese e le ho bruciate tutte insieme, perchè erano pagane, sensuali, pretenziose e perchè - ero convinta - fossero haram.
Eppure scrivere poesie era l'unico modo che avevo per salvarmi la vita. E davvero, è stato utile.
A me pare sia stato quello, l'inizio. Andarsene.
La shahadah che vale, quella delle azioni coraggiose, fu riprendermi in mano la vita e non preoccuparmi di quello che avrebbero detto i musulmani e non preoccuparmi di quello che avrebbero detto i cristiani, gli atei e i buddisti.
Scappare.
Più lontano possibile, scappare.
Noi due, da sole, scappare.
Avvolte nei nostri rispettivi mantelli rossi, mettemmo in valigia hadith, profumi, veli e teorie, per tornare, forse ancora troppo inconsapevolmente, ad affrontare la vita, quella vera.
M'inseguiva, tuttavia, quella voce. Quella che diceva che non ce l'avrei mai fatta ad essere una "buona musulmana" senza tutto il contorno che avevo lasciato lassù, perchè non avrei mai potuto fare questo e quello, si sa.
Lui, il Nicolino, non faceva che ripetermelo: "Se te ne vai di qua sarà finita per te. Altrove non ci sarà che fuoco, vedrai!"
Altrove, infatti, c'era un lavoro da cameriera in una pizzeria, che ovviamente non era halal, ma era l'unico modo di guadagnare qualcosa, dopo che il bravo marito perfetto musulmano aveva dilapidato tutti i miei averi, compreso il fittizio mahr che era stato costretto a darmi.
Incinta, sottopeso, confusa. Mi sentivo talmente debole, svenivo.
Non avevo le forze, non avevo direzione, non avevo motivazioni.
Però avevo un fiore, di cui prendermi cura.
E la vita può ricominciare benissimo dal prendersi cura di un fiore.
Mia cugina si sposa. Un matrimonio alternativo, uno di quelli che non funzionano come tutti gli altri. Lei a fare il viaggio di nozze ci va prima di sposarsi e la festa col buffet la fa tipo due giorni dopo, in mezzo alla campagna, tutti jeans e scarpe comode e magari pure chiuse, che è meglio.
Però indosserà comunque un vestito da sposa bianco e, in jeans e maglietta poi, inviterà sulle 150 persone.
Kebab (forse pure halal) e porchetta per par-condicio tra i cugini tutti.
Insomma, dai, nessun eccesso, se vogliamo.
Ma io non posso fare a meno di ripensare agli inviti scritti sulla carta a quadrettoni di un block notes, strappata a mano:
Sofonisba Khadijah e Nicolino Mohammed sono lieti di annunciare il loro matrimonio e di ricevere amici e parenti presso un certo locale ( a circa 800/1000 km di distanza da dove abitate), per offrire tè e biscotti.
Amici e parenti, felicissimi, iniziano a tempestarci di telefonate.
Fortunatamente ancora non sanno che il mio abito da sposa sarebbe stato tutto nero con velo e guanti blu e niqab, anche. Nero, ovviamente. Il 16 luglio.
Sarebbe stato il 16 luglio, sì, e tra qualche giorno festeggerei il mio settimo anniversario di follìa, alienazione e totale appiattimento emotivo. Non certo a causa del niqab, che sia chiaro.
Poi qualcosa - Qualcuno - mi ha salvata. Non so come.
E sette anni passano così. Ogni anno apparentemente uguale all'altro, ogni giorno intenta a scordare e a ricordare ancora un po'. Ogni giorno lottando per ritornare "normale" e togliermi dalla testa tutte le assurde fisse del mio Mohammed-Nicolino che ancora riecheggiano nella testa e rimbalzano qua e là, amplificate da un analogamente alienante comunitario vociare di sottofondo, tanto che ancora non riesco a distinguere bene la cosa che posso chiamare islam da quella che potrei più precisamente intitolare nicolismo et similia, o giù di lì.
E sette anni passano così, praticamente fermi, nella convinzione di aver sconfitto per sempre i demoni dell'altra vita, quella di prima: la passionalità, l'istinto, la testardaggine, la ribellione, la tracotanza, l'impazienza, l'impazienza, l'impazienza...
E poi invece arriva un giorno che non è uguale a tutti gli altri, in cui la vita ricomincia il suo corso e fluisce, come se non si fosse fermata mai e, nonostante le favole che ci siamo raccontati, risulta evidente che quei mostri continuano a starci, perchè il nemico che teniamo fuori dalla fortezza non è per niente un nemico sconfitto.
- E dimmi, come va con Giovanni? Vi ho visti insieme l'altra sera...
- Ma niente... Veramente non avrei nemmeno voglia di uscirci, ma devo dimenticarmi di Andrea e non so come fare. E poi, sai che ti dico, bisogna farli soffrire gli uomini, come fanno loro con noi. Sto diventando cinica, però vedo che funziona: meno li consideri e più ti stanno dietro.
...
- Ti ho beccata sul messanger ieri, ma poi, mi sono distratta un attimo e già non c'eri più...
