chi sono
Utente: ksakinah
Nome: khadi
Ksakinah e cioè Khadi Sakinah, quella di an-nisa, ritiratasi a vita privata
Gesti di sorellanza

info e documenti sul caso kassim
Palestina news
commenti recenti
archivio
categorie
links
partecipano

foto recenti
bottoni
  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder
counter
visitato *loading* volte
lunedì, 25 agosto 2008

esher_hands[1]Ho appena scoperto di essere diventata un libero professionista vero. L'ho scoperto per caso, chiedendomi come mai fosse passato circa un mese e mezzo dal mio ultimo stipendio e chiedendone motivo al mio capo. "Ormai sei un libero professionista, è ora che cammini con le tue gambe. Devono essere i clienti a pagarti, d'ora in poi, mica io".
"Ah!"
Certo, l'ho chiesto io. "Basta lavorare in nero!", ho detto. "Iniziamo a fare sul serio".
Convinta che fino a quando avrei lavorato per lo studio, sarebbe stato lo studio a pagarmi e che, solo dopo aver iniziato ad espletare i lavori degli incarichi, sarebbero stati i clienti. E invece no. Tu lavori per lo studio tre mesi e nessuno ti paga, poi lavori per i clienti e pure per lo studio un altro po' di mesi e nessuno ti paga, poi - sicuro - fai brutto a tutti e, a questo punto, forse, qualcuno ti paga.
Forse.
Peccato averlo saputo dopo aver buttato, a lavorare in proprio, i miei quattro giorni di ferie, ovviamente non retribuite. Tanto ormai posso lavorare in proprio quando voglio!
Beh, ci rifaremo.
Senza dubbio.
D'altra parte la cosa bella del professionista è questo essere anche libero. Deve pur voler dire qualcosa, quel libero, no?
E pensare che volevo fare la casalinga. Beh, anche il muratore non mi pareva male, a vent'anni.

postato da: ksakinah alle ore 01:44 | Link | commenti (9)
categoria:intimerie, anarchitettura
martedì, 12 agosto 2008

grande moscheaRonchamps - esternoronchamps- intgoetheanumchiesa sull

Circa un mese fa, con un collega, mi sono ritrovata a visitare una chiesa neocatecumenale in costruzione. Impianto paleocristiano, filologicamente ineccepibile, sala ottagonale, campanile molto simile ad un minareto e cupola ottagonale in rame verniciato in oro, patio coperto in plexiglass, sale, celle e ludoteche tutt'attorno, matroneo nella parte superiore della chiesa non ancora accessibile e che, forse, diventerà definitivamente magazzino. Una struttura davvero molto grande, con dentro la casa del parroco ed eventuali abitazioni per volontari. Grandioso. Superfici lisce e bianche, vetro lucido a specchio, dall'esterno scorci panoramici e suggestivi, anche.
Tornando in macchina il collega mi fa: ti piace?
- Non so, credo di sì, è una cosa così "grande", e poi è una chiesa neocatecumenale...

Ci sono delle regole, pensavo, non è che progetti come ti pare, ti dicono dev'essere così e colì... Bisogna fare ricerche, mettersi a studiare com'erano le chiese dei primi secoli, analizzare, capire, vedere, cercare... Sì, è bella, mi piace credo, ma...

