"Io ti credo quando dici che nel tuo cuore c'è ua forza indescrivibile, che vorresti l'islam per te e Fiore. Ma per far sì che questo accada devi portare quella forza che per ora è solo nel tuo cuore nei tuoi pensieri, perchè sei ancora troppo abituata a pensare come pensavi da miscredente e dai tuoi pensieri quella forza dovrà arrivare ai fatti. Non so quanto sarà lungo questo viaggio: un giorno, un anno oppure di più. Ma, quando riuscirai, quel giorno tu e Fiore non sarete più nel paesello sul cucuzzolo, perchè finchè sei con i tuoi, mia cara, non potrai". H. 2 settembre '02
Non so perchè mi arrabbiai da morire per questa frase. E per tutto il contenuto di quella lettera, che girava sempre attorno a questa frase.
Forse perchè io ero incastrata dentro una vita, dentro una situazione e lei, la mia prima sorella, quella che mi aveva accompagnato nei primi passi verso la pratica, quella che mi aveva suggerito che libri leggere, che via seguire e mi aveva dato le prime dritte su come pregare, quella che mi aveva regalato il mio primo jilbeb, il mio primo kimar, i miei guanti e il mio primo niqab, proprio lei, non riusciva a capire, non riusciva a vedere quanto io fossi incastrata e anche quanta paura avessi di liberarmi ed eventualmente tornare di là, in un mondo in cui l'islam possono anche inventarselo e importelo e nessuno se ne accorge.
Io vedevo questo. Solo questo, perchè non ero capace di vedere oltre il mio naso.
Guardavo la sua vita e quella di altre sorelle e mi sembravano musulmane privilegiate, che potevano concedersi il lusso di non lavorare, di indossare il niqab e pensare solo al marito, ai figli, a rassettare la casa e allo studio dell'islam... Pensa te! Mentre io, di nuovo catapultata quaggiù, nel mondo dei comuni mortali, reduce da una stagione estiva come cameriera ai piani, in mezzo a gente bieca e volgare, parolacce a tutto spiano, scleri ogni giorno e uno squallore che non ti dico, che mi pareva di sporcarmi di haram solo a respirarci in un posto così.
"E' che lei non se l'immagina com'è la vita quaggiù!"
Poi le cose vanno come vanno perchè Allah ci dà prove che non c'immagineremmo mai. E così, nonostante io abbia pensato che questa sorellina fosse dura e cieca nei miei confronti, perchè dura e cieca nei confronti della vita stessa e guardasse le cose dall'alto, alla fine ho dovuto ricredermi, perchè anche in condizioni peggiori delle mie lei è riuscita a mantenersi saldamente attaccata alla sua corda, nonostante avesse perso quelli che io credevo "privilegi" e che invece erano comunque "conquiste", piccole tappe nel tragitto sulla Via.
Non è facile dare un calcio al mondo e "scegliere" consapevolmente di seguire la Via con totalità, che poi dal di fuori sembra un privilegio o un estremismo o, peggio, la manifestazione di una durezza del cuore, l'incociliabilità di un carattere chiuso e introverso e sgorbutico con la vita vera che è bella e sorridente e solare.
E invece no. Come diceva la sorellina mia, nella lettera incriminata, è solo un "cambiare i pensieri" quello che ci distingue e poi dai pensieri quella forza arriva necessariamente ai fatti. Vagliare ogni scelta della propria vita in base ad un "discrimine", porsi su ogni cosa il problema "ma si può? E' islamicamente lecito?". E non sospendere il giudizio, non mettere il cervello sottaceto, ma usarlo per fare le scelte migliori, quelle che ci avvicinano.
E sbraitasse pure, il mondo attorno, a dire che sei sgorbutico e insensibile e pure arrogante, guarda! Che fa?


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