- Ma no, è per Andrea. Se mi vede che sono sempre lì disponibile, se lo chiamo, ci becchiamo in chat, se ci parlo non va bene, non va per niente bene. Lui deve sapere di avermi persa. Gli uomini si rendono conto di amarti o di averti amata solo quando si accorgono di averti persa. Per questo mi faccio vedere sempre in giro con altri, faccio la sostenuta e, quando ci incontriamo, non gli do mai troppa confidenza.
- E dici che funziona?
-Sì, sono sicura di sì. Sta già inziando a rosicare! Sai l'altro giorno...
...
Più o meno così, tutti i venerdì sera e i sabato mattina per circa o un mese o giù di lì. E insieme al corso di certificazione energetica mi sono sorbita pure quello sulle teorie d'amore. La ragazza del treno parlava ad alta voce e gesticolava con le sue tre amiche e mi ricordava quand'eravamo tipo in dieci a fare più o meno gli stessi discorsi, a teorizzare sugli uomini - vabbé, sui ragazzini, dai -, a tentare folli esperimenti per trovare un ineccepibile metodo di conquista e non eravamo mai contente. E pure noi, in dieci o giù di lì, arrivammo più o meno alle stesse conclusioni della tipa del treno, senza renderci conto, in fondo, di essere state piantate in asso dal nostro stesso rigore logico-matematico, perchè, se è vero che gli uomini imparano ad amarti solo quando ti hanno persa, o quando sanno che non ti darai mai completamente, o quando tu non sei o non sei più innamorata, allora semplicemente non potrà esistere nessun amore mai. Nessun amore corrisposto, almeno.
E poi un giorno ti svegli e scopri di avere una teoria d'amore tutta tua e nuova, che però funziona solo a lungo termine, se ce l'hai la pazienza e la voglia di aspettare, e che ha più o meno l'aspetto di un'equazione a più variabili, che va dal quarto grado in su.
A volte quasi dimentico che, prima di nascere, il mio fiorellino aveva anche un padre.
Un padre che aveva già deciso quale doveva essere il suo nome, quali giochi comprarle, con quali colori vestirla e quali sogni avrebbe dovuto proibirle. Un padre che l'avrebbe amata se e solo se entrambe fossimo state alle sue regole, rispettando tutti i suoi superstiziosi capricci.
Non ho idea di che razza di amore sia, un amore messo così male. Arriverà il giorno in cui il mio bocciolo si chiederà se lui l'ha mai amata, oppure no. E allora, certo, non potrò essere io a rispondere per lui.
Non so cosa succederà dopo. Se andrà male, però, saprò più o meno che cosa dirle.
Che "nessuno è obbligato a tenersi un padre che non ci ama".
Che, per ognuno, esistono - devono esistere! - amori più grandi di quelli di sangue.
Quando sei convinto che tutte le cose del mondo abbiano una loro ragion d'essere e che nel vivere esistano sempre un verso e una direzione, non è molto facile accettare quegli eventi che da quel senso, da te soltanto supposto, paiono deviare irrimediabilmente.
Credo sia per questo che una prende e si mette a scrivere e scrivere e scrivere. E a leggere, anche.
Per rintracciare i legami che non si trovano più, per appiccicare le cose tra di loro, in maniera sorprendente, meravigliosa e inaspettata, per rendere belle le cose che, lì per lì, ti sono apparse bruttissime, per accettare la vita così com'è, perchè è nella vita quotidiana di ognuno che si cela il senso di tutto e non altrove.
Cambiare prospettiva, diventare - di colpo - leggeri, riuscire a volare sulle cose della vita, sugli avvenimenti e sui desideri e, dall'alto, riconoscere la propria strada che, tortuosa e lambiccata, continua, nonostante le valanghe, gli uragani, le tormente e gli aridi paesaggi che, in certi momenti, appaiono all'orizzonte.
Devo sembrarvi una a cui vanno strette le scarpe, ultimamente.
Eppure ci sono. (Ci siete). A spasso per il web, tra i vari percorsi, voci e pensieri che si rincorrono l'un l'altro, parole che sembrano partorite dalla stessa mano, dalla stessa mente... Qualcosa che sembra scritto da me. Qualcosa che mi fa ricordare com'era La Luce di Ciò che non so più guardare.
Mi manca la meravigliosa scintilla che c'era nella fede, prima che cominciassi a vivere la fede. Mi manca quel vedere. Di colpo, vedere.
No che non è la stessa cosa, dopo. Non è uguale quando ci si perde in mezzo a tutto quello che devi fare "per essere musulmana", dimenticandoti che basterebbe, semplicemente, essere quello che sei, qualunque cosa tu sia. Come successe allora, quando saresti potuta scappare dall'altra parte del mondo, ma non saresti mai riuscita a fuggire al tuo destino che, chissà come e perchè, si chiamava islam e non - perchè no? - monismo.
