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sabato, 28 febbraio 2009

ShrekLa casa non è messa benissimo, diciamolo. Ci ha piovuto per tutto l’inverno e a primavera, quindi tra poco, bisogna sistemare il tetto. Ovviamente fantasticavo di farci uscire una stanzina nel sottotetto (la mia specialità), oppure infilarci in mezzo un terrazzino, ma ‘ste fantasie è sempre meglio farsele venire per il rifacimento dei tetti altrui, perché nemo profeta in patria e per mio padre affermare la necessità di fare un buco in un muro è un’eresia che può portarti al rogo, e mica scherza!
Fosse per me però continuerei ad abitarci pure con le bacinelle in ogni stanza, ché già mi pare una svolta senza pari vivere. Vivere, sì, ho scritto vivere. Vivere e basta. Vivere nel senso che, finalmente, da quando sono qui, ho ricominciato a vivere e a respirare, perché prima mi sentivo in gabbia, prigioniera di una vita che non volevo e prigioniera per sempre, tanto che pure la mente mi si era atrofizzata a forza di pensare che questo non lo posso fare e questo nemmeno.
Adesso, ovviamente, potrei pure fare la fame sul serio (e se non trovo al volo altre due o tre pratiche veloci da fare subito il rischio c’è ed è pure impellente), però non posso e non voglio tornare indietro. E badate sorelluzze che se qua va male vi toccherà ospitarmi un mese per una, eh! Avvisate siete! Dai che non occupo tanto spazio e non do nemmeno tanto fastidio, ci portiamo pure il sacco a pelo, io e il fiore mio, insomma non vi preoccupate e statevi serene che organizzo dei turni intercambiabili infrasettimanali tra una sorella e l’altra. Va bene?
Parentesi minacciose a parte, vivere, dicevamo. Vivere che magari per tante persone è uscire in comitiva, andare in discoteca, frequentare gente e fare viaggi e cose così e che invece per me è starmene per i fatti miei il più possibile, alla larga da feste, riunioni e baldorie, farmi le preghiere in orario (grandioso!!!), leggermi le mie cose,lavorare in santa pace e non sentire la puzza del vino durante i pranzo e di limoncello durante le visite (dici niente!). Sì, certo, magari detta così sembro una mezza Shrek, l’orco misantropo che salva la principessa nella torre per cacciare tutti i personaggi delle favole dal suo stagno e vivere beatamente in solitudine… Conoscete la storia, no?
Ebbene sì, mi sento molto Shrek devo dire e ne vado proprio fiera. Ecco, finalmente posso fare l’orco e non sono costretta a stare in mezzo al casino e soprattutto a stare in mezzo all’haram per far piacere agli altri, perché lo vogliono gli altri. Finalmente posso starmene per i fatti miei e fare quello che voglio io, alhamdulillah! E quello che voglio è talmente poco e forse con un po’ di allenamento potrei volere ancora di meno e allora sì che una sarebbe felice, quando i bisogni indotti si allentano e quasi svaniscono e l’unico bisogno che resta, l’unico grande bisogno che resta e che cresce, diventa quello di adorare Dio. Adorare nel senso di fare e non fare, adorare nel senso di pregare e anche di pulire i pensieri e farli filare diritto. Adorare Dio, nel senso di seguire la Sua strada, senza farsi trattenere sempre ora da questo contrattempo, ora da quel cedimento, ora dal fatto che vuoi fare un piacere a Tizio e uno a Caio.
Sarò un’orsa. Orsa, antipatica e sgorbutica. E sarò pure egoista, guarda. Egoista e presuntuosa. Ma soprattutto, ecco, soprattutto ho bisogno della mia “integrità”, che se poi vai a vedere significa quello che significa e quindi sì, sono un’orsa antipatica, sgorbutica e pure integralista e questo lo sapevo già, anche se, per comodità, l’avevo voluto dimenticare. E invece così orsa sto bene, talmente bene che ho pure quasi imparato l’ottava sura (otto anni di islam = otto microscopiche sure imparate, bella media!!) e c’avrei pure la nona sulla punta della lingua, se m’impegno e Allah m’assiste.
Insomma, erano anni che non riuscivo più a imparare sure: è un grande passo, no? E quindi che dire? Alhamdulillah 33 milioni di volte. Alhamdulillah, perché le cose poi si aggiustano davvero e una non può restare per sempre prigioniera, latitante e clandestina, soffocando tutto quello che sente e che vuole in nome di un modello imposto dall’esterno, che tra l’altro fa pure acqua ovunque, molto più del tetto a colabrodo…

