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domenica, 16 novembre 2008

 Certe scelte non si fanno mai per amore. Per amore di un uomo, dico. Per amore di un uomo magari fai una stupidaggine, una, due o tre che poi è uguale, non lasci che davvero  ti cambi la vita per sempre, non rivoluzioni ogni cellula di te, ogni virgola dentro.

Per un amore che passa, dopo che è passato ritorni uguale a come eri prima, se non ancora più lontana e più arrabbiata. Non continui, per anni, a sognare la stessa cosa, anche senza di lui e soprattutto senza.

Però è utile avere qualcuno che ti dice di non preoccuparti, che penserà a tutto, che non ti ritroverai da sola sotto i ponti col niqab, che le cose andranno bene, vedrai, fai dua’. In quei momenti tu pensi solo a fare quel che devi fare, a cogliere quelli che ti sembrano i segni della via diritta e a prendere al volo tutte le opportunità che ti si presentano davanti per andare verso Dio, a saltare burroni, fare capovolte, esercitarti nel triplo salto mortale con giravolta. E se ami il marito che Allah ti ha mandato, tanto meglio! Ringrazi Dio e vai avanti di cento passi al posto che di uno, specie se il tipo dimostra di poter essere altrettanto coraggioso, anche se forse non lo è o forse sì e chi lo sa.

Il problema è il confine. Perché ci sono confini che permangono, nonostante le capovolte. Il confine tra te e i vari mondi che ti circondano. Il confine tra te e lui. Il confine tra quello che sei tu e quello che vorresti essere o diventare, prima o poi, e quello che non vorresti diventare mai.

Nessuno porterà il peso di un altro. Se qualcuno pesantemente gravato chiederà aiuto per il carico che porta, nessuno potrà alleggerirlo , quand'anche fosse uno dei suoi parenti. Tu devi avvertire solo coloro che temono il loro Signore in ciò che non è visibile e assolvono all'orazione. Chi si purifica è solo per sé stesso che lo fa e la meta è in Allah. (18 -Sura XXXV Fâtir -Il Creatore)

Ci sono tanti modi di essere musulmana: si può essere amicone, entusiaste, esplosive e coinvolgenti, come Amina , oppure studiose, precise e rigorose, come Mujahida Muslima. Quelle come Mujahida fanno sempre la parte delle estremiste esagerate, come se l’islam di cui parlano fosse uscito da un personalissimo incubo notturno. E invece no, non è così. Mujahida studia, traduce e s’informa e parla – forse un po’ spigolosamente - di un islam che spesso viene definito “estremista”, ma che in realtà è solo “colto”. E’ un grosso bene che esistano blog come il suo (e come quello di Azizah, di Deborah e di Aisha F.) in cui una va e si documenta. Il vero problema poi è il modo in cui questo “islam colto” viene proposto, troppo spesso senza tener conto delle reali condizioni e possibilità della persona a cui ci si rivolge. Il dibattito dovrebbe concentrarsi sul come fare ad applicare alla realtà di tutti i giorni le cose che sono state scritte per altre epoche o in riferimento a musulmani che vivono in paesi più o meno islamici, in condizioni completamente diverse dalle nostre. Invece, riguardo alle pratiche proposte in questi testi, noi non facciamo altro che accantonarle – e qualche volta anche bannarle come estremismi – oppure ritenerle obbligatorie, indispensabili per praticare l’islam tutto intero. Eppure nessuno ha detto che bisogna aderire e basta, aderire alla cieca. Ogni persona è un caso a sé. Non si può pensare che l’islam sia una formula magica che trasforma te e tutto ciò che ti circonda e ti permette di vivere in un mondo incantato, in cui i problemi che incontri sono gli stessi che avevano i Sahabah (r). Noi non abbiamo quei problemi lì, ne abbiamo di nuovi e quello che prendiamo dai testi deve servire alla nostra vita, ad affrontare le sfide, i problemi e le prove che abbiamo noi, non a diventare la copia di qualcuno che è morto secoli fa e di cui non sappiamo quasi nulla.