Il Corano che lessi nel 2000 era il punto di arrivo di una ricerca spirituale e filosofica che aveva attraversato molti luoghi del pensiero e molti luoghi dell'anima e ascoltava e accoglieva, attraverso la parola scritta, metafore che riecheggiavano nel profondo. Ovviamente c'erano dentro il fare e il non fare, l'istanza di separarsi da una vita che mi stava naufragando sotto il naso, il desiderio di togliersi le vesti in cui avevo abitato fino ad allora per farmi avvolgere da un'aura di protezione che sarebbe stata, per me e per gli altri, non la mia nuova identità, ma solo una forma di consapevolezza più alta. E invece no. Stavo semplicemente per passare ad un nuovo ruolo stereotipato, ad una nuova maschera identitaria, ad un nuovo mostrarmi. Certo - lì per lì - era più un qualcosa di astratto e vago che, però, divenne tangibile appena dopo la shahadah. C'è sempre una distanza tra quello che tu capisci di dover fare e quello che gli altri ti dicono di dover fare. E quanto più accetti quello che ti dicono, tanto più perdi te stessa e il contatto con L'Assoluto.
Si dice che il Corano comanda a tutti le stesse cose, ma io non credo sia possibile che altri abbiano letto lo stesso "ordine" che ho letto io, perchè Quel Libro parlava della "mia" vita e ci ho visto disegnato dentro strade e strettoie, angoli bui e remoti, scale, androni e ponti levatoi, nuvole e cespugli, personaggi del mio mondo.
Quanti personaggi del mio mondo ci avranno visto gli altri?
Era come dialogare con Chi ha disegnato la propria vita.
Non era un dictat: era un consultarsi.
E invece, in tutti questi anni, credo di essermi solo distratta dal centro, da quel centro che toccai allora, limpida e veramente consapevole, ma solo per un attimo. Subito tornarono le nebbie, ma non me ne accorsi. Mi abituai a quella fievole luminosità che trapelava tra l'umidità diafana. E quelle nebbie, sbagliando, le ho chiamate islam.
Si parlava di "confini", stasera, all'aperitivo filosofico dell'associazione studentesca.
Confini tra la vita e la morte, confini tra gli spazi, tra i territori e tra i mondi dell'anima. Pensavo al blog, alla mia vita quotidiana, ai mondi plurali, e mi vedevo come affacciata sui mondi degli altri, tanti mondi diversi, viaggiare sempre ai bordi dei miei confini, per forza ai bordi, perchè, no, io non posso permettermelo di chiudermi dentro un confine e di scandirmi un'identità e sono strafelice di non potermelo permettere.
Pensavo potesse essere un mondo aperto, il mio. Non voglio smettere di ascoltare. E di continuare ad essere sempre un po' extra-terrestre e un po' no.
Sono passati quasi tre anni da quando - quasi sbalordita - mi ritrovai a lavorare in uno studio di progettazione, con la paura che prima o poi tutto questo mi avrebbe deviato in qualche modo dalla "Via".
Se oggi penso a quella che ero allora, non posso fare a meno di ricordarmi di quant'era pesante quell'ossesione e quant'erano forti la paura di fare qualsiasi cosa e quel rifiuto del mondo, quella reticenza ad andare avanti, quel volersi fermare e basta, quasi la vita stessa fosse una specie di colpa.
E invece poi la vita ti travolge e basta. Le cose ti succedono, il mondo ti cambia sotto il naso e pure il cuore ti cambia e non è detto che deviare da quelle che credevi le "regole" significhi deviare dalla "Via".
Non mi va, davvero non mi va più, di vivere col senso di colpa addosso. Colpa di che, scusa? Non sarà la pesantezza a tutti i costi a condurmi in paradiso...
Non so se si chiama islam, spirito di organizzazione o tradizionalismo autoctono. E' solo che, nonostante i miei gusti abitativi, in fondo non credo che avrei molti problemi a vivere in una casa di campagna in un certo luogo montano, nonostante il freddo e le difficoltà del guidare con la neve. Ci sarebbe anche l'odore della primavera prima o poi. Non può essere sempre inverno! Probabilmente sarebbe anche meglio, per gli eventuali quattro-cinque figli, vivere almeno con dei nonni vicino, tra l'altro.
E non mi pongo il problema perchè devo trasferirmi in qualche posto.
Era solo che, siccome sono sveglia da due ore e non riesco a riaddormentarmi, volevo un attimo scriverlo che qualsiasi posto potrebbe diventare meraviglioso se ci si potesse vivere serenamente...
Se fosse un ambiente sereno, fatto di gente serena, gentile e che ti tratta bene, senza paranoie in testa e senza fronzoli.
Non credo sia un luogo geografico, insomma, la serenità.
· Quando, per esempio, di pregare hai proprio voglia e non lo fai solo perché devi e riesci a procurarti il tempo felicemente e senza traumi.
· Quando non t’interessa fare tutto, ma far bene quel poco, senza starlo a sbandierare ai quattro venti.
· Quando metti da parte l’elenco della spesa [1] per ricominciare da capo piano piano, come ti dicevano gli arabi, mentre tu non gli davi retta, perché “sai quante bida’!” e presuntuosa che non eri altro.
· Quando ti ricordi che essere musulmana non ti esime dall’essere una persona gentile e gradevole e magari anche eticamente corretta. Possibilmente, sì, corretta.
· Non farsi le sopracciglia;
· entrare in bagno con il sinistro;
· un metro di hijab, almeno;
· non ridere in pubblico;
· non salutare i kuffar;
· non parlare troppo forte;
· non incrociare lo sguardo di un passante;
· non incrociare lo sguardo dl tuo interlocutore, se è maschio (e come si fa? E non lo so, ma si fa così e quindi si fa! Va bene si fa!).
