chi sono
Utente: ksakinah
Ksakinah e cioè Khadi Sakinah, quella di an-nisa, ritiratasi a vita privata
Gesti di sorellanza

info e documenti sul caso kassim
Palestina news
commenti recenti
archivio
categorie
links
partecipano

foto recenti
bottoni
  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder
counter
visitato *loading* volte
giovedì, 26 marzo 2009

quasi farfalleSono sempre contentissima quando scopro il nuovo blog di una sorella sconosciuta. E’ come se, improvvisamente, mi si aprisse di fronte un nuovo mondo, un angolo inesplorato di una possibile me stessa che ha avuto una vita diversa ed ora si racconta e cerca di condividere un’esperienza, un sentire.
Quello che ogni volta cerco dentro queste piccole finestrine spalancate sulla vita altrui è soprattutto il dato vissuto, l’umanità più che la regola, il sapore di quella che è semplicemente una realtà diversa, un’esperienza profondissima dell’anima e non semplice e asettica propaganda.
Non ci si può mettere a raccontare l’islam avendo in testa esplicite finalità proselitistiche, cercando di addolcire una pillola che è già dolcissima di suo, ad avere il coraggio di provarla senza riserve, però.
Per questo i blog, nonostante tutti gli errori e le inesattezze e le fuorvianze che spesso contengono (…ehm, conteniamo, eh!!!) potrebbero essere un mezzo fresco e diretto di illustrare un legittimo punto di vista, anni luce distante dai luoghi comuni cavalcati da media, politici, spot pubblicitari e improbabili rappresentanze del nulla.
Era questo il sogno-progetto di an-nisa: raccontare, per frammenti, un mondo diverso, ma diverso solo perché è diverso lo sguardo del narratore. Una voce narrante composta da miriadi di voci che, pian piano o di colpo, cominciano a staccarsi dalla visione imperante tendente ad assimilare l’esperienza personale al back-stage di uno spot pubblicitario e a vivere intensamente e in maniera più profonda, accettando il bello, il brutto e il mediocre, nella convinzione che l’essenza non sia nell’apparire e, guarda, in fondo nemmeno nell’essere, ma nel divenire, nella prospettiva di un al di là che, anch’esso, non appare.
E invece come si sa ce li abbiamo anche noi i nostri luoghi comuni, le nostre cose raccontate come fossero manifesti pubblicitari o insegne di sconto sul banco del pesce al mercato. Spesso l’essenziale non riusciamo a dirlo. E non so perché non ci riusciamo. Certe cose non sono facili da raccontare. E’ che ti mancano le parole. Ecco, credo sia questo: non hai il vocabolario giusto. 
Benvengano i post sui pregiudizi ossessivi, su come la gente ami denigrare l’islam e i musulmani, sull’islamofobia, sul razzismo e sulla manipolazione mediatica, sull’assenza della comunità, sulla farloccheria dei taluni ignoti che si vanno ad autoproclamare rappresentanti dell’islam italiano (Moderato, eh!! Boh!), sulla questione della rappresentanza, appunto, presa esclusivamente come “incarico politico” e per niente come “responsabilità” di fronte a tutti noi e di fronte a Dio, sul come è bello volerci tanto bene e su tante altre belle e brutte cose. Ma il punto non sta qui.
Perché l’islam non è un’appartenenza, una rappresentanza, non è solo un’identità.
L’islam è quello che ti capita, mentre tutto il mondo attorno a te sembra guardare altrove. E’ andare su una nuvola e mettersi a guardare il mondo da lì. Sì, su una nuvola. Ed è quello che ti succede ed è anche tutti i piccoli segni che tu ci vedi dentro a quello che ti succede, è la direzione che invochi, il cammino, la sosta, la meta. E’ quello che riesci a fare tu, non ciò che ti aspetti che gli altri facciano per te.
L’islam è il modello, quello che vorresti se e solo se, ma è islam anche il piccolo frammento che riesci a ritagliarti in mancanza della totalità cui ambisci, l’aver pazienza, il perseverare nonostante tutto, continuare a camminare nel deserto e nella polvere anche se non riesci a vedere l’orizzonte.
Ed è questo ciò che mi piace leggere nei vari blog e blogghetti.
E mi piace il confronto. Mi piace come ci si incontra e ci si scontra su certi temi, quelli che - e in fondo lo sai sin da subito - a crederci davvero, ti cambiano la vita. E mi piacciono anche le resistenze. Quelle che poi un bel giorno, dopo pianti, preghiere e invocazioni di ogni tipo, si sciolgono di colpo come ghiaccio sotto il rubinetto dell’acqua calda e tu non puoi farci proprio niente e alhamdulillah che non puoi farci proprio niente, perché è solo un’altra paura che se ne va. E ti ritrovi a non essere più quel manico di scopa che stavi diventando (tutta rigida di una rigidità che ti rendeva come imbalsamata) e, mentre il mondo attorno a te impazzisce perché non ti accetta e non ti accetterà mai nemmeno per sbaglio, a te sembra quasi di spiccare il volo per come sei libera, leggera e sicura. Per come sei consapevolmente in armonia con la creazione tutta. Musulmana, si dice per l’appunto. Una che si fida. E si affida.
Cascasse pure, il mondo.