- Secondo me è fredda, sentenzia il collega. Inutile tergiversare, ha ragione lui.
Mi dice che l'architetto che l'ha progettata è uno che si occupa proprio di queste cose, uno che ne progetta a bizzeffe di chiese neocatecumenali, uno che ha studiato assai, uno che ha fatto ricerche, verifiche, approfondimenti, non un pinco pallino che improvvisa e che, sì, questo è esattamente ciò che la comunità richiede.
Questo genere di chiesa, va benissimo.
La comunità neocatecumenale vuole cose così.
Penso a Michelucci, alla chiesa sull'autostrada, a Le Corbusier che era ateo e pure antipatico da morire e a quando ho messo piede a Ronchamps e che a confronto perfino il Goetheanum da cui provenivo mi sembrava poco spirituale, quasi parlasse una lingua troppo cervellotica, rispetto a quella che ci parla dentro l'anima.
A me pare che l'islam di cui sento parlare da quando ho conosciuto l'islam stia diventando troppo come quella chiesa, una struttura con un impianto anacronistico, realizzata con materiali nuovi e che può suggerire, dall'esterno, qualche suggestione generica, ma che, di fatto, comunica ordine, regola, filologia, freddezza e, per niente, spiritualità.
Io non posso viverci dentro una moschea che fa a gara con il cupolone a chi arriva più su e non penso che le moschee di oggi debbano ripetere le forme antiche del Medio Oriente, ripeterne i fasti in certi ghirigori o merletti, imitarne l'impianto, la cupola, il minareto o il patio.
La moschea in cui abito è espressionista, organica e perfino decostruttivista. Potrebbe essere il legno e vetro, ma pure in ondulino o di terra, potrebbe avere decorazioni astratte, neodadaiste o informali.
Sottende un impianto antico, ma non lo manifesta. Ha forme contemporanee, fatte di curve e spigoli che si armonizzano in plurifonia, non in armonia.
Insomma, con niqab o no, vivo qui e ora, non so se mi spiego.

*Foto: da sin a dex - Grande moschea di Roma (Portoghesi), Chiesa di Ronchamps, interno e esterno (Le Corbusier), Goetheanum (Steiner), Chiesa sull'autostrada (Michelucci).

sabato, 26 luglio 2008

cantieri-edili-sicurezza[1]E' di oggi pomeriggio il mio primo incarico vero: sicurezza.
Visti i tempi che corrono e tenendo conto delle varie ed eventuali credo mi occorra urgentemente un'assicurazione.
E un casco. Almeno do il buono esempio, io. E magari fosse solo un problema di caschi!
E una frusta. Davvero, eh, ci vuole la frusta!
E, se sei un coordinatore femmina, ce ne vogliono almeno tre.
Procuratemi tre fruste entro settembre, per favore.

postato da: ksakinah alle ore 20:15 | Link | commenti (9)
categoria:anarchitettura
lunedì, 23 giugno 2008

2414577056_ae176fae4a_o[1]C'era una volta la lotta al nucleare. Quello iraniano, ovviamente. Gli italiani lo acquistavano dai francesi, loro, ritenendo che fosse fondamentale tenersi pulita la coscienza. A tener pulito l'ambiente ci penseranno tra vent'anni, forse, mica si può risolvere tutto subito! E c'erano pure il protocollo di Kyoto, le direttive europee sul risparmio energetico e la Legge 10, che noitaliani, fighi, siamo pure stati precursori. Ovviamente solo sulla carta, che mica in Italia le leggi decenti si possono applicare davvero... Anzi, sai cosa? Aspettiamo un altro po'... E come facciamo a perdere un altro po' di tempo... vediamo... Abroghiamo la 37/08, così i tecnici e i notai, che non c'hanno capito  ancora niente, s'impazziscono un altro po' dietro a 'ste scemate e non hanno il tempo di inoltrare e far inoltrare le pratiche all'Enea, che poi chi li paga sennò tutti 'sti soldi, eh? Qui bisogna stare coi piedi per terra, che diamine! 
C'era una volta, poi, un provvedimento che avrebbe dovuto rappresentare le istanze della lotta del governo contro le immersioni fiscali dei professionisti (una cosa che si chiamava "Bersani"), che però, chissà com'è, piaceva  troppo alle banche - quindi mo' si toglie perchè accà nisciun'è fess e noi meno che mai . Ovviamente per i poveracci non aveva cambiato proprio nulla, ci mancherebbe! (Il 90 % dei giovani professionisti - me compresa - continuano a lavorare in nero come i manovali albanesi, ma guadagnano meno di un terzo, quando quadagnano qualcosa - che devi'mpara'l mestiere, almeno fino al cinquantesimo anno di età - e "sognano" di essere pagati tramite bonifico e di avere la grazia di emettere qualche fattura bella onerosa).
E poi, accorpiamo un po' di moneta, pe' 'ste "centralità urbane", così diamo lavoro a tutti i nostri amici e agli amici degli amici, i soliti costruttori, i soliti tecnici, quelli che maneggiano i soliti milioni di euro che girano in Italia, insomma. Tanto c'abbiamo la scusa del sostenibile e del dare la casa ai poveracci a poco prezzo, che va sempre bene...
Conclusione:
Confindustria contro Finanza: quattro a zero e palla al centro. E gli Europei ci fanno un baffo. Peccato che 'ste partite qua non le diano mai in diretta!