Mia figlia ha deciso di diventare cristiana. A cinque anni e mezzo - o giù di lì - ha deciso. Sarà cristiana, perché così potrà mangiare prosciutto. Sì, è per il prosciutto.
- Ma davvero?
- Davvero-davvero.
Poi la sera prega in arabo con me.
- Ehm… in arabo?
Sì, in quella lingua lì: l’arabo maccaronico che le ho insegnato io, il maccarabico, diciamo.
Mi ricorda il fratello della mia amica ex-tedesca che a 14 anni decise di diventare cristiano per farsi la cresima e ricevere un sacco – ma proprio un sacco – di regali. Gli altri fratelli, forse, erano protestanti. “Forse” non perché non so com’erano, ma perché non lo sapevano esattamente neanche loro. Comunque la cresima non se l’erano fatta. Fessacchiotti!
Ecco, io adesso, da buona musulmana, dovrei strapparmi tutti i capelli, sbattere i piedi per terra ad oltranza, dare testate sui muri.
Per dire.
In realtà dovrei impedirle di mangiare prosciutto con ogni mezzo possibile, credo.
- Sennò che musulmana sei?
- Sennò che musulmana sono?
E invece, impotente, la guardo mangiarsi il suo crostino col prosciutto. Beatamente, per giunta!
Beatamente!
E non urlo, non sbatto i piedi, non mi taglio le vene.
Rifletto, piuttosto. Rifletto su quello che avrei fatto quand’ero pure io un po' più d.o.c. di così e a quanto sarebbe stato terribile, per me-musulmana-d.o.c., che mia figlia potesse scoprire da sola una Via che fosse davvero sua, proprio come – disperatamente e meravigliosamente – un giorno di tanti anni fa, accadde a me.
Un giorno di tanti anni fa, durato circa quindici anni o poco più.
-Ma ti ricordi?
-No, certo che non mi ricordo. Mi è servito, però.
Già, a me è servito.
Tenere un piede da un’altra parte. Pensare di doversene andare un giorno o domani stesso.
E invece accettare quotidianamente di resistere, perché anche altrove dovresti farlo – resistere – e non è detto che sarebbe più facile, più dolce oppure più sensato resistere altrove piuttosto che qui.
Sulla costa sarebbe meglio. Per me sarebbe meglio la costa. Vasto, Francavilla, Pineto, Roseto, Tortoreto, Alba Adriatica: posti in cui puoi fare kilometri in bici senza sentirti stanca e passeggiate in riva al mare da sola. Posti a misura d’uomo ma con una stazioncina a portata di mano che ti fa sentire quasi libera di muoverti senza stressarti su un’autostrada.
Eppure anche a Vasto, Roseto e Numana continuerei a tenere un piede laggiù. In un posto che non ho mai visto e che si chiama Safi – e chissà perché, tra tanti posti possibili - proprio a Safi vuoi tenere un piede.
Sì, a Safi.
Tenere un piede da un’altra parte. Strano, per una che s’era infilata tranquilla e serena sotto un niqab e aveva deciso di viverci dentro ad oltranza. Una fortezza collinare d’Abruzzo non dovrebbe starmi più stretta d’un niqab.
Eppure.
Il fatto è che prima o poi dovrei proprio decidermi a tornare a casa, una casa che sia “mia”, tra Oualidia e San Blas.
Sì, sicuramente. Credo che si trovi proprio lì.
Nella mia piccola fortezza incantata le notti bianche esistono da sempre.
Sono notti d’inverno con la neve alta, che si passano tra vino e braciole nella taverna di una compagna di scuola o a fare a pallottole di neve per la strada..
Sono notti fredde e movimentate a ballare i Cure nel circolo studentesco.
Sono i falò e la gazzarra per la strada, il cappuccino al bar alle sei del mattino, appena dopo gli eccessi, mentre le vecchiette vanno a messa.
La notte che se ne va è quelli di Pineto, quelli di Silvi, quelli di Pescara: ma c’eravate? Ma dov’eravate?
Salutarsi stanchi e dormire tutto il giorno e sapere che – anche per quest’anno – la parte peggiore dell’inverno sta per passare.
Se esci integro da questa notte ancora per un po’ ti salverai.
Sono notti d’inverno languide, in cui insegui qualcosa che non sai cos’è, che se c’è non sai se vuoi.
Sono notti in cui puoi perderti in un secondo. Perderti e scordatene che ti sei perso. E rimanere così: appeso penzoloni nel vuoto, impiccato alla notte delle notti che può non smettere mai.
Notti pagane, dionisiache, barocche.
Notti in cui la gente perde il senno, a volte, si rovina la vita per sempre, così, come se niente fosse, sorridendo.
Notti addobbate a festa e luccicanti.
Notti lussuriose e ammiccanti.
Notti chiassose d’insensatezza ubriaca.
Notti letali che – qui e altrove – dovrebbero proibire per sempre: elogio dell’imbecillità!
Miseria dell’anima, tristezza, abuso, perversione, vanità…
Eppure tra qualche anno succederà.
