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lunedì, 19 ottobre 2009
La chiamiamo Uragano. Perchè è così. Quando arriva lei , è come se arrivasse un uragano.
Come molte di noi, è divorziata ed ha una bimba. Dice di essere stata educata per essere una moglie ed ora invece deve imparare da sola ad essere una che se la sbriga autonomamente. Se la sbrigherebbe bene con tutta l'energia che ha! Però pare che islamicamente una donna divorziata dovrebbe vivere della sadaqa della umma. Ehm... In attesa di un secondo marito, credo. Questo nella teoria, forse. Aiutatemi a capire, per favore, perchè io non le so queste cose.
E quindi lei, per un anno e mezzo circa o giù di lì, ha vissuto così, come in attesa.
Ma ora non ce la fa. Non ce la fa più.
Uragano-Sister ha deciso di lavorare. Non sopravvive, così. Il salario garantito non basta, ovvio. E di indossare foulard e qamis mentre lavora, ha deciso, perchè è impossibile fare le pulizie in jilbeb. E si capisce che le rimane difficile accettarlo, ma deve.
E dice, poi anche, che non sopporta più il fatto che il jilbeb sia ormai diventato non più solo un abito, ma il simbolo di un'appartenenza, non alla umma dei musulmani tout court, ma al gruppo di coloro che si autodefiniscono "salafiti".
Ma dai! Ma chi sono costoro?
I "salaf" sono morti, dice. Noi siamo solo musulmani, perchè dovremmo chiamarci in un modo diverso?

postato da: ksakinah alle ore 08:52 | Link | commenti (5)
Commenti
#1    23 Ottobre 2009 - 19:02
 

"islamicamente una donna divorziata dovrebbe vivere della sadaqa della umma"

Non sono un esperto di shari'a, ma ti giuro che non ho mai sentito niente del genere e sono sicuro che ci siano precedenti del contrario, anche se su questi non so cosa dicessero gli ulama'.
Mi sembra stranissimo: da quello che ne so, Khadija, la prima moglie del Profeta, gestiva un'attività in proprio, come del resto tu saprai benissimo :) e se questo non fa precedente nella Sunna non so cos'altro possa farlo. Ad ogni modo, al-Ghazali diceva che la necessità rende legale ciò che legale non sarebbe, e siccome la sadaqa della umma oggi come oggi immagino non sia granché, direi proprio che "islamicamente" c'è comunque da mantenersi in vita (mi risulta che essendo costretto a scegliere tra mangiare maiale e morire di fame un musulmano dovrebbe mangiare maiale, sbaglio? La fonte è il mio manuale di diritto hanafita).
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#2    26 Ottobre 2009 - 12:23
 
Sostanzialmente khadija (r) era una donna ricca che faceva degli investimenti. Non andava a contrattare in prima persona, ma mandava dei mediatori. Sebbene tutto questo avvenisse prima della rivelazione coranica, e quindi non costituisce di per se' una prova relativa alla liceita' del lavoro, sappiamo comunque dagli hadith che il lavoro femminile (un lavoro di questo tipo, per es.) di per se' e' lecito, purche' non si contravvenga agli obblighi religiosi e cioe' ci si copra normalmente, si eviti un ambiente troppo mischiato in cui ti ritrovi a dover lavorare a braccetto con dei tipi non mahram etc.
Generalmente la musulmana praticante media sogna di poter lavorare da casa, ma ovviamente non e' sempre possibile.
Questa cosa di poter vivere della sadaqa della ummah sinceramente anche per me suona assolutamente nuova. Quello che so io e' che la sunna del profeta (saas) prevede che le donne vedove o divorziate vengano prese dai fratelli, anche come seconde, terze o quarte mogli, con tutti i figli a carico, non per niente tra le 14 mogli del profeta (saas) la maggioranza aveva avuto un matrimonio precendente.
Oggi invece, tra coloro che dichiarano di applicare la sunna, la maggioranza pensa a matrimoni con donne giovani e mai sposate, ma non e' sunna questa. Non c'e' niente di vietato, ovvio. Non stai facendo un peccato, ci mancherebbe altro, ma poi non puoi pensare che le sorelle che sono senza risorse possano sopravvivere lo stesso, aspettando la umma, perche' la umma sei tu e son quelli come te.
E poi cmq c'e' caso e caso. La sorella Uragano ha solo una figlia piccolina che non  va ancora all'asilo, ma ha sua mamma vicino che puo' tenergliela, pero' ci sono anche sorelle sole, che non hanno nemmeno un parente vicino o una sorella "di umma" appunto che le aiuti o sorelle che si ritrovano da sole con cinque figli e dove vai a lavorare con cinque? A qualsiasi nonna si drizzano i capelli con un incarico così, full time!
Insomma, le questioni che entrano in gioco sono tante, da quelle pratiche ( a chi lasciare i bimbi mentre si e' a lavoro, per esempio) a quelle escatologiche (valutare se il lavoro che si va a fare e' lecito oppure no) a quelle personali (me la sento di andare a fare questo lavoro in cui so che devo rinunciare a qualcosa della mia religione?).
Fatto sta che, ancora una volta, queste sorelle non hanno certo bisogno di qualcuno che sta lì col fucile spianato a dire questo e' lecito e questo no, perche' sono donne musulmane con una certa consapevolezza e maturita' religiosa, mica mezze cartucce! Avrebbero invece bisogno di un'organizzazione strutturata interna che aiuta, gestisce ed e' presente nel momento in cui tu lo richiedi e hai bisogno e questo non c'e'. Non c'e' nella comunita' italiana, come sappiamo, e non c'e' nemmeno in Francia, nonostante l'islam "piu maturo", come si dice.
E' un po' desolante, pero' se siam messi così in fondo ce lo meritiamo. Allah non cambia la condizione di un popolo fin quando le persone non modificano il proprio cuore, o com'e'...
E a cuore, evidentemente, siam messi proprio male!