Il mio cammino islamico è iniziato in modo anacronistico, perché per me volevo un islam totale e perfetto. Non ammettevo cedimenti, sconti o bidà. Qui non c’entrano mariti cattivi e violenti, fuori di testa coi neuroni scoppiati, pazzoidi patentati e sviati di ogni ordine e grado che t’impongono di fare questo e quello, perché gli gira così. Togliamoceli di torno una volta per tutte, questi possibili inconvenienti del percorso e cerchiamo di fare un’analisi lucida e quanto più possibile scientifica. Certo, il tipo ci metteva del suo (e non vi dico cosa ché davvero fa troppo ridere e rabbrividire, altro che jinn nei tubi!!), ma la sostanza era quella. Non si festeggiano i compleanni, non si danno gli auguri a Natale, si buttano via tutte le immagini antropo-zoomorfiche, non si guardano mai le persone dell’altro sesso negli occhi manco quando ci parli eccetera eccetera eccetera. E comunque, anche per chi non vuole fare l’esagerata, occorre convenire che almeno non si va al bar, non si dà la mano agli uomini, non si sta nello stesso tavolo in cui la gente sta bevendo vino e poi non si va dall'estetista, a meno che non sia musulmana, non si indossano gioielli se non sotto i veli e potrei continuare all'infinito con l'elenco delle cose.

La teoria comune a tutti i musulmani è più o meno questa: più cose fai e meglio è e più la tua fede è visibile e vera. Non sei obbligato a fare tutto, ma proprio tutto, però non puoi non riconoscere che la pratica è sempre un bene. Mi pare sia più o meno un postulato, però a me sembra un postulato carente.

C’è qualcosa in più che ci viene richiesto, oltre alla pratica, qualcosa che noi non vediamo, ma che si acquisisce attraverso di essa e poi diventa il Requisito, Al Furqan, quello che davvero ci salva? E se ci accorgiamo che al posto di avvicinarci a questa specie di “chiarezza della mente” a questo requisito che ci salva, ci stiamo allontanando sempre di più dalla meta perché la pratica sta diventando un’ossessione, un vizio, una malattia,  non faremmo bene a fermarci un attimo e guardarci dentro e chiederci dove stiamo andando e perché? Non ci sono forse dei gradini, dei livelli, che a saltarli poi  sballa tutto e, al posto di diventare un musulmano praticante e decente, ti ritrovi ad essere solo uno affetto da un’acritica sindrome di pratica compulsiva?

E come facciamo ad accorgerci di non essere noi quello,  il praticante della forma, schizofrenico e instabile, ma apparentemente impeccabile, perché autoritario e saccente? Esiste una porzione di manuale dedicata a come non perdere il senno e l’equilibrio, per il troppo zelo?

Nemmeno per amore di un uomo puoi aderire e basta, aderire alla cieca. Per amore di un uomo non puoi e non devi chiamare islam una cosa che per te non lo è, anche se non solo lui ma tutti - proprio tutti - ti dicono che sì: è quello. Che ne sai tu? Accetta e vedrai che andrà tutto bene.

E invece no. Possono essere in cento, mille o diecimila a raccontarti frottole e possono portarti hadith e versetti, per dirti che loro hanno ragione e tu no. Chi ha una malattia nel cuore se la gira come vuole. Ma l’islam non è mai imporre, fare ricatti, sputare sentenze, essere rigidi con chi ci sta attorno e pretendere questo e quello, perché sennò.

L’islam è pazienza, comprensione, prendersi per mano e andare verso. Capirsi, consigliarsi reciprocamente, studiare insieme senza arroganza, ascoltarsi, sentirsi, sopportare i difetti, avere pazienza, pazienza, pazienza e non dimenticare mai che non siamo noi a perdonare i peccati.

Mi rendo conto di sembrare dura come un manico di scopa e che in tutte le mie critiche e puntualizzazioni e selezioni e precisazioni non si riesce a vedere altro che rifiuto di abbandonarsi all’islam in quanto tale. Ma non è così. Io semplicemente mi rifiuto di essere complice di una qualsiasi strumentalizzazione del concetto di islam che ne snatura completamente il contenuto, per giustificare prassi e soluzioni ricorrenti, all’interno della ummah, che di islamico non hanno proprio nulla.

