Io lo misi per facilitarmi la vita, il niqab.
Perché sarebbe stato più facile e più accettabile – per gli altri – vedermi rifiutare i baci e la stretta di mano di un cugino, perché così non avrei combinato guai con la mia espressione sempre troppo cordiale e allegra e, forse, mi sarei ricordata di abbassare la voce nel parlare e soprattutto nel ridere.
La verità è che sono sempre stata un disastro, nel comportamento. E’ che sono troppo gioviale e mi scordo le prescrizioni e a volte mi rendo conto anche da sola di avere un modo quasi esplosivo di rapportarmi col mondo. E, quando tento di comportarmi islamicamente, faccio sempre un sacco di pasticci.
Sarà il retaggio culturale, saranno le abitudini, sarà il carattere endemico “forte e gentile”.
Così me lo misi: per auto-aiutarmi a praticare. E devo dire che la cosa funzionò alla grande. Indossandolo ne scoprii tanti altri benefici, ne trassi innumerevoli altre facilitazioni nella pratica e ne compresi pienamente il senso, la rahma.
Ciò che ricordo come un fatto terribile, invece, fu il “ritorno dal niqab”: questo spettro di 40 kg che, pantaloni larghi e camicione, cammina con uno sguardo spento e una perenne sensazione di inadeguatezza, mentre attorno tutti credevano che finalmente fossi stata liberata, che certo ora avrei potuto riprendere la vita in mano, che il peggio era passato. E invece erano tutti ciechi, perché non riuscivano ad accettare che io fossi molto più me stessa dentro quel niqab, piuttosto che dentro qualsiasi altro vestito e dentro qualsiasi altra vita.
Allora non avevo grilli per la testa. Conoscevo un solo grande Islam, che era sostanzialmente l’islam delle italiane che studiano: quello salafita, come lo chiamano o lo chiamiamo. Non sapevo niente di mondo arabo, Ucoii, GMI, Grande Moschea di Roma, Huda, Sbai, Pallavicini e varie e non m’interessava. Non mi preoccupavo dei patetici tentativi di diluire, rappresentare, usare e modellare l’islam per farlo piacere alla gente. L’unica cosa che m’interessava davvero era praticare nel miglior modo possibile e non potevo.
Ora, quella vita appena sfiorata mi pare una cosa lontana e impossibile e tutto ciò che faccio o che tento di fare mi sembra niente e non riesco a capire se è meglio essere fieri di quel poco o pretendere da se stessi di avere il massimo e di avvicinarsi quanto più possibile al “modello”, non riuscendoci comunque e stando male tutti i giorni tutto il giorno, perché per essere così dovresti essere quella, quella che eri, oppure riuscire a rimetterti dentro un niqab e quindi ricominciare da dove hai lasciato.
E invece sono solo una che ci sta provando, o meglio che ci sta riprovando, ma senza le illusioni della prima volta. Una che sa di dover vivere comunque il proprio islam sempre e solo in maniera isolata.
Una che ha bisogno di tempo. Di un sacco di tempo. E di tranquillità.
Una che, come sempre, ha paura di crollare da un momento all’altro, perché l’ideale si trova troppo distante dalla terra ferma e non è immaginando la vertigine che si riesce a spiccare il volo.
E’ che dal niqab non si torna mai veramente, nemmeno quando poi te ne vai al mare in costume e cerchi di comportarti come se niente fosse, imponendoti addosso la “normalità” degli altri, come se davvero fosse solo un abito – o una pseudo-nudità – l’essenza di quella vita lì.
Dentro di me, nel profondo, ho sempre continuato ad essere “un niqab”.
Che è una cosa che può sembrare abominevole a chi s’immagina che essere “un niqab” significhi essere una persona trasparente a cui non importa niente della bellezza, della cura del corpo e, addirittura, perfino della pulizia.
Che è una cosa pazzesca per chi crede che sotto un niqab ci sia una donna che subisce la vita e non decide niente e che non è capace nemmeno di pensarlo, un discorso sensato, tanto è culturalmente analfabeta ed ebete.
Che è una cosa incredibile, per chi è convinto che il niqab sia uno strumento per annullare la volontà e la personalità delle donne, uno scafandro in cui chiudersi e marcire, la tomba dei sensi e della libera scelta.
E invece no. Per me lo scafandro in cui chiudersi e marcire erano il due pezzi, il toppino, la canotta, l’abitino, i simboli della mia rinuncia alla vita e alla libertà, l’incapacità di poter decidere, l’impossibilità di scegliere.
Eh sì, dovevo apparire solare e felice tutta abbronzata dentro le mie magliette aderenti e scollate. Se ne potevano stare tutti belli tranquilli nel vedermi finalmente così normale e allineata al cliché.
Certo, lo so. Perché una dovrebbe continuare a parlare di niqab, se, per il momento, non indossa nemmeno il velo?
Credo questo sia solo lo specchio del modello che c’ho in testa.
Il fatto è che proprio non mi va giù l’idea di praticare una specie di cattolicesimo arabo in cui al Natale viene sostituito il Muled El Nabi e Souad Massi prende il posto di Joan Beaz.
Però questo poi significa non fare quello che fanno tutti e mettersi lì, ogni volta, a ricordare alla gente che questo è haram e quest’altro pure e questa è una bidà e questo è makrù e non tutti c’hanno la stoffa del gendarme e io men che mai, ché non so fare il gendarme nemmeno di me stessa e figuriamoci degli altri.
Insomma, il modello ce l’ho solo in testa e la mia vita è ancora così, come appesa, in bilico.
Solo una che ci sta provando, sono. E, in tasca, non ho ancora niente.
Nemmeno le briciole.


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