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giovedì, 28 maggio 2009

"Io ti credo quando dici che nel tuo cuore c'è ua forza indescrivibile, che vorresti l'islam per te e Fiore. Ma per far sì che questo accada devi portare quella forza che per ora è solo nel tuo cuore nei tuoi pensieri, perchè sei ancora troppo abituata a pensare come pensavi da miscredente e dai tuoi pensieri quella forza dovrà arrivare ai fatti. Non so quanto sarà lungo questo viaggio: un giorno, un anno oppure di più. Ma, quando riuscirai, quel giorno tu e Fiore non sarete più nel paesello sul cucuzzolo, perchè finchè sei con i tuoi, mia cara, non potrai". H. 2 settembre '02

Non so perchè mi arrabbiai da morire per questa frase. E per tutto il contenuto di quella lettera, che girava sempre attorno a questa frase.

Forse perchè io ero incastrata dentro una vita, dentro una situazione e lei, la mia prima sorella, quella che mi aveva accompagnato nei primi passi verso la pratica, quella che mi aveva suggerito che libri leggere, che via seguire e mi aveva dato le prime dritte su come pregare, quella che mi aveva regalato il mio primo jilbeb, il mio primo kimar, i miei guanti e il mio primo niqab, proprio lei, non riusciva a capire, non riusciva a vedere quanto io fossi incastrata e anche quanta paura avessi di liberarmi ed eventualmente tornare di là, in un mondo in cui l'islam possono anche inventarselo e importelo e nessuno se ne accorge.

Io vedevo questo. Solo questo, perchè non ero capace di vedere oltre il mio naso.

Guardavo la sua vita e quella di altre sorelle e mi sembravano musulmane privilegiate, che potevano concedersi il lusso di non lavorare, di indossare il niqab e pensare solo al marito, ai figli, a rassettare la casa e allo studio dell'islam... Pensa te! Mentre io, di nuovo catapultata quaggiù, nel mondo dei comuni mortali, reduce da una stagione estiva come cameriera ai piani, in mezzo a gente bieca e volgare, parolacce a tutto spiano, scleri ogni giorno e uno squallore che non ti dico, che mi pareva di sporcarmi di haram solo a respirarci in un posto così.

"E' che lei non se l'immagina com'è la vita quaggiù!"

Poi le cose vanno come vanno perchè Allah ci dà prove che non c'immagineremmo mai. E così, nonostante io abbia pensato che questa sorellina fosse dura e cieca nei miei confronti, perchè dura e cieca nei confronti della vita stessa e guardasse le cose dall'alto, alla fine ho dovuto ricredermi, perchè anche in condizioni peggiori delle mie lei è riuscita a mantenersi saldamente attaccata alla sua corda, nonostante avesse perso quelli che io credevo "privilegi" e che invece erano comunque "conquiste", piccole tappe nel tragitto sulla Via.

Non è facile dare un calcio al mondo e "scegliere" consapevolmente di seguire la Via con totalità, che poi dal di fuori sembra un privilegio o un estremismo o, peggio, la manifestazione di una durezza del cuore, l'incociliabilità di un carattere chiuso e introverso e sgorbutico con la vita vera che è bella e sorridente e solare.

E invece no. Come diceva la sorellina mia, nella lettera incriminata, è solo un "cambiare i pensieri" quello che ci distingue e poi dai pensieri quella forza arriva necessariamente ai fatti. Vagliare ogni scelta della propria vita in base ad un "discrimine", porsi su ogni cosa il problema "ma si può? E' islamicamente lecito?". E non sospendere il giudizio, non mettere il cervello sottaceto, ma usarlo per fare le scelte migliori, quelle che ci avvicinano.

E sbraitasse pure, il mondo attorno, a dire che sei sgorbutico e insensibile e pure arrogante, guarda! Che fa?