Perché mi pongo il problema? Perché esiste. Non so quanto sia ricorrente nella vita quotidiana delle comunità reali. Ma esiste e invece non dovrebbe esistere se davvero fossimo musulmani decenti. Il minimo, eh!

I due mari non sono uguali: uno di acqua fresca, dolce, da bere e l'altro di acqua salata, amara, eppure da entrambi mangiate una carne freschissima e traete gioielli di cui vi adornate. E vedrai le navi solcarli sciabordando, affinché possiate procurarvi la grazia di Allah. Sarete riconoscenti?  (12 Sura XXXV Fâtir -Il Creatore)

Io credo che, essenzialmente, occorra navigare. Che non c’è islam nel bere la religione tutta d’un fiato e tanto meno c’è islam nel non avere più domande. Nonostante l’islam, continuiamo ad essere umani e a sbagliare e cadere e cadere. Ognuno di noi ha delle cadute che sono solo sue e deve correre dei pericoli che può correre solo lui, ma spesso è proprio il “correre pericoli” che ci salva, lo stare affacciati al davanzale piuttosto che nel bozzolo, il dover vivere ciò che non vogliamo – il kufr - per forza, e il pensare a volte di poterlo anche scegliere, pur non chiamandolo più kufr. Sperimentarlo, assaporarlo, analizzarlo… e poi vedere che no. Non si può. Non io.