postato da: ksakinah alle ore 10:42 | Link | commenti
categoria:anarchitettura, pippa e la rivoluzione
martedì, 21 agosto 2007

da: http://ummusama.splinder.com/

William Henry Quilliam

Una casa in rovina a Liverpool nasconde un curioso segreto: i resti della prima moschea della Gran Bretagna, distrutti da atti di vandalismo.

Ora, la città ha deciso di restaurarla, e di onorare l'avvocato che la costruì.

Il giornalista Michael Savage ha scoperto la sua storia straordinaria…

 

Il numero 8 di Brougham Terrace a Liverpool è una villetta a schiera abbandonata. La sua facciata imbiancata a calce è sudicia, la sua porta d'entrata è tutta rigata e rigonfia, e le porte di servizio sono coperte di graffiti. I piccioni hanno occupato il tetto. Lo stato dell'interno è anche peggio. Larghi cerchi arancioni di funghi si arrampicano sui muri. Delle tegole rotte sono sparse per terra. >>>

postato da: ksakinah alle ore 23:40 | Link | commenti
categoria:anarchitettura
giovedì, 17 maggio 2007

 

No all’architettura della repressione, classista, barocca, dialettale.

Sì all’architettura della libertà, rischiosa, antidolatrica, creativa.

 

Arrogante, prevaricatore, sostanzialmente antipatico e… indicibilmente geniale.

Il più grande critico di architettura di tutti i tempi, almeno colui che a mio modesto giudizio merita tale appellativo, si chiama Bruno Zevi.

Sì, Zevi.

Un ebreo.

Un ebreo e pure un radicale.

 

 

Zevi era un uomo mingherlino, ma dal carisma possente e dalle idee roboanti, rivoluzionarie, nuove e profondamente interessanti.

Da nessun altra parte, nell’ambito della critica architettonica, ho ritrovato la stessa carica, lo stesso slancio emotivo e uno sguardo ugualmente profondo e originale, ugualmente arguto nel cogliere il mondo da una prospettiva anomala e, proprio per questo, ampia e feconda.

Bruno Zevi è noto per il suo eclatante odio per ogni tipo di accademismo e di “maniera” e per il suo viscerale amore per l’organicismo e l’antidogmatismo architettonico.

In realtà l’ottica zeviana parte da una concezione della storia alquanto “dissonante” e  che, pertanto, a molti può suonare raccapricciante. Sgradevole.

Laddove la cultura positivista e darwiniana (quella che spesso ci è capitato di chiamare, forse sbagliando, occidentale) vede una funzione lineare di primo grado positiva (in sostanza una retta inclinata verso l’alto), Zevi vede, nel più semplice dei casi, una funzione di secondo grado fatta di massimi, di minimi e punti di flesso, cioè picchi, cadute e mutazioni improvvise.

Un suo allievo, tale Carmine Benincasa, in un curioso libretto edito da Dedalo, la chiamò “teoria delle catastrofi”.

Alcuni di voi conosceranno questi libretti che parlavano di “Storia e controstoria dell’architettura”, editi, negli anni Novanta, da Il Sapere, che furono messi in commercio dappertutto, al modestissimo costo di mille lire.

La “controstoria” era, appunto, quel file-rouge che teneva insieme le “dissonanze architettoniche” del passato, coniugandole con quelle del presente, nel tentativo – ottimamente riuscito – di dimostrare che certe anomalìe architettoniche contemporanee non sono sbucate fuori dal nulla, ma hanno illustri precedenti nella storia dell’architettura antica: il tempio della Fortuna Primigenia a Palestrina, per esempio, la biblioteca laurenziana e la chiesa di sant’Agnese a piazza Navona.

Non so se Zevi sia un “prodotto della cultura giudaica”, ma so per certo che non può, in nessun caso, essere un prodotto della cultura “greco-latino-giudaico-cristiana”.