postato da: ksakinah alle ore 10:30 | Link | commenti
categoria:intimerie
martedì, 12 maggio 2009
Il bello di non avere internet in casa è che continui a scrivere post che ammuffiscono sul desktop e quando vai a rileggerli per pubblicarli ti sembrano vecchi, arrugginiti, scaduti come una mozzarella fresca tenuta dieci giorni dentro il frigo. E così, certo, eviti di scrivere cavolate (scrivere cavolate non è mai buono per una musulmana), ma poi quando riesci a postare ti rendi conto che il blog salta di pala in frasca, come se ci mancassero dei pezzi in mezzo, perché i pezzi in mezzo ci mancano davvero, e il senso di un cammino, di un ragionamento non si riesce a seguire più.
Mi pare sia diventato molto pala e frasca, questo blog, negli ultimi otto mesi senza connessione casalinga e senza distrazioni familiari e internettiane.
E’ successo che piano piano - giorno dopo giorno, sura dopo sura, hadith dopo hadith – la stanza buia è tornata luminosa ed ora ci si può guardare dentro. E finalmente i contorni degli oggetti che c’erano stati sepolti tempo fa si vedono distintamente e non si può credere che, per anni, si sia convissuti con tutta questa muffa e questo sfacelo, senza nemmeno accorgersene.
Certo gli scurini ogni tanto si richiudono di nuovo (basta un colpo di vento) e di colpo non si vede più niente e quasi sembra un sogno il ricordo della stanza dai contorni definiti, gli scatoloni accatastati, la polvere, la muffa e tutto il resto e ti senti sola, persa e cieca e non sai, non ricordi. E scusa, cos’è che dovevi fare? E com’è l’islam qua? Da dove si ricomincia? Che si fa?
Ma poi annusi e riconosci la puzza delle cose che vanno tolte per forza dalla stanza, ché non puoi mica morire asfissiata, eh!
Ci vuole un po’ prima di ricominciare a connettere e… cos’è che dovevo fare? Aprire gli scurini, certo, e anche le tende e le finestre e fare entrare un po’ d’aria, un po’ d’aria pulita, così ricordo.
Così ricordi.
E’ come quando, per anni, c’è stata una baraonda di gente a dormire, mangiare e sollazzarsi a casa tua e nessuno che aiutasse a pulire. Vandali! Hanno lasciato piatti e pentoloni sporchi, avanzi ammuffiti, valigie, indumenti, polvere, briciole, casino. E tu non capisci perché li hai lasciati fare. Avresti potuto mandarli tutti via. Via dalla tua casa. Ma il fatto è che tu non ce l’avevi una casa. Una casa tua. Quella casa che ovunque vai te la porti dentro, quel territorio inviolabile che è tuo e solo tuo, in cui puoi scrivere e immagazzinare tutto quello che fai tu e tenerti il conto, un conto approssimativo, di quello che poi sarà il conto ultimo, quello esatto di cui nessuno è in grado di rendersi precisamente conto, ma che più o meno devi necessariamente stare a considerare in ogni minuto della tua vita, se te ne importa qualcosa di salvarti. Fino a quando non hai una casa tua, sono gli altri a scrivere per te e non che questo poi non conti sul tuo registro personale delle responsabilità assunte e certo ti scoccia immagazzinare oggetti altrui e indumenti, avanzi, polvere, scatoloni accatastati, ma come si fa? Se non hai una casa tua e vivi in una comune, il registro delle responsabilità diventa un registro di gruppo e non ti serve poi a molto che ogni tanto ti metti a depennare due o tre sayyet in sujud, tanto magari ce ne hai altri cinquemilaseicentoventitré, a forza di dire automaticamente sì sì, basandoti sull’etica corrente, senza pensare con la tua testa, hadith alla mano.
In questi anni è stato il mio incubo più ricorrente, un incubo che non ho mai capito e che ho sempre frainteso, perché una non vede mai quello che ha sotto il proprio naso. Mi trovavo nel bel mezzo di una festa universitaria, di quelle che si fanno nelle case, tipo 40 persone in sessanta metri quadri e tutti bevono, mangiano, si ubriacano e lasciano in giro piatti sporchi, forchette, bicchieri e tovaglioli, la porta del bagno è rotta e non c’è privacy nemmeno per i propri bisogni.
Ho sempre pensato che questo sogno ricorrente dipendesse dalla mia strapaura di tornare nel kufr. Mi svegliavo con una nausea, una tristezza addosso, con un magone.
E invece era la vita che c’avevo sotto gli occhi e non volevo vedere, tutti i compromessi con me stessa che – pareva – dovevo  fare per forza perché sennò poi, tutto quello che concedevo a Tizio, Caia e Sempronio perché come fai a dire di no – ma è un amico, un fratello, un parente -, scompassando la titubanza che viene quando pensi: “ma chissà, forse c’è un po’ d’haram in questa cosa qui” e poi invece la fai perché sì, e non ci pensi più e oscuri ancora un altro pezzettino e ciò che avrebbe potuto esserti chiaro si obnubila sempre di più, cedimento dopo cedimento, passo dopo passo. E sì, certo che diventi cieca, alla fine. Gli scurini si chiudono definitivamente, in questa grande comune in cui tu stai apposta apposta per compiacere tutta sta gente che ti attornia e questi invece, posate e bicchieri sporchi in giro, non ti si filano di pezza. Ma non si filano nemmeno se stessi, e che vuoi pretendere tu?
No, dai, non sono esagerata. E’ così. Tutta la vita è così. Nel kufr, così come nelle comunità islamiche. Guarda bene. E anche se tu lo dici e loro che sono musulmani dovrebbero capirti in realtà no, mica capiscono e ti dicono “ma che fa?”.
E invece no. Fa. Perché è così che poi ci si ritrova a vivere in una stanza che, se riesci ad aprire gli scurini, ti accorgi che è tutta un casino, piena di cose inutili e sporche che non sono tue e che tu hai assorbito, conservato e trattenuto  tuo malgrado e che, se hai una casa, non puoi viverci dentro così.
Tocca cacciare tutti fuori. E dirlo forte: “lasciatemi perdere!” e non lasciarsi distrarre e spaventare dal fatto che poi come fai e poi non lavori più e poi nessuno ti aiuta e poi questo e quest’altro.
E poi, e poi, e poi…
Ma cosa vuoi che ci sia, poi, se non il risultato dell’azioni fatte prima di quel “poi”? Quello che hai fatto tu, quello che per te era scritto, quelle che se non è Allah il tuo patrono non troverai patrono alcuno, e non illuderti di farla franca, perché non è così, fidati. Quindi basta. E credo che “poi” sia già qui.
postato da: ksakinah alle ore 13:02 | Link | commenti (7)
categoria:intimerie