postato da: ksakinah alle ore 12:11 | Link | commenti (3)
categoria:intimerie
martedì, 24 marzo 2009

Me la sono persa per strada, ormai, quella voglia di normalità che tanto mi premeva, quell'esigenza di non apparire diversa, la voglia di essere capita, da qualcuno, da tutti, e di starmene arroccata sulla soglia, un po' di qua e un po' di là. Adesso certo non mi sento più tanto normale, ma sono più o meno quello che sono.

postato da: ksakinah alle ore 11:34 | Link | commenti (3)
categoria:intimerie
lunedì, 23 marzo 2009
hijabSono musulmana da otto anni e quindi da un sacco, un saccaccio di tempo.
Una musulmana con le idee un po’ confuse che si vanno chiarendo negli anni, a stento, tra le strade che portano da qualche parte e quelle che si fermano, oppure – peggio – tornano indietro.
Da otto anni, ho un’identità “diversa” rispetto a quella del mio clan originario.
Lo sanno tutti. Sanno che sono stata islamicamente sposata con un musulmano italiano e che poi è andata male perché lui era troppo integralista, dicono loro, perché lui non era musulmano e di islamico aveva solo una barba e un sacco di ordini da impartire alla gente, dico io.
Mia figlia ha un nome arabo, non ha fatto il battesimo ed è nella microscopica lista della scuola dei bambini non-cattolici, quelli che potrebbero uscire dall’aula nell’ora di religione, per intenderci.
Insomma, il mio credo non l’ho mai nascosto a nessuno e dovrebbe essere chiaro come il sole che non sono “come gli altri”. Però tutti continuano a far finta di niente e cascano dalle nuvole quando dico che, per motivo religiosi, non faccio questa cosa o l’altra.
- Ma che vuoi che sia, sei sempre italiana, no?
E’ che l’islam che non si vede è sempre, per tutti, un islam inferiore, quasi non degno di rispetto. Di serie B.
Io vivo nel centro storico di un paese piccolino e non parcheggio mai sotto casa, perché è troppo stretto e non ci giro e quindi vado a parcheggiare in una circonvallazione un po’ distante e da lì ci metto circa cinque minuti a tornare a casa. Qualche giorno fa sono andata in moschea e, tornando a casa, non mi sono tolta il velo. Mi sarei proprio scordata di indossare un hijab, in quei cinque minuti, se non fosse stato per certi sguardi e certi saluti come distratti e quasi allarmati. E a me invece veniva un sacco da ridere, perché l’essere riconosciuta nella mia “vera” identità sembrava quasi scioccare la gente, come se vedessero un fantasma, mica la loro vicina musulmana, per una volta, vestita islamicamente! C’era davvero da chiederselo: “ma chi pensano che io sia, costoro?”.
Meravigliosamente liberatorio per me, invece. Prendere e andarsene in giro come voglio, sotto casa: mica è poco, eh! Sotto casa, dai!
postato da: ksakinah alle ore 16:25 | Link | commenti (1)
categoria:intimerie
sabato, 21 marzo 2009

joomlaHo un sito professionale, finalmente. Un sito vero, serio proprio! Ovviamente non ho nessuna intenzione di scrivere che sito è, né di farmi auto-pubblicità occulta, a questo penseranno professionisti dell’e-marketing e la sottoscritta invece si astiene dal fare danni che è meglio.
Grazie ad una piattaforma misteriosa e affascinante di nome Joomla, posso aggiornarlo come un blog ed è una favola. Chissà che non sia davvero il lavoro del futuro, il mio lavoro del futuro, l’architettura on-line!
Mirabolante, no?

postato da: ksakinah alle ore 16:38 | Link | commenti (6)
categoria:
giovedì, 12 marzo 2009