postato da: ksakinah alle ore 19:35 | Link | commenti (13)
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giovedì, 13 novembre 2008
Forse di sentirmi di nuovo imprigionata e di non poter più scegliere.
Anche se, ecco, imprigionata lo sono adesso, nel kufr lo sono, molto di più di quanto lo potrei essere domani nell’islam. Però no. Io ho paura dell’islam. Certo non ne ho paura come ne ha paura la gente dal di fuori, che pensa alle costrizioni, alle botte e alle lacrime, al maschilismo barbuto e ignorante. Nonostante lo pseudo-islamo-marito, o forse proprio grazie a lui, non ho paura di quelli come lui.
Ho paura invece di innamorarmi di nuovo. No, non di un principe filo-salafi di quelli che mi sogno giorno e notte e al quale potrei pure dire: lasciami perdere tesoro, io faccio quel che posso, quel che sento, quel che voglio e, se non ti va bene, vedi tu. Ho paura d’innamorarmi, ancora paura d’innamorarmi, di quel voler fare tutto a tutti i costi, anche se so che non posso, non sono pronta, non sono preparata e forse non lo sarò mai. Paura di voler, ancora una volta, essere quella che non sono. Di pensare che sia possibile copincollarsi addosso la vita di una Sahabah e andarsene in giro per il ventunesimo secolo come se si fosse nell’Arabia post-egira. Paura di voler risolvere i problemi con la fuga. Paura di scegliere la strada più corta e più semplice e, sì, casualmente anche più islamica, ma solo per caso. Paura di dovermi autocondannare a star male sempre, tutti i giorni della vita, perché ci sarà sempre una virgola, un peccato, una bidà, perché no, io non posso essere quella lì. Non sono così, non sono lei. E se, per assurdo, lo diventassi davvero sarebbe terribile e sarei solo una psicotica, non una musulmana.
Ho paura – terrore – di crearmi un mondo tutto mio, o tutto nostro che poi è lo stesso, in cui quello che c’è fuori diventa come invisibile e la sensibilità nei confronti della vita, delle cose reali, del quotidiano, si appiattisce a tal punto da diventare nulla.
Non è forse un motivo ottimo per avere paura dell’islam, questo?
Dell’islam? Vabbe’ si fa per dire dell’islam. Diciamo di me stessa, diciamo.
postato da: ksakinah alle ore 12:19 | Link | commenti (5)
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mercoledì, 12 novembre 2008
 Quando ero una musulmana niqabata che aveva tagliato tutti i ponti col kufr per vivere in maniera pura e totale il suo islam delle nuvole, non capivo granchè delle sorelle che mi portavano a casa affinchè mi conoscessero e prendessero esempio dal mio modo di vivere (ehm… sì, lo so, dai, non ridete per favore!). Le trattavo dolcemente, cercavo di parlare loro di religione, le ascoltavo e le intrattenevo, eppure non riuscivo a capirle. Una era italiana e sposata da dieci anni con un musulmano, avevano due figli e da un anno si era convertita di nascosto dai suoi, ma non voleva mettere il velo per non deluderli. Una era argentina e voleva sposarsi islamicamente con il suo ragazzo argentino. Entrambi si erano convertiti da poco, insieme, e lei mi diceva che, sì, accettava tutto, ma l’idea che l’uomo fosse il capofamiglia e potesse fare il bello e il cattivo tempo proprio non le andava giù e non voleva sentire ragioni. Un’altra era marocchina. Aveva sposato un italiano che si era convertito in Marocco, prima del matrimonio. Avevano acquistato una casa con il mutuo e lui aveva voluto che lei lavorasse per aiutarlo a pagare. Lei non aveva mai vestito abiti islamici e non aveva la minima intenzione di praticare l’islam. Ogni volta che veniva da me aveva il ciclo e non potevamo mai pregare insieme e delle mie chiacchiere non sapeva proprio che farsene. Ecco, lei la capivo perché potevo “catalogarla”. Ma scusate, lasciatela perdere, è inutile! Perché vi ostinate a voler recuperare un matrimonio islamico, se quel matrimonio d’islamico non ha proprio nulla? Ma per quanto riguarda le altre, no. Non mi facevo capace di come fosse possibile che, riconoscendo la veridicità di Corano e Sunna, si potessero ancora avere dubbi e riserve e non buttarsi e non fare tutto quello che Allah dice di fare. Sei musulmana? E allora che ti costa, scusa? Non avevo risposte, non avevo domande. Avevo solo un pacchetto prendere-o-lasciare da proporre e da spiegare meticolosamente con un limitatissimo repertorio di “Allah Subhanawatahala ha detto” e “il profeta sallah Allah ailih wa sallam ha detto” (vabbe’, non lo so manco scrivere, dai, smettetela di ridere!), nessun interesse per il caso specifico, nessuna capacità di calarmi nella comprensione della realtà vissuta. La sorella italiana mi parlava della sua dieta per dimagrire ed io le parlavo delle prodezze di Umm Ammarah (e chi è?) in battaglia, convintissima che c’entrasse qualcosa – ma sicuro – con la sua vita quotidiana e che le servisse come esempio di passione e coraggio per affrontare i genitori kuffar fieramente con il velo in testa, durante il pranzo della domenica.
Eh sì, davvero. Ero io, ero così. Anche se sembravo perfetta e pregavo 16 volte al giorno non ero perfetta proprio per niente e alhamdulillah che non lo ero. E alhamdulillah soprattutto che nonostante mi trattassero da saggia e sapiente, sapevo di essere soltanto l’ultima arrivata che aveva incocciato a fare le cose in un certo modo, solo perché aveva pensato fosse la via più semplice, una scorciatoia, l’immediata soluzione di tutto. E invece Allah è più grande e un cammino lo si deve fare per forza e nessuno di noi può arrivare al capolinea, o credere di essere arrivato, senza prima aver superato qualche prova difficile. Difficile davvero.
Tra l’altro poi chi l’ha detto che quello sia il capolinea e non - ancora una volta - un inizio, anche se di altro genere?
(Continua).
postato da: ksakinah alle ore 09:30 | Link | commenti (1)
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venerdì, 07 novembre 2008
A dire il vero mi scoccia abbastanza raccontare sempre e solo  i fatti miei. Se lo faccio, è per spiegare come vanno realmente le cose quaggiù sulla terra ferma, lontano da quel mondo in cui mitiche eroine niqabate combattono contro i kuffar per difendere i propri diritti di donne velate, casalinghe e contente, privilegiandosi di ricercare la perfezione nella loro pratica. Insomma, a me piacerebbe molto di più raccontare i fatti di tutte e non solo quelli miei, ma raccontarli bene, con criterio e veridicità. In fondo i fatti miei sono molto più noiosi di quelli di altre sorelle e anche meno esplicativi e per niente rappresentativi, ma che ci posso fare? Io sono convinta che anche lassù, in quel luogo lontano e apparentemente inavvicinabile, in mezzo alle nostre mitiche eroine niqabate, ci sono migliaia di cose quotidiane, umane, meravigliose e comprensibili da raccontare su un blog che si propone di far conoscere l’islam vero – e quindi “vissuto” – alla gente.