Mi alzerò prima dell’alba e dopo il fajr e un bel po’ di dua’ – e ce ne vogliono assai proprio di dua’ – prenderò questa figlia per mano e l’accompagnerò a vedere la notte delle notti, quella in cui puoi perdere il senno, così, come se niente fosse, sorridendo.
Potrei non portarla mai – oh sì che lo so che potrei! – e semplicemente dirle che è haram, non si fa, non si va, che è una festa dedicata a un dio pagano chiamato Fauno – a udu billahi – e che no, meglio non conoscerle le cose maledette per star bene e vivere sereni. Quindi no. No. Non si fa, non si va.
Ma non le direi la verità.
Certo dovrei dirglielo che è davvero una notte maledetta, una notte che può ingoiare le persone e tenersele in pancia per mesi e, chissà, forse pure per anni. Per sempre. E’ vero: è così.
Io l’ho visto, figlia mia, può succedere. Davvero puoi perderti in una notte. Non sto esagerando, sul serio. E’ così.
Perché è una notte maledetta in cui ogni volta tenterai di buttarti nel vuoto per lasciarti cullare e invece volerai e ti dimenticherai di te e ti ubriacherai di vino e follia e quando ritornerai, se ritornerai, sarai come un naufrago scampato alle onde fameliche o meglio come uno spettro scampato alla morte che non muore mai.
Ma certe notti bisogna conoscerle e attraversarle. Certe notti bisogna guardarle – sì almeno guardarle, se non viverle, bisogna – per essere certi di riconoscerle poi, quando altrove ti capiterà di incontrarle di nuovo. Le notti sono ovunque. Ovunque proprio e quindi è inutile fuggirle. Non si riuscirà a fuggire per sempre. Stanno là, in agguato ad aspettare e possono sorprenderti nell’ora della siesta o del dhor e possono inseguirti per anni, giorno e notte, notte e giorno senza darti pace, se pace non hai fatto già.
Quindi sì, quando sarà il momento porterò mia figlia a conoscere la notte, inshallah.
E poi ancora la inviterò ad attraversare la sua notte chiedendole di ricordarsi sempre di tornare, di attaccarsi a un filo sottile, un filo trasparente e sottile che io chiamo iman e che lei chiamerà come le pare. Attaccarsi a un filo e non staccarsi mai. Questo le dirò.
Perché proteggere qualcuno significa insegnargli a sperimentare da solo, insegnargli a volare e poi mandarlo per aria, insegnargli a scegliere e poi fidarsi, proprio come ci si fida di se stessi, se non di più.
Perché, sai, sono una che ragiona sempre come se dovesse scriverli, i pensieri. Una che ci mette una sacco di “…ehm” quando ti racconta, una che, quando parla, perde di vista l’essenziale – se lo dimentica proprio l’essenziale – nel fluire della lingua parlata. Sì, una… una che tende a rimanere lì, sospesa. Sospesa tra i pensieri che si possono scrivere e i quattro banali soliti discorsi proferibili a parole, senza mai riuscire a trovare una via di mezzo: un modo decentemente prosaico di dire quello che ti passa per la testa.
Anche se l’essenziale sarebbe pure semplice da dire piuttosto che da scrivere.
A riconoscerlo.
Lo so. Ho un modo un po’ goffo di relazionarmi.
Anacronistico, distante, complicato.
Mi è difficile riuscire a parlare di me.
Quando mi chiedono, tergiverso. Ma se insistono, poi, svuoto il sacco: non mi piace fare la misteriosa, non è da me. Magari sono anche contenta di essermi sfogata, dopo. Il brutto è sempre iniziare, si sa. Oggettivamente fa bene chiacchierare, anche quelle volte in cui ti fa sentire freddo e tremare e, giusto per esagerare un po’, anche piangere – che ne so?
Io preferisco parlare del tempo e di come non mi ricordo di quella persona, di quel nome, di quel posto, di quella volta e di quel fatto – ma ti ricordi? No, certo che no. Io non c’ero. Ti confondi con qualcun altro.
Preferisco tenermi tutto dentro, anche se fa male.
E, se fa male, pazienza.
E invece certe volte una avrebbe quasi il dovere di raccontarsi.
Di raccontarsi alle persone in carne ed ossa, non solo a pixel.
A riuscirci se ne avrebbe proprio il sacrosanto dovere.
Mica facile, però.
Ehm… Da dove dovrei cominciare? Vediamo.
Premetto che sentimentalmente sono sempre stata una catastrofe. No, sinceramente – davvero – non vedo come potrei migliorare adesso, dopo sette anni passati a fare tabula rasa di tutto, di tutti e pure di me. Non si tratta di avere pregiudizi sul genere maschile, di voler fare la libera, di non avere ancora risolto il complesso di Elettra o di Sofonisba o che ne so. Credo di avere invece un grosso problema linguistico o, se vogliamo proprio essere precisi, semantico.
Infatti non credo si tratti di parole. Credo si tratti piuttosto di parole non dette, di segni e soprattutto di gesti. Oh sì, i gesti, quelli mi rovinano proprio. I gesti di tutti i giorni, eh, quelli proprio normali, tipo sfogliare un giornale o soffiarsi il naso, cose così.