niqabIo lo misi per facilitarmi la vita, il niqab.
Perché sarebbe stato più facile e più accettabile – per gli altri – vedermi rifiutare i baci e la stretta di mano di un cugino, perché così non avrei combinato guai con la mia espressione sempre troppo cordiale e allegra e, forse, mi sarei ricordata di abbassare la voce nel parlare e soprattutto nel ridere.
La verità è che sono sempre stata un disastro, nel comportamento. E’ che sono troppo gioviale e mi scordo le prescrizioni e a volte mi rendo conto anche da sola di avere un modo quasi esplosivo di rapportarmi col mondo. E, quando tento di comportarmi islamicamente, faccio sempre un sacco di pasticci.
Sarà il retaggio culturale, saranno le abitudini, sarà il carattere endemico “forte e gentile”.
Così me lo misi: per auto-aiutarmi a praticare. E devo dire che la cosa funzionò alla grande. Indossandolo ne scoprii tanti altri benefici, ne trassi innumerevoli altre facilitazioni nella pratica e ne compresi pienamente il senso, la rahma.
Ciò che ricordo come un fatto terribile, invece, fu il “ritorno dal niqab”: questo spettro di 40 kg che, pantaloni larghi e camicione, cammina con uno sguardo spento e una perenne sensazione di inadeguatezza, mentre attorno tutti credevano che finalmente fossi stata liberata, che certo ora avrei potuto riprendere la vita in mano, che il peggio era passato. E invece erano tutti ciechi, perché non riuscivano ad accettare che io fossi molto più me stessa dentro quel niqab, piuttosto che dentro qualsiasi altro vestito e dentro qualsiasi altra vita.
Allora non avevo grilli per la testa. Conoscevo un solo grande Islam, che era sostanzialmente l’islam delle italiane che studiano: quello salafita, come lo chiamano o lo chiamiamo. Non sapevo niente di mondo arabo, Ucoii, GMI, Grande Moschea di Roma, Huda, Sbai, Pallavicini e varie e non m’interessava. Non mi preoccupavo dei patetici tentativi di diluire, rappresentare, usare e modellare l’islam per farlo piacere alla gente. L’unica cosa che m’interessava davvero era praticare nel miglior modo possibile e non potevo.
Ora, quella vita appena sfiorata mi pare una cosa lontana e impossibile e tutto ciò che faccio o che tento di fare mi sembra niente e non riesco a capire se è meglio essere fieri di quel poco o pretendere da se stessi di avere il massimo e di avvicinarsi quanto più possibile al “modello”, non riuscendoci comunque e stando male tutti i giorni tutto il giorno, perché per essere così dovresti essere quella, quella che eri, oppure riuscire a rimetterti dentro un niqab e quindi ricominciare da dove hai lasciato.
E invece sono solo una che ci sta provando, o meglio che ci sta riprovando, ma senza le illusioni della prima volta. Una che sa di dover vivere comunque il proprio islam sempre e solo in maniera isolata.
Una che ha bisogno di tempo. Di un sacco di tempo. E di tranquillità.
Una che, come sempre, ha paura di crollare da un momento all’altro, perché l’ideale si trova troppo distante dalla terra ferma e non è immaginando la vertigine che si riesce a spiccare il volo.
E’ che dal niqab non si torna mai veramente, nemmeno quando poi te ne vai al mare in costume  e cerchi di comportarti come se niente fosse, imponendoti addosso la “normalità” degli altri, come se davvero fosse solo un abito – o una pseudo-nudità – l’essenza di quella vita lì.
Dentro di me, nel profondo, ho sempre continuato ad essere “un niqab”.
Che è una cosa che può sembrare abominevole a chi s’immagina che essere “un niqab” significhi essere una persona trasparente a cui non importa niente della bellezza, della cura del corpo e, addirittura, perfino della pulizia.
Che è una cosa pazzesca per chi crede che sotto un niqab ci sia una donna che subisce la vita e non decide niente e che non è capace nemmeno di pensarlo, un discorso sensato, tanto è culturalmente analfabeta ed ebete.
Che è una cosa incredibile, per chi è convinto che il niqab sia uno strumento per annullare la volontà e la personalità delle donne, uno scafandro in cui chiudersi e marcire, la tomba dei sensi e della libera scelta.
E invece no. Per me lo scafandro in cui chiudersi e marcire erano il due pezzi, il toppino, la canotta, l’abitino, i simboli della mia rinuncia alla vita e alla libertà, l’incapacità di poter decidere, l’impossibilità di scegliere.
Eh sì, dovevo apparire solare e felice tutta abbronzata dentro le mie magliette aderenti e scollate. Se ne potevano stare tutti belli tranquilli nel vedermi finalmente così normale e allineata al cliché.
Certo, lo so. Perché una dovrebbe continuare a parlare di niqab, se, per il momento, non indossa nemmeno il velo?
Credo questo sia solo lo specchio del modello che c’ho in testa.
Il fatto è che proprio non mi va giù l’idea di praticare una specie di cattolicesimo arabo in cui al Natale viene sostituito il Muled El Nabi e Souad Massi prende il posto di Joan Beaz.
Però questo poi significa non fare quello che fanno tutti e mettersi lì, ogni volta, a ricordare alla gente che questo è haram e quest’altro pure e questa è una bidà e questo è makrù e non tutti c’hanno la stoffa del gendarme e io men che mai, ché non so fare il gendarme nemmeno di me stessa e figuriamoci degli altri.
Insomma, il modello ce l’ho solo in testa e la mia vita è ancora così, come appesa, in bilico.
Solo una che ci sta provando, sono. E, in tasca, non ho ancora niente.
Nemmeno le briciole.

postato da: ksakinah alle ore 15:12 | Link | commenti (24)
categoria:intimerie