Da queste parti, invece, lungi dal denigrare la Vera Religione, quella della Sunna, degli hadith, dei libri e delle traduzioni,  a causa di una delusione o di una sofferenza, si fa quel che si può per stare a galla, nonostante la delusione e la sofferenza, ci si ritaglia i pezzettini possibili, perché l’intero è precluso, inaccessibile, si prende quello che si può e ci si sforza di capire quali sono le priorità, perché tutto no, tutto non si può fare. E’ fuori discussione. E tentare, anche solo tentare, non fa che spezzarti in due, stracciarti l’equilibrio, violentarti emotivamente ad ogni nuovo tentativo. E si racconta, da queste parti, quello che succede tutti i giorni, tutto (ehm… quasi eh!), anche le cose che non si dovrebbero dire, perché poi che figura ci fai?

Ma che me ne importa, dai. Non si può continuare a raccontare l’islam alla gente parlando per codici incomprensibili, per versetti e frasi fatte e basta. Tra noi magari possiamo pure capirci, ma non siamo un circolo ristretto, un club o una setta iniziatica e farsi capire dagli altri non è haram, sconsigliato o condannabile, anzi. Poi, a forza di fare sempre e solo quelle che si adeguano a un copione, si finisce che non ci si capisce nemmeno tra di noi.

“…Andavo in giro con un bosco al posto delle sopracciglia, indossavo gonnone e camicione, facevo la figura della cretina ogni qualvolta conoscevo una persona nuova perchè se sei maschio non ti posso dare la mano, non mettevo piede in un bar manco per comprare il gelato a mia figlia e se lo facevo poi ci stavo male un mese, giravo con gli occhi abbassati per non incrociare lo sguardo degli uomini, mi leggevo tutti gli ingredienti di ogni alimento e se andavo a cena da qualcuno magari mi alzavo dal tavolo prima se c'erano sul tavolo maiale e vino, generalmente non ci andavo proprio, a cena, o al cinema, o al mare, o alla festa di tizio e vivevo come uno zombi sognando il momento di diventare velata e islamicamente maritata in modo da non avere più la necessità di fare una vita normale senza cose haram dentro. Ora, non me lo sono inventato io ieri mattina che noi non si va al bar, non si dà la mano agli uomini, non si sta nello stesso tavolo in cui la gente sta bevendo vino e poi non si va dall'estetista, a meno che non sia musulmana, non si indossano gioielli se non sotto i veli e potrei continuare all'infinito con l'elenco delle cose. Ci sono miliardi di hadith su tutte queste cose …“

Lo so che non vi sembra un grande sforzo, lo so che non vi pare alienante vivere così, perché è la vostra vita di tutti i giorni, quella che avete scelto e che fate tranquillamente, magari da anni. Ma la vostra è una vita con un contesto – una famiglia, una comunità, un marito, un riferimento – mentre la mia è una vita da marziani. Forse è questo ciò che da sempre sfugge e continua a sfuggire a chi ha fatto il grande salto e poi non è più tornata indietro, perché – alhamdulillah – gli è andata bene. Esistono i confini e non sempre sono luoghi di passaggio che si attraversano in un attimo. Spesso sono luoghi in cui si resta, in cui si abita, in cui ci si ritrova o si decide di stare.

Il confine è un luogo che si trova tra due mondi, un luogo con un sacco di finestre per guardare e parapetti bassi, da cui è possibile saltare di qua o di là da un momento all’altro. E’ un luogo pericoloso, il confine, un luogo che ti fa sentire straniero, escluso, rifiutato e solo comunque, un luogo che ti toglie l’identità e ti appanna la vista.