postato da: ksakinah alle ore 18:36 | Link | commenti (6)
categoria:intimerie
venerdì, 27 febbraio 2009
100_0574Ma perché non mi sono scelta un lavoro normale? Un lavoro da femmina, come ce ne sono tanti?
L’insegnante, l’educatrice, ma che ne so? Oppure la bidella, il lavoro più meraviglioso del mondo, guarda! …La cucitrice, la stiratrice, la ricamatrice. A parte la liceità islamica di un lavoro storicamente femminile, che non è certo un dato trascurabile, c’è pure da prendere in considerazione quella sensazione di “adeguatezza”, quel sentirsi a proprio agio sempre, quello stare nei propri panni, nonostante i problemi che possono sopraggiungere e gli imprevisti e a volte magari la noia di fare un lavoro ripetitivo o la frustrazione. Il sentire che quel lavoro ti appartiene, che è il tuo lavoro e non uno a caso, come quando vai a fare la telefonista di call center perché non si trova altro in giro.
Certo, lo devo ammettere, mi piacciono le cose tecniche, purchè non riguardino i motori, beninteso.
La statica delle costruzioni, la fisica tecnica e tutti quei tentativi di applicare la matematica al mondo reale. E mi piace soprattutto il fatto che la realtà non sia mai perfettamente coincidente con il modello matematico e che le variabili di discostamento dal modello siano infinite. E mi piace anche impazzirmi tra leggi e leggine e regolamenti edilizi e piani particolareggiati, per scoprire come si può fare a fare quello che devi fare e che, a detta dei tecnici comunali, non si può mai fare. E’ una caccia al tesoro che certo non sempre va a buon fine, ma è un mondo mio, mi ci ritrovo.
Però il cantiere no, proprio non è il mio habitat. E non posso farci niente: è così. Pensavo che mi sarei abituata, tanto è un lavoro come un altro, mi dicevo. Vai, fai lo slalom in mezzo al fango, ti arrampichi di qua e di là – la parte che mi piace di più – ti fai il tuo giro di ricognizione, fai un po’ di foto, scrivi tutto quello che secondo te non va, ti fai firmare il tuo verbale in doppia copia e te ne vai.
E invece no. E invece è una scocciatura terribile. E perché è una scocciatura? Non lo so, è che io non mi ci trovo. E’ che la “sicurezza nei cantieri” è una cosa che non esiste. E’ che non ci dormo la notte. E’ che non hai i mezzi per far rispettare quello che scrivi. E’ che anche se avessi i mezzi non potresti obbligarli, perché ci metterebbero il doppio del tempo a finire e il committente vuole sempre che l’impresa si sbrighi prima possibile ed è lui che ti dice: vabbé, ma che fa? Come che fa?
Dopo appena pochi mesi io credo di essere arrivata alla frutta. Già? Sì. Però vabbé, non lo diciamo a nessuno che sennò mi revocano gli incarichi e poi come le pago poi le bollette della casa occupata?
postato da: ksakinah alle ore 11:33 | Link | commenti (2)
categoria:intimerie
giovedì, 05 febbraio 2009
E poi, dopo aver preso coscienza di tutto questo, dopo averne preso coscienza come se non fosse più lei e vedesse le cose dal di fuori – come fosse sua sorella o i suoi zii, per intenderci -, riscopre ancora una volta che è l’islam ciò che la fa guarire, di nuovo, come le fece guarire tutte le ferite accumulate in anni di normalissima vita di adolescente borghese, studentessa universitaria e femmina italiana emancipata e risoluta.
E davvero, quant’erano!
Chi l’avrebbe mai detto che una vita, come si dice, “normale” provochi tutto questo male.
Ferite profondissime.
Come con un colpo di spugna, scomparvero tutte.
E’ questa la misericordia di Allah. La Sua rahma. Un miracolo.
E poi, invece…
Per anni in bilico tra una vita e l’altra, ma non si possono avere due identità e non si è mai senza identità.
