Per un amore che passa, dopo che è passato ritorni uguale a come eri prima, se non ancora più lontana e più arrabbiata. Non continui, per anni, a sognare la stessa cosa, anche senza di lui e soprattutto senza.
Però è utile avere qualcuno che ti dice di non preoccuparti, che penserà a tutto, che non ti ritroverai da sola sotto i ponti col niqab, che le cose andranno bene, vedrai, fai dua’. In quei momenti tu pensi solo a fare quel che devi fare, a cogliere quelli che ti sembrano i segni della via diritta e a prendere al volo tutte le opportunità che ti si presentano davanti per andare verso Dio, a saltare burroni, fare capovolte, esercitarti nel triplo salto mortale con giravolta. E se ami il marito che Allah ti ha mandato, tanto meglio! Ringrazi Dio e vai avanti di cento passi al posto che di uno, specie se il tipo dimostra di poter essere altrettanto coraggioso, anche se forse non lo è o forse sì e chi lo sa.
Il problema è il confine. Perché ci sono confini che permangono, nonostante le capovolte. Il confine tra te e i vari mondi che ti circondano. Il confine tra te e lui. Il confine tra quello che sei tu e quello che vorresti essere o diventare, prima o poi, e quello che non vorresti diventare mai.
Nessuno porterà il peso di un altro. Se qualcuno pesantemente gravato chiederà aiuto per il carico che porta, nessuno potrà alleggerirlo , quand'anche fosse uno dei suoi parenti. Tu devi avvertire solo coloro che temono il loro Signore in ciò che non è visibile e assolvono all'orazione. Chi si purifica è solo per sé stesso che lo fa e la meta è in Allah. (18 -Sura XXXV Fâtir -Il Creatore)
Ci sono tanti modi di essere musulmana: si può essere amicone, entusiaste, esplosive e coinvolgenti, come Amina , oppure studiose, precise e rigorose, come Mujahida Muslima. Quelle come Mujahida fanno sempre la parte delle estremiste esagerate, come se l’islam di cui parlano fosse uscito da un personalissimo incubo notturno. E invece no, non è così. Mujahida studia, traduce e s’informa e parla – forse un po’ spigolosamente - di un islam che spesso viene definito “estremista”, ma che in realtà è solo “colto”. E’ un grosso bene che esistano blog come il suo (e come quello di Azizah, di Deborah e di Aisha F.) in cui una va e si documenta. Il vero problema poi è il modo in cui questo “islam colto” viene proposto, troppo spesso senza tener conto delle reali condizioni e possibilità della persona a cui ci si rivolge. Il dibattito dovrebbe concentrarsi sul come fare ad applicare alla realtà di tutti i giorni le cose che sono state scritte per altre epoche o in riferimento a musulmani che vivono in paesi più o meno islamici, in condizioni completamente diverse dalle nostre. Invece, riguardo alle pratiche proposte in questi testi, noi non facciamo altro che accantonarle – e qualche volta anche bannarle come estremismi – oppure ritenerle obbligatorie, indispensabili per praticare l’islam tutto intero. Eppure nessuno ha detto che bisogna aderire e basta, aderire alla cieca. Ogni persona è un caso a sé. Non si può pensare che l’islam sia una formula magica che trasforma te e tutto ciò che ti circonda e ti permette di vivere in un mondo incantato, in cui i problemi che incontri sono gli stessi che avevano i Sahabah (r). Noi non abbiamo quei problemi lì, ne abbiamo di nuovi e quello che prendiamo dai testi deve servire alla nostra vita, ad affrontare le sfide, i problemi e le prove che abbiamo noi, non a diventare la copia di qualcuno che è morto secoli fa e di cui non sappiamo quasi nulla.
Il mio cammino islamico è iniziato in modo anacronistico, perché per me volevo un islam totale e perfetto. Non ammettevo cedimenti, sconti o bidà. Qui non c’entrano mariti cattivi e violenti, fuori di testa coi neuroni scoppiati, pazzoidi patentati e sviati di ogni ordine e grado che t’impongono di fare questo e quello, perché gli gira così. Togliamoceli di torno una volta per tutte, questi possibili inconvenienti del percorso e cerchiamo di fare un’analisi lucida e quanto più possibile scientifica. Certo, il tipo ci metteva del suo (e non vi dico cosa ché davvero fa troppo ridere e rabbrividire, altro che jinn nei tubi!!), ma la sostanza era quella. Non si festeggiano i compleanni, non si danno gli auguri a Natale, si buttano via tutte le immagini antropo-zoomorfiche, non si guardano mai le persone dell’altro sesso negli occhi manco quando ci parli eccetera eccetera eccetera. E comunque, anche per chi non vuole fare l’esagerata, occorre convenire che almeno non si va al bar, non si dà la mano agli uomini, non si sta nello stesso tavolo in cui la gente