Ci ho lavorato su parecchio, su questa cosa. Talmente tanto che ho messo un muro invalicabile - ma proprio alto – tra me e gli altri, una cosa da non credere.
A distanza devono stare!
Certi maschi devono stare a distanza.
Eppure esistono quelli di cui apprezzo la discrezione e la correttezza, doti che, tra l’altro, non avrei mai scoperto, se non avessi cercato e cercato, in qualche modo.
Esistono sul serio, eh!
E’ una cosa impagabile la serenità di poter pensare che, in mezzo a tutto quell’assurdo disastro, ho avuto anche amicizie disinteressate davvero meravigliose: le cose belle delle quali non ti accorgi mai mentre le vivi, così affannosamente occupata come sei – com’eri, com’eri - a pensare ad altro e sempre a quello che non c’è.
“Te li ricordi?
Amici – amici – amici, ma quando poi uno viene e ti bacia in bocca – cribbio! – sarà innamorato di te – no? – tu che pensi?
E invece no, forse, non lo so. Ma va all’inferno!
Vacci subito, per favore! Adesso proprio.
Io li ho presi tutti, un bel giorno, questi amici dell’ora del cuculo e ne ho fatto un bel falo’.
Ma no che non li odio.
Li disprezzo soltanto. Comunque con loro continuo a comportarmi bene, io. A distanza, ma bene.
No, non te.
Tu quelle cose non le hai fatte mai.
Non le hai mai fatte, ma come hai fatto a non farle?
Come sei riuscito a rimanere così pulito in mezzo a tutto quello squallore?
Avresti dovuto insegnarmi.
Non so se avrei saputo imparare.
Non lo so se avrei voluto.
Però, se l’avessi capito allora che non serve fingersi diversi e giocare ad esagerare e strafare e buttarsi giù dai burroni pur di fare cose eclatanti, pur di vivere a tremila o come si dice…
No, non credo ce l’avresti mai fatta ad insegnarmi niente!”
Non me la ricordo una bella cosa la gioventù, io. Una vita troppo grande, immensa, che straborda e fa male.
Un dolore che non ti dico.
Un male fisico, appena sotto lo sterno.
Un crampo forte e insistente, che non se ne va mai.
Devi conviverci.
Fino a quando sei giovane non c’è poi molto da fare.
Desiderare mille vite diverse, mille sogni, perdersi in miliardi di possibilità.
La gioventù, per me, era volere tutto e volerlo adesso. La gioventù era non saper ascoltare. La gioventù era non ascoltarsi.
E quando quella vita così immensa e indomabile ti si rimpicciolisce tutt’attorno, ti ritrovi “grande” che nemmeno te ne accorgi.
E sei “grande” quando di possibilità non ne hai più a migliaia, ma a malapena tre, quando i colpi di testa non te li perdona più nessuno e quando un altro mondo hai smesso di cercarlo già da un po’. Sei “grande” quando la vita tua te la inventi oggi tutta insieme. Oggi, per la prima volta. E, di colpo, scopri che ci sta. Entra in un sol giorno, la vita. Tutta.
Tutta la vita intera, sì, in un solo giorno ci sta comoda e ti avanza pure qualche ora di riposo, ché vivere troppo stanca, si sa.
Me lo guardo ogni mattina dalla finestra di casa il paesaggio di tetti e tettucci e case addossate l’una sull’altra e minestrone di vita - sempre uguale da millenni - che ci formicheggia sotto.
E’ sempre stato altro da me.
Anche quand’ero piccola.
Ho sempre vissuto altrove ed ho sempre pensato che questo altrove esistesse davvero da qualche parte qui sulla Terra.
Esiste?
La messa, gli affreschi,
Luogo statico e immutabile. Fortezza, grembo, prigione.
L’ombelico del mondo, per alcuni.
L’ombelico di un mondo che non esiste, fatto di fantasmi condannati all’immutabilità.
La messa, gli affreschi,
Un nodo in gola che ti sale quando arrivi appena ai dodici anni e che a sedici diventa insopportabile e non parli che di andar via.
Te ne vai davvero, un giorno.
(Se ne vanno tutti da qui, prima o poi).
Te ne vai, ma poi ritorni, perché solo qui puoi continuare ad essere fantasma, a rimanere sospeso a metà strada tra un mondo che esiste e un mondo che non c’è.
Eccolo, l'Altrove.
Qui sopra ai tetti aleggia e sorride. Non vedi come danza?
Da qualche mese sono in analisi: una o due sedute al giorno per il tempo di un caffè.
All’inizio nemmeno me ne accorgevo, per questo era tutto così facile: meraviglie della quotidianità. Poi i mesi cominciano a passare e mi conservo gelosamente il mio geniale appuntamento coll’analista e col caffè, nella titanica impresa di accettare la vita quotidiana per quello che è, senza grilli per la testa e senza strane idee sconnesse e disastrose, tipo quella famosa di rubarmi la vita di un’afgana o una saudita e vivermela tutta, come se davvero fossi io, quella.
Il primo periodo parte a giugno: il recupero di qualche ricordo cancellato per incuria, difesa o rifiuto, il riaffiorare di certe strane vecchie idee, il sentirsi sempre una, sempre la stessa. Ma una stessa alla quale le cose vanno un po’ meglio.