L’islam ti cambia il cuore, la costituzione dei pensieri, la configurazione dell’anima e, se opponi resistenza a questo cambiamento totale, rimani fermo dentro una pozzanghera.
Tutti gli individui sono dotati dell’istinto d’appartenenza ad un gruppo. Un partito, un ideologia, uno status, una classe, una famiglia, una nazione. Spesso è l’identificazione con il gruppo a stimolare e direzionare le esistenze.
E pure l’appartenenza religiosa non è che una definizione identitaria gruppale. Ci si aggrappa ad alcuni capisaldi dogmatici stabiliti a priori e si decide di stare al di là o al di qua di questi limiti convenzionali, che da una parte e dall’altra si accettano come postulati.
Però si può stare anche in mezzo. In politica se non vuoi essere di sinistra né di destra puoi essere di centro, oppure anarchico, oppure apolitico, ben tre opzioni per stare in mezzo. Se non vuoi essere idealista né empirista, puoi sempre essere kantiano. Se sei il figlio di un industriale e non ti piace l’ambiente in cui sei costretto a vivere puoi andare a fare l’operaio e avere amici sia operai che commenda. Se sei un Capuleti, puoi sposarti una Montecchi e se se sei americano e ami l’Italia puoi fare di tutto per prenderti la cittadinanza italiana, se ci tieni. E dici di essere cristiano, però dentro il Vangelo non riesci a leggercelo il messaggio di Gesù, pace a lui. E vivi come la chiesa ammette che tu viva, o quasi, ché pure quello ti sembra troppo, non come viveva Gesù, alihi salam, e ti va bene e va bene a tutti che tu stia in mezzo tra il cristianesimo e l’ateismo. Tanto il dio dei cristiani è buono e perdona tutto.
Però l’islam è un’altra cosa e stare in mezzo non si può.
Non si può.
Vedere le cose da entrambi i lati. Questo per anni ho cercato di fare, almeno a partire da qui.
Il dialogo interculturale l’ho fatto nello stomaco, dentro le vene, nel sangue e sono arrivata alla conclusione che stare in mezzo non si può.
Non si può.
Non io.
Mmmh…
Veramente lo sapevo già.
“Salveremo coloro che ci hanno temuto e lasceremo gli ingiusti in ginocchio” (sura XIX – 72)
Le opzioni sono solo due e l’intermedia non è contemplata. Non c’è. Sul Corano non c’è.
E se tu dovessi rimanere l’ultimo musulmano sulla faccia della terra, questo non ti esime dalla pratica e dall’adesione totale, perché, se il gruppo dei musulmani attorno a te non ce l’hai, devi trovare dentro di te il tuo gruppo. Essere il gruppo di te stesso.
… E’ così?
Ecco, io non ci sono riuscita. A trovare dentro me stessa il gruppo, a trovare dentro me stessa la forza.
Perché questo e perché quest’altro. Insomma, le giustificazioni sono inutili.
Fare tawba. Questa è l’unica cosa da fare, oggi.
Ammettere i propri limiti, le proprie debolezze e i propri errori. Guardarsi dentro e smetterla una volta per tutte di guardare fuori: il passato, la paura del futuro, i musulmani. Facessero un po’ come gli pare, i musulmani. Non ci verrà dato un 18 politico, in Quel Giorno. Ognuno farà per sé.
E le comunità islamiche italiane non fanno il loro dovere e l’islam di quelli è un islam sbagliato e l’islam di quegli altri pure e come fai a praticare se non ti vengono fornite le stesse garanzie che?
Come fai?
Ti arrampichi sugli specchi, credo, però ci provi.
Ci vuole un sacco di coraggio, ci vuole.
Ci vuole fegato ad alzarsi in piedi all’ora della preghiera sul luogo di lavoro, sistemarsi con hijab e tutto e mettersi a pregare come se niente fosse. Ci vuole polso a dire per la terza, quarta, quinta volta al proprio ex-compagno di scuola che non può più salutarti con i soliti baci cordiali e a dirlo al cliente dell’ufficio, che non può più darti la mano. Ci vuole carattere per smettere di guardarti allo specchio con il foulard, smettere di fare le prove e, un bel giorno, prendere e uscire così. Cascasse pure, il mondo.
 
