Da queste parti, invece, lungi dal denigrare
Ma che me ne importa, dai. Non si può continuare a raccontare l’islam alla gente parlando per codici incomprensibili, per versetti e frasi fatte e basta. Tra noi magari possiamo pure capirci, ma non siamo un circolo ristretto, un club o una setta iniziatica e farsi capire dagli altri non è haram, sconsigliato o condannabile, anzi. Poi, a forza di fare sempre e solo quelle che si adeguano a un copione, si finisce che non ci si capisce nemmeno tra di noi.
“…Andavo in giro con un bosco al posto delle sopracciglia, indossavo gonnone e camicione, facevo la figura della cretina ogni qualvolta conoscevo una persona nuova perchè se sei maschio non ti posso dare la mano, non mettevo piede in un bar manco per comprare il gelato a mia figlia e se lo facevo poi ci stavo male un mese, giravo con gli occhi abbassati per non incrociare lo sguardo degli uomini, mi leggevo tutti gli ingredienti di ogni alimento e se andavo a cena da qualcuno magari mi alzavo dal tavolo prima se c'erano sul tavolo maiale e vino, generalmente non ci andavo proprio, a cena, o al cinema, o al mare, o alla festa di tizio e vivevo come uno zombi sognando il momento di diventare velata e islamicamente maritata in modo da non avere più la necessità di fare una vita normale senza cose haram dentro. Ora, non me lo sono inventato io ieri mattina che noi non si va al bar, non si dà la mano agli uomini, non si sta nello stesso tavolo in cui la gente sta bevendo vino e poi non si va dall'estetista, a meno che non sia musulmana, non si indossano gioielli se non sotto i veli e potrei continuare all'infinito con l'elenco delle cose. Ci sono miliardi di hadith su tutte queste cose …“
Lo so che non vi sembra un grande sforzo, lo so che non vi pare alienante vivere così, perché è la vostra vita di tutti i giorni, quella che avete scelto e che fate tranquillamente, magari da anni. Ma la vostra è una vita con un contesto – una famiglia, una comunità, un marito, un riferimento – mentre la mia è una vita da marziani. Forse è questo ciò che da sempre sfugge e continua a sfuggire a chi ha fatto il grande salto e poi non è più tornata indietro, perché – alhamdulillah – gli è andata bene. Esistono i confini e non sempre sono luoghi di passaggio che si attraversano in un attimo. Spesso sono luoghi in cui si resta, in cui si abita, in cui ci si ritrova o si decide di stare.
Il confine è un luogo che si trova tra due mondi, un luogo con un sacco di finestre per guardare e parapetti bassi, da cui è possibile saltare di qua o di là da un momento all’altro. E’ un luogo pericoloso, il confine, un luogo che ti fa sentire straniero, escluso, rifiutato e solo comunque, un luogo che ti toglie l’identità e ti appanna la vista.
Ma è anche un luogo che ti permette di scegliere con criterio, il confine. Chi non ci passa – e non ci sosta – è destinato alla vita che ha o a quella che ha scelto impulsivamente in un solo momento, seguendo un istinto fugace. Chi ci abita passa ore, anni, a guardare i due mondi dall’alto e a desiderare ora questo, ora quello, ora quello, ora quello fino a sapere esattamente cosa vuole, magari senza avere il coraggio di volerlo completamente , proprio perché ha visto.
(Continua).
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