Le cose di dentro, dico.
Verso agosto il quadro è quasi completo e si può fare il punto, si può dire che c’è, cos’è che proprio non va. Un bravo analista però indugia e un po’ ti trascina con sé. Nessuno potrà mai venirti a dire che c’è. Che c’è lo sai già. Lo sai tu. E lo sai.
L’analista ti dice che c’ha lui, ti dice.
Se te lo vuole dire.
Inizia il secondo periodo, la cura: musicoterapica. Un caffè dopo l’altro: jazz, fusion, sperimentalismi di varia natura, post-grunge e un genere che chiameremo yoldax… mirabolante.
Sono io a scegliere quale dev’essere la mia terapia intensiva e scelgo Ummagumma e poi un genere che ho voluto chiamare omega, declinabile, eventualmente, in islam omega, se vi pare. Islam omega in lingua sconosciuta.
Perché?
Pure Ummagumma avevo buttato via, bruciatostracciatodimenticatodistrutto, perché la musica è haram, ma forse era solo una scusa la musica haram. La tecno riuscivo ancora a sentirla, nonostante la musica haram. Ma perché la tecno non è musica, forse. Forse.
Perché Ummagumma davvero lo è, musica?
Musica per chi?
Ummagumma Studio, per la precisione. Nel frattempo sto aspettando ancora di curarmi con il secondo disco. Quello che dovrebbe indurmi a ricordare, forse. Quindi meglio aspettare, ritengo.
Intanto ho iniziato la cura omega, ma pare vada un po' maluccio, finora.
C'è tempo.
Il mio analista dispensa caffè e perle di saggezza. Un tempo eravamo come legati da sottilissimi fili argentati, invisibili a occhi comuni. Lui diceva di vederli ed io li vedevo davvero.
Ma quando sei giovane hai sempre troppa gente attorno per distinguere chi vale e chi no, chi ti è affine nel profondo e non solo a progetti.
Diciotto anni sono lunghi da vivere e t’insegnano un sacco di cose che non sapevi e credevi di sapere sulla vita, sulla gente, sull’amicizia, sui rapporti, sugli svariatissimi modi di perdersi e sui rischi di non ritrovarsi mai più. Eppure diciotto anni sono passati in un lampo e, se mi guardo attorno, non vedo che un’equazione matematica, una verità ineluttabile che prima mi era invisibile. Prima, quando mi volevano bene proprio tutti e fantasticavamo sulla Polinesia e sui mondi.
Non credo sia indispensabile recuperarli integralmente, 'sti diciott'anni.
Mi basterebbe uno sprazzo ogni tanto. E soprattutto di recuperarne il senso.
Così, giusto per capirci qualcosa, ora che non ho più paura di riaffondare nel passato e rimanerci impigliata.
Giusto per sopportare il presente così com'è, senza fantasticarmi insensatamente inutili progetti di fuga, senza arrabbiarmi e rifiutare le cose di tutti i giorni, senza stare sempre a organizzare l'impossibile, mentre la vita vera se ne va senza di me.
Sono in vena di intimismi. E può sembrare un po' patetico, forse, perchè ci sono cose più importanti da dire e da pensare, lo so.
Ma c'è che quando una donna si racconta diventa come uno specchio magico, attraverso il quale ogni altra donna può riflettersi e guardarsi dentro e ritrovare, improvvisamente, quel pezzettino di se stessa che aveva voluto perdere per la strada e contro il quale, poi, continua a inciampare ogni mattina, dovendo ripercorrere - ahimè - ancora una volta e ancora la stessa strada.
A me serve solo per fare un po' il punto, visto che i miei pezzettini me li ritrovo qua e là sparpagliati per il web e perfino nei luoghi più impensati.
Quand'ero giovane e folle e più che le discoteche amavo i raduni e i falò avevo una fifa cane di rimanere incinta e credevo che l'aborto fosse l'inalienabile diritto di ogni donna. Credevo. Oppure, forse, credevo di doverlo credere.
Credevo di doverlo credere perchè tutto il mio mondo si chiamava Sid e tutto il resto (discoteche, raduni e falò) erano solo un passatempo, un diversivo o un antidoto contro la sua mancanza.
Sid non mi voleva.
O meglio. Mi voleva un giorno sì e un anno no, una settimana sì e un anno no, quindici giorni sì e un anno no.
Ogni volta che credevo di aspettare un figlio suo cambiavo idea sul divertimento, sull'aborto e sulle grandi cose che avrei dovuto fare da grande e pensavo che tenermi con me questo bimbo sarebbe stato come avermi tutti i giorni un pezzettino di lui da curarmi e coccolarmi, da amarmi e da accudirmi. E ogni volta che ci pensavo mi accorgevo di quanto fosse finta la mia vita, di quanto, in realtà, fosse vuota e vana e non desiderata e insensata e terribilmente inutile.
A 17 anni Sid era un bullo paninaro con la cinta di El Charro, a 21 era già grunge, anche se non lo sapeva, a 23, a dirla proprio tutta, era un tossico. A 26 anni aveva già i sintomi di una forte psicosi. A 28 sentiva le voci e vedeva cose che gli altri non vedono.