Fino a poco tempo fa lei non poteva scegliere. Uscire di casa col foulard, per esempio, avrebbe significato non uscire proprio e un sacco di altre cose. Niente di eccezionale, ma ai suoi occhi tutto pareva una tragedia. Fragile. Così si sentiva: fragile.
Questo non attenua le sue colpe. Non la giustifica.
Però i contorni cambiano, se Allah vuole e quando vuole.
E i contorni non cambiano perché lei ha superato la prova ed è stata brava ed ha vinto lo scudetto. Anzi, diciamocelo francamente dài, che è stata proprio una catastrofe e non torniamoci più sull’elenco delle cose haram a gratis che ha collezionato nel taccuino dei sayyet in questi preziosi anni di prova. Lasciamo perdere, va.
Però il Suo Dio non l’ha abbandonata, anche se lei aveva già due piedi e una mano nel fuoco. Proprio quando stava per bruciarsi tutta, Lui l’ha presa per i capelli e l’ha salvata.
Riaprendole il cuore, attraverso il ricordo delle Sue stesse parole.
Ma ti ricordi? Sì, finalmente. Alhamdulillah. Ora sì che ricordo!
Si dovrebbe mettere in sujud per ore a ringraziare e passare tutte le notti della sua vita a pregare. Chissà se sarà riconoscente, adesso.
Allah che, con la Sua Dolcezza infinita, sta cambiando i contorni della sua vita e le sta aprendo le porte e le sta facilitando il percorso (perché Allah non ci dà mai un carico più pesante di quello che possiamo sopportare, si sa).
E piano piano pure la forza le può tornare.
Deve fare un sacco di dua’, per farsi tornare la forza.
Le tornano la forza, il coraggio e il polso fermo, se Allah vuole e quando vuole.
Le viene l’entusiasmo del voler fare le cose per Dio e di chiederGli di aiutarla a farle, di pensarci Lui a darle quello che le serve, perché non c’è forza né potenza se non in Allah, quindi a chi dovrebbe chiedere, scusa? Lei, lei che non ce l’ha fatta, perché dovrebbe farcela adesso, senza il Suo aiuto? Perché dovrebbe farcela adesso, anche se il percorso sembra più facile (sembra), ma non c’è niente di facile e non c’è percorso, per chi non chiede aiuto e non si affida e non si abbandona a Chi tiene in mano le sorti del destino e delle anime.
Ma lei soprattutto chiede di andare verso la Verità. Di avere la lucidità per buttarsi alle spalle i fronzoli maniacali che non esistono da nessuna parte, l’invenzione gratuita spacciata per regola, gli errori umani acquisiti come scienza, l’arroganza egoica che proclama la propria esperienza singola come universale, ma de’ che? La propria esperienza singola, piccola, limitata e che coinvolge una persona sola e non un’intera comunità e in fondo un italiano neofita, pure un po’ bigotto ed eccessivamente fantasioso.
E chiede di accrescere la propria scienza e poter vivere l’islam. L’islam. L’islam completo, totale, che è anche quello perfetto e l’unico che abbia la sacralità, la propensione e l’autorità di poter essere chiamato islam. L’islam che appartiene ad Allah, Subhanawatahala, la religione del bene, della pace, della dolcezza e soprattutto della verità. L’unico islam che c’è: quello.
postato da: ksakinah alle ore 11:10 | Link | commenti (4)
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lunedì, 02 febbraio 2009