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#3    28 Ottobre 2009 - 13:10
 

"Sostanzialmente khadija (r) era una donna ricca che faceva degli investimenti. Non andava a contrattare in prima persona, ma mandava dei mediatori. Sebbene tutto questo avvenisse prima della rivelazione coranica, e quindi non costituisce di per se' una prova relativa alla liceita' del lavoro, sappiamo comunque dagli hadith che il lavoro femminile (un lavoro di questo tipo, per es.) di per se' e' lecito, purche' non si contravvenga agli obblighi religiosi e cioe' ci si copra normalmente, si eviti un ambiente troppo mischiato in cui ti ritrovi a dover lavorare a braccetto con dei tipi non mahram etc."

Tutto verissimo (e lo so, dai :)). Comunque il comportamento della donna che secondo la tradizione fu la prima persona dopo il Profeta ad abbracciare l'Islam dovrebbe significare qualcosa, immagino.
Il mio ragionamento è del tipo che, se una donna sposata gestiva i suoi affari e lavorava, (da casa, certo, ma era lei a prendere le decisioni) in quella situazione e in quel contesto, tantopiù dovrebbe essere permesso ad una donna divorziata lavorare oggi. Che è poi quel che dici anche tu. In sostanza, non c'è nulla nell'Islam che impedisca alle donne di godere di completa indipendenza economicain linea di principio, per quanto ne so, a prescindere dal fatto che siano sposate o meno. Il che rende "non necessario" dal punto di vista economico l'avere una marito. (Esistono poi delle limitazioni di altro tipo, ma lasciamo perdere, visto che si sta parlando di sadaqa). Non sono del tutto d'accordo col resto del tuo discorso. Diversamente da molti rappresentanti di alcune tradizioni religiose (non solo quella musulmana), io non credo che il matrimonio debba svolgere questo ruolo di assistenza e cura per donne vedove o divorziate, o in generale che debba avere un ruolo ed una dimensione sociali (del resto anche nella shari'a si tratta di un contratto essenzialmente privatistico): almeno non nella società europea attuale. Non ho nessun tipo di pregiudizio a priori verso la poligamia (a differenza delle leggi statali italiane e penso anche francesi; ) ma non credo che oggi possa costituire una risposta a problemi sociali*, cosa che invece faceva nell'Iraq del nono secolo, per dire.




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#4    02 Novembre 2009 - 11:14
 
Scusa Fal per l'assenza. Rispondo appena possibile. :)
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#5    11 Novembre 2009 - 13:43
 
Eccomi, finalmente Fal e scusa il ritardo.
Dicevi: "non credo che il matrimonio (...) debba avere un ruolo ed una dimensione sociali (...): almeno non nella società europea attuale". 
Ma  il problema è essenzialmente pratico e non riguarda solo il lavoro. Per esempio una donna musulmana da sola non potrebbe nemmeno viaggiare e quindi se non ha un marito in linea teorica non può muoversi dalla sua città o dal suo villaggio. Ora, anche se nella società europea attuale - e non solo europea - tantissime donne viaggiano senza mahram, non è detto che perchè lo si fa in molte la cosa sia in linea teorica corretta dal punto di vista della pratica islamica.
Quindi la sussistenza, il viaggio, l'hijra e perfino un pilastro come l'hajj sono, per la donna musulmana di ieri e di oggi, difficoltà oggettive che potrebbero essere risolte con un minimo di coscienza e di responsabilità da parte di ex-mariti, fratelli in cerca di prima o seconda moglie, imam e leaders carismatici di vario tipo. E invece non è così. Personalmente conosco tante sorelle divorziate con uno o più figli interamente a carico (cosa islamicamente assurda) che vorrebbero risposarsi eventualmente anche come seconde mogli e che a volte anche preferiscono ("per me un marito è troppo", mi diceva ultimamente una sorella  e mi è venuto proprio da ridere a sentirla!).
L'islam, comunque, oggi come ieri, prevede che il matrimonio abbia una dimensione sociale, per forza di cose, perchè di fatto risolve un sacco di problemi pratici... insomma, la vita di una donna sposata può essere oggettivamente più halal di quella di una single!!
Per il resto... Allahu alam!
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