Io non lo so come sia possibile che una donna vera - in carne ed ossa, non uscita da un romanzo di appendice, eh! - per dodici lunghi anni, nonostante la vita frenetica e densa di innumerevoli incontri e meteore d'intensità variabile, possa rimanere innamorata folle di uno che non se la fila più di tanto e che svalvola ogni giorno di più. Ho sempre creduto fosse un fatto costitutivo delle donne: femminilità e pazienza, pazienza e femminilità. Ma poi mi guardo attorno e vedo che non è così per tutte. Anzi.
E mi crolla il mondo e non ci capisco più niente. Il disegno cosmico che vedevo in questo piccolo sprazzo di infinito sfuma e si perde.
Forse è una specie di istinto primordiale che, per ora, abbiamo dimenticato con tutta la menata della parità, dell'essere come gli uomini, del voler comandare e del dominio.
Io credo ci sia bisogno di essere primordialmente femmine, ma in un modo consapevole ed evoluto.
...L'istinto sublimato.
Noi sì, primordialmente femmine sublimi, ma loro, gli uomini, come dovrebbero diventare gli uomini, a quel punto, affinchè noi si possa loro riconoscere il ruolo di "maschio"?
Mi piace ricominciare.
Mi piace chiudere capitoli di vita, come fossero libri belli e intensi vissuti da altri.
Un tempo, quand'avevo un senso tragico della vita, mi piaceva buttare le cose e ancor più bruciare lettere, diari, poesie e perfino rubriche telefoniche. Era un modo di rinascere e di sentirmi libera. Probabilmente tentavo di liberarmi di una me stessa che ogni tanto mi stufava e mi dava noia. Diventavo un'altra. Davvero diventavo un'altra, non giusto per dire!
Fa bene, ogni tanto, cambiare ruolo, identità, amicizie, cambiare idea. E' un esercizio che consiglio vivamente, un esercizio spirituale di grande portata che ti prepara a qualsiasi evenienza.
Per esempio partire con quasi niente in tasca e ritrovarsi lavapiatti, cameriera, magazziniera o venditrice ambulante, oppure non sapere proprio se riuscirai a mangiare o no, domani.
Oppure ritrovarti niqabata e volerlo essere per sempre.
...Per dire.
Si può essere un sacco di cose quaggiù.
Ma l'esercizio più difficile è riuscire a cambiare il proprio ruolo nel contesto d'appartenenza, dove tutti ti conoscono e muoiono dalla voglia di appiccicarti addosso un'etichetta di benestante o di fallita, di brava ragazza, di folle o di drogata-perduta.
Come nel caso del velo, per esempio. Sarebbe potuta essere una bella sfida, ma non ce l'avrei mai fatta in un momento così delicato.
Mi piace, comunque, andare diritta per la mia strada adattandomi alle necessità del quotidiano senza soffrire di alterigia o frustrazioni, prendendomi quello che viene, semplicemente, e dandomi da fare per cambiare le cose quando non è più possibile prendersi quello che viene, perchè ormai non c'è più niente nè da prendere, nè da inventare.
E ci vuole una pausa, prima di ricominciare.
Fare il punto della situazione. Analisi, progetto, sintesi. Ma, per ora, a stento riesco a star seduta per terra, guardando la parete gialla come se, con la fantasia, ci disegnassi sopra un altro mondo e me lo vivessi adesso, oggi, tutto insieme.
Faccio i bagagli, piego i maglioni, stiro i pantaloni e spero di non dimenticarmi lo spazzolino da denti... Mi trasferisco oggi. Stasera.
Adesso.
Cerco d'immaginarmi un about più appropriato, per questa nuova casa. Rifletto un po' e non mi viene. Ci vorrà ancora un po' per decidere come dovrà presentarsi un blog che avrebbe voluto trattare di arte e che invece, probabilmente, diventerà un'insalata.
Pazienza. Non ce l'ho il tempo e la concentrazione necessari per parlare di arte soltanto. E così continuerò a parlare di quello che mi passa per la testa, come facevo su an-nisa, del resto, ma un po' più libera forse, visto che adesso - alhamdulillah - non ce l'ho più tutto addosso il fardello di portarmi sulle spalle le sorti dell'intera blogosfera islamica femminile italiana. E chissà come mi venne in mente, tra l'altro.
Eppure sono le idee più folli, si sa, quelle che poi funzionano davvero.
(E spero che funzioni sempre meglio. Spero!).
Adesso esiste davvero un blog di nome an-nisa in cui le sorelle scrivono e dibattono, discutono e si confrontano su vari temi e insha Allah speriamo che si continui così.
Che si continui ad aver voglia di sentirsi vive ogni giorno. E presenti. Unite anche se, a volte, discordanti. Curiose, interessate e problematiche.
Sperando che pian piano smettano di venirci a raccontare di un islam che non conosciamo e in cui non ci riconosciamo.
Con valige e bagagli, mi sistemo in questa nuova casa spoglia e un po' fuori mano, con le pareti gialle e senza troppe porte. Pacifica e soddisfatta mi seggo a terra. Mi seggo a terra e ricomincio.
Non so da dove.