 

La mia è una testimonianza. Appartengo al popolo di Maria ebrea, di Giuseppe falegname ebreo, e del loro figlio Gesù, ebreo circonciso.

Appartengo al popolo dileggiato, perseguitato, schernito, oltraggiato per duemila anni dalla Chiesa cattolica, costante oggetto di nefandezze discriminatorie esasperate durante il potere temporale dei papi.

Poiché ci occupiamo dei problemi della scuola, va ricordato l’atteggiamento assunto dalla Chiesa verso gli ebrei fino a 117 anni fa. Fino al 1870; i vescovi non si sono preoccupati, come fanno oggi, di impedire che gli ebrei uscissero dalle scuole durante l’ora di religione: si sono preoccupati di non farli entrare, di non permettere loro di seguire né le classi elementari, né i ginnasi, né i licei, né le università. Gli ebrei, popolo o razza perfida e maledetta, peggio popolo deicida, non avevano alcun diritto all’istruzione e alla cultura.

All’ora di religione, sì, avevano diritto, anzi non potevano esserne esentati. Ogni settimana in una chiesa vicino al ghetto, erano costretti ad ascoltare una predica diretta a farli convertire al cattolicesimo.

Del resto, meno di 50 anni fa, nel 1938-39, quando i bambini , i ragazzi, i giovani ebrei furono espulsi dalle scuole elementari, dai ginnasi, dai licei, dalle università, cosa fece la Chiesa? Nulla, proprio nulla; in qualche caso, spiegò che se lo meritavano in quanto membri del popolo deicida e maledetto.

 

(Bruno Zevi, Lo scandalo dell’ora di religione (9 ottobre 1987) in Bruno Zevi, Zevi su Zevi. Architettura come profezia, Ed. Marsilio, Venezia 1993 pp.190-191) 

 

postato da: ksakinah alle ore 13:13 | Link | commenti (8)
categoria:schizzi di critica artistica, anarchitettura
sabato, 05 maggio 2007

foto da: www.confronti.net


Nell’ambito del dibattito culturale attuale sulla città multietnica e multipolis provocato dal forte processo di immigrazione in atto nelle grandi metropoli occidentali, il problema della convivenza tra le fedi monoteiste (Ebraismo, Cristianesimo ed Islamismo) è assurto a lampante attualità (talvolta anche lacerazione) dei nuovi “modus vivendi”, nella società civile.

Nella certezza che l’architettura di qualità possa fornire un notevole contributo a tale problema mediante la creazione di nuovi “spazi di dialogo”, si chiede al Candidato di proporre un’idea-progetto di un organismo architettonico unitario in grado di essere fortemente rappresentativo, simbolico e rispettoso della ritualità specifica dei propri luoghi di culto (Sinagoga, Chiesa, Moschea) e che costituisca anche una sorta di “Memorial” per tutti i caduti del terrorismo internazionale. (…) >>>

 

Personalmente il Memorial lo farei anche per tutte quelle persone innocenti che, con la scusa della lotta al terrorismo, sono state ingiustamente accusate, deportate, torturate e violentate, sballottate da un luogo all’altro del mondo con voli segreti CIA e che, a tutt’oggi, continuano a subire tutto questo, senza che nessuno faccia niente.  

E' del tutto inutile impastarsi la bocca di belle parole, parlare di dialogo, integrazione, lotta al razzismo e di cose meravigliose. E sono inutili anche i memorial, in fondo, eh!. La giustizia si combatte quando è ora. La memoria non vale a nulla senza l'azione. Non serve piangere sul sangue versato. Meglio non versarne proprio, direi!

Detto questo, sappiate che al Palapartenope di Napoli, nella II sessione degli esami di stato per l’abilitazione all’esercizio della professione di architetto, hanno guardato lontano ed hanno scelto un tema attraverso il quale sarebbe davvero possibile sfatare per sempre il mito dello scontro di civiltà. Qualcosa del genere già esiste, in un luogo che pare sia una specie di oasi di pace, niente poco di meno che dentro lo stato di Israele, di cui – ahiahiahi!!! – non ricordo il nome. Adesso pare che qualcuno voglia riprovarci in Europa. E non è il solo.

 

postato da: ksakinah alle ore 18:29 | Link | commenti (3)
categoria:anarchitettura