klee[1]In fondo posso capirlo benissimo, tutto questo odio. Non è vero che non posso capirlo. Posso comprendere la rabbia contro una religione che impone cose e distrugge le persone, che annienta la volontà e governa col terrore. So di cosa stanno parlando. Loro forse no, possono solo immaginare, perché questa cosa non l’hanno vissuta sulla propria pelle e quando le cose te le vivi addosso sono molto più terribili.

Sono cose che per anni, quando provi a raccontarle, ti fanno piangere e tremare, sono cose che tu te le porti dentro, anche dopo che sono passate, anche dopo aver reagito e aver razionalizzato, anche dopo aver fatto i conti con te stessa, con i fatti e con Dio.

Quello che ho vissuto dentro l’islam è stato molto simile ai racconti che leggi sui siti islamofobi. In quelle storie io mi ci rivedo e tante volte mi sono chiesta come mai non sono passata dall’altra parte a sentire e a raccontarvi che l’islam è sbagliato, che la sharia è una cosa orribile e che il Corano non è la verità.

L’islam imposto, l’islam violento, l’islam che ti annienta la volontà e ti rende uno zombie, l’islam subito, l’islam “estremista”, che poi è estremista solo per te, perché gli altri, quelli che a te lo “impongono”, fanno quello che vogliono loro e l’islam se lo praticano tranquillamente solo a metà, mica intero!

Ognuno di noi ha i propri traumi e i propri mostri contro cui combattere ogni giorno e i miei stanno dentro quell’islam violento imposto e subito non per mancanza di carattere, ma per forza di cose.

Non incrociare le gambe, non togliere le sopracciglia, quel gesto con gli occhiali, non ti depilare, cuci gli spacchetti laterali del jilbab, metti questa mano a terra e non quella, non restare troppo tempo nel bagno che ci sono i jinn, non mettere il profumo nemmeno per stare in casa, niente deodorante, nente tinta per capelli, tutto l’ intimo nero nuovo buttato nell’immondizia, non guardarti allo specchio, non aggiustarti i capelli quando te li asciughi, non respirare.

Quello che poi ti resta dentro è un odio viscerale verso chiunque si permetta di dirti che togliersi le sopracciglia è haram.

Per esempio.

E scatti quando qualcuno si permette di dirti una cosa così, una cosa normale, ma tu te lo sbraneresti e basta.

Per anni ho vissuto dentro un vortice in cui il mantra delle proibizioni islamiche vere o presunte mi rimbombava in testa ed io non riuscivo a distinguere l’islam dalla fissazione. Continuavo a fare alcune cose e non sapevo perché le facevo e pensavo solo che così avrei mantenuto i miei legami con la fede, senza sapere perché volevo per forza mantenere questi legami, visto che tanto praticare l’islam era stata una cosa orribile. Sarebbe stato “normale” chiudere i ponti, ragionare e  procedere per deduzione: l’islam mi ha distrutto la vita e la psiche, l’islam è sbagliato.

Sbattere la porta in faccia a tutto e finirla per sempre, così, come hanno fatto loro.

Tutte quelle che, finita la loro storia islamica sbagliata, se ne sono tornate nel kufr con la coda tra le gambe, pentite di esserci cascate così stupidamente e di essersi lasciate convincere.

E invece essere musulmana – essersi riscoperte e ritrovate nell’islam (nel Corano, nella Sunna e nella sharia) - è che poi può succederti di tutto, ti può cascare addosso il mondo e possono torturarti, ammazzarti e violentarti in nome del loro islam farlocco e certo, rimani scioccata, rimbambita, confusa, ma appartiene a te, l’islam. Perché dovrebbe appartenere a loro?

Tu, sei musulmana. Tu, ce l’hai nel DNA.

“Ma cerchiamo, vediamo com’è…”

“No, guarda è così te lo dico io, c’è l’hadith. Allah ha detto, il profeta ha detto, i sahabah facevano”.

Non sei scema e te ne accorgi quando ti vengono a raccontare frottole, cose deviate.

E così “l’islam è sbagliato” non l’ho mai pensato.

Mai.

GrazieaDio, mai.

Per un anno e mezzo non ho pregato. Facevo un sacco di dikr, ma non pregavo. Forse perché non volevo che qualcuno mi vedesse, oppure perché non ce la facevo proprio. Non lo so.

Poi ho trovato lavoro come commessa in un negozio di scarpe in cui stavo da sola tutto il tempo e all’ora della preghiera potevo chiudermi dentro e starmene in santa pace e così ho ricominciato a fare una cernita tra islam e voci di corridoio e a capire qualcosa di quello che dovevo e non dovevo fare, ma era tutto terribilmente difficile. Era come battersi con i mulini a vento e avrei voluto solo fuggire via, lontanissimo, andarmene in un posto in cui l’islam è la normalità e tutto il resto l’eccezione.

Un posto in cui l’islam è facile.

Ed è stato qui che ho cominciato a soffrire veramente.

Mi sentivo come in prigione, incastrata in una vita in cui per l’islam, per me, non c’era posto e in cui, anzi, l’islam era il male da estirparmi via eventualmente anche con la forza, la magagna da nascondere, il problema, la deviazione, l’handicap. La quotidianità non era che un dolore lacerante, perché il peso e la colpa di tutto quello che non riuscivo a fare erano insopportabili ed io non ce la facevo a stare sempre così male.

E allora ho iniziato a rilassarmi. A dire “fa niente”, così avrei smesso di essere un’handicappata e il resto poi si sa. Potevo socchiudere la porta e andarmene per la mia strada in punta di piedi, ma qualcosa, Qualcuno, mi ha afferrata.

E’ una cosa che non si può spiegare, questo credere nonostante tutto. Questo avvicinarsi, allontanarsi, riavvicinarsi, riallontanarsi, nonostante le esperienze brutte e nonostante gli ostacoli nel praticare la fede, nonostante attorno in molti ti stiano contro, dalle persone più vicine ai conoscenti, e ti denigrino e ti minaccino per questo.

Ma non ce la fai a mollare. E’ più forte di te. E’ che tu di fronte vedi gli ostacoli, ma vedi anche la salvezza e non ce la fai a smettere di guardarla, la salvezza, e allora gli ostacoli non ti sembrano più così spaventosi e “il salvarti” non ti sembra più così impossibile.

Salvarti, come salvarti dalle cose quotidiane che sono “la normalità” e che tu senti come sbagliate e che non vuoi per forza dover subire per sempre, solo perché è così che funziona qui e rassegnati.

Salvarti come salvarti dal fatto che sei nata qui e devi far parte del club per forza, e adeguarti ai rituali, ai convenevoli, alle formalità che religione non sono più neanche per loro e quindi che ti costa, scusa?

Salvarti come salvarti dall’arabismo, da quell’islam di maniera che tutt’al più ti basta islamizzare il guardaroba, farti le tue preghierine e saper cucinare il cous cous al vapore, per sentirti marocchina tunisina algerina egiziana siriana e limitarti a fare quello che fanno gli altri che musulmani lo sono da una vita e lo sapranno loro com’è, e che ti sbatti a fare, tu che sei arrivata ieri?

Salvarti, come salvarti dal rilassarsi e scordare e fare passi indietro, fino ad arrivare a non pregare praticamente più. E rischiare di andartene in punta di piedi, socchiudendo piano la porta dietro di te.

Salvarti come salvarti dall’islam imposto, dal consiglio bacato, rozzo e duro che poi te lo distrugge il poco islam che hai e che ti sei sudata terribilmente tu da sola, negli anni, in un sacco di anni, combattendo contro i tuoi mostri da sola - ma non eri sola - mentre ti  dicevano che, e tu rimanevi lì, con il tuo nodo alla gola e la rabbia e la voglia di esplodere contro chiunque venisse a dirti che questo è haram e pure quello e però pure contro chiunque venisse a dirti “fregatene”.

Salvarti come salvarti dall’ignoranza, dalla falsa scienza che ogni giorno, da qualche parte, crea un mostro chiamato pure islam che s’ingoia la gente, dopo averne masticato per bene le ossa, e la risputa esanime, senza più Via e senza forze.

Salvarti e basta, che poi è seguire una via diritta e non le vie traverse che pure sono tante e culturalmente interessanti e, a volte, apparentemente più sensate e più brevi e più lineari e più pianeggianti e meno tortuose e meno strane e però comunque meno sagge. Meno sagge. 

postato da: ksakinah alle ore 16:44 | Link | commenti (24)
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