Ma è anche un luogo che ti permette di scegliere con criterio, il confine. Chi non ci passa – e non ci sosta – è destinato alla vita che ha o a quella che ha scelto impulsivamente in un solo momento, seguendo un istinto fugace. Chi ci abita passa ore, anni, a guardare i due mondi dall’alto e a desiderare ora questo, ora quello, ora quello, ora quello fino a sapere esattamente cosa vuole, magari senza avere il coraggio di volerlo completamente , proprio perché ha visto.

(Continua).

postato da: ksakinah alle ore 14:28 | Link | commenti (5)
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giovedì, 06 novembre 2008
 In questi mesi me ne sono stata in disparte e zitta a rimuginare sul perché la questione non si riesca a proporre in termini “islamicamente accettabili”, pur essendo intrinsecamente refrigerante e benefica per l’islam stesso.
Ormai è da tanto, troppo tempo, che non parlo più dei miei sogni, dell’islam che vorrei per me, di come mi piacerebbe vivere, di come, se potessi, organizzerei la mia vita in barba a tutto e a tutti, musulmani e non.
Si pensa che io sia una ex-musulmana decente scivolata giù per un calo di fede e, da sorelle a distanza, mi si invita a ricominciare, a rialzarmi, a smettere di piangermi addosso, senza pensare che potrei anche avere semplicemente degli ostacoli pratici e psicologici che m’impediscono di andarmene bel bella in giro per il mondo, tutta libera, a vivermela come mi pare e piace.
Una sorella che non conoscevo, tempo fa, mi scrisse una cosa che suonava più o meno così:
“Ci sono donne, al hamduLillahi, che nonostante quello che hanno passato continuano a ricercare la perfezione nella loro pratica. Donne ancora convinte, al hamduLillahi, che sedere a tavola con uomini non mahram non sia un bene. Donne che, al hamduLillahi, indossano niqab e guanti perchè è Sunnah.
E che si rattristano se ci sono altre donne che, mashaa Allah, denigrano
la Vera Religione. A causa di una delusione, di una sofferenza”.
Niente contro la sorella, anzi mi piace assai. Però devo confessarvi che rimasi abbastanza allibita e che mi veniva da risponderle qualcosa tipo: “Sì, lo so. E mo’ che vuoi? Io non c’entro niente  co’ sta gente qua e certo non ho deciso io di non entrarci niente. Beate loro, che vuoi che ti dica. La mia vita non è così. Cosa vuoi che faccia? Trattengo il fiato fino a diventare blu? Sbatto la testa contro un muro fino a dissanguarmi? M’incateno al cancello della sede del Consiglio Internazionale degli Hulema, sperando che qualcuno di loro venga a salvarmi?”.E invece poi le scrissi un normale pvt, raccontandole, come ho più volte raccontato, che la questione della pratica può non dipendere da una scelta personale e di come, nonostante le superstizioni, deviazioni e innovazioni dell’islamo-marito-finto-perfettino, tutto era andato meravigliosamente fino a quando non mi ero ritrovata “senza comunità con una figlia da campare e senza niqab e senza velo ad affrontare da sola il lavoro, la casa, la famiglia, i parenti e tutto il resto del mondo "normale" e praticamente impazzire perchè tutto quello che volevo fare, tutto quello che era bello, islam, halal e consigliato  non era più praticabile”.
Il mio problema non è mai stato l’islam, ma l’impossibilità di praticarlo e il fatto che l’unica via unanimemente consigliata mi apparisse assurda, pericolosa e senza garanzie. Io avevo paura di quello che mi dicevate. Mi sembrava un manicomio, in cui una mi consigliava di accettare la proposta di diventare la co-moglie di tizio perché “dai, alla tua età”, un’altra che m’invitava a fare i bagagli e imbarcarmi all’avventura verso il Nord-Africa per diventare la moglie di uno sconosciuto e un’altra non so. A me sembrava tutto demenziale. Io avevo paura. Avevo una paura folle. Non so di cosa. Probabilmente avevo solo paura di dover di nuovo tornare. E voi non avete idea di che cosa terribile sia il tornare dall’islam, dopo quella che per tutte noi è sempre una “fuga verso”, che s’immagina tassativamente senza ritorno.
(Continua).
postato da: ksakinah alle ore 11:46 | Link | commenti (3)
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martedì, 04 novembre 2008

Dopo anni (e anni) sono ancora a caccia di risposte sull’islam. Non mi servono risposte generali. Quelle bene o male le conosco già e, se mi fosse stato dato di vivere come avevo scelto, sarebbero state più che abbastanza e non avrei avuto la fantasia, l’ardire e l’occasione di cercare e cercare ancora, come sto facendo.

Ultimamente, oltre ad essere a caccia di risposte, sono anche a caccia di domande. Più o meno quelle che si farebbe una musulmana qualunque, messa davanti ad una vita quotidiana che non è mai come tu la vorresti.

 Fino a che punto devo praticare? Devo rivoluzionare completamente la mia vita fino a quando la mia religione non mi sembra se non perfetta almeno accettabile o devo accontentarmi di fare quel poco, sperando che arrivino tempi migliori, sperando che il vento cambi, che chi mi sta attorno capisca, che le cose diventino più dolci e più facili? Oppure ancora devo selezionarmi un islam più facile ritagliandomi i pezzettini di pratica che meglio si coniugano con la mia vita quotidiana e non ostacolano la mia immagine, il mio lavoro e la possibilità di sopravvivere decentemente in mezzo ad un contesto in cui l’islam va bene solo se è invisibile?

E ancora. Può esistere un islam decente restandosene beatamente in mezzo al kufr, facendo una vita più o meno “normale” e, se una tale possibilità esiste, è praticabile anche per le donne musulmane, oltre che per gli uomini?

E poi. E’ davvero possibile che, tra i musulmani, esista una scala di valore assoluta tra chi pratica di più e chi pratica di meno? Oppure, al contrario, è possibile che i musulmani siano tutti uguali agli occhi di Allah e basti dire “io credo” per entrare in paradiso? Oppure c’è qualcosa in più che ci viene richiesto, oltre alla pratica, qualcosa che noi non vediamo, ma che si acquisisce attraverso di essa e poi diventa il Requisito, Al Furqan, quello che davvero ci salva?

Inoltre. Quale sarà mai il discrimine, per noi che guardiamo dal basso, tra il praticante profondamente sapiente, equilibrato e saggio e il praticante della forma, schizofrenico e instabile, ma apparentemente impeccabile, perché autoritario e saccente? Come si fa a dar retta e far dar retta agli uni e fuggire e invitare a fuggire dagli altri?

E infine. Come si fa a presentare un islam fatto per gradi – e  quindi fatto per gli uomini, visto che anche il Corano non scese tutto in una notte – se noi ce lo abbiamo qua tutto insieme, il pacchetto della Vera Religione prendere-o-lasciare?

Quando ero una musulmana niqabata che aveva tagliato tutti i ponti col kufr per vivere in maniera pura e totale il suo islam delle nuvole, mi dava un fastidio tremendo dover girare per casa hijabata in presenza del cognato e doverci pure pranzare insieme, allo stesso tavolo. Certo, non per il cognato, un fratello bravissimo, rispettoso e delicatissimo, ma per l’idea stessa che, dopo tutti quei salti mortali, dopo tutto quel barricarsi e stracciar via legami e rinnegare cose e , pure, trattar male la gente, ero ancora lì a dovermi gestire una situazione identica a quelle che avevo prima di tutto ‘sto cruento macello.

E’ che la perfezione della pratica in realtà è una cosa irraggiungibile e così deve essere. Ci sarà sempre qualcosa d’imperfetto in quello che facciamo, in quello che diciamo, in ciò che siamo. Ma inutile stare là a sentirsi in colpa, perché l’imperfezione non è un limite, ma una grandissima rahma che ci è stata donata. E’ ciò che ci permette di distinguere la religiosità dal settarismo, il cuore aperto da quello chiuso, la fede dalla follia.

(…Continua).

postato da: ksakinah alle ore 14:29 | Link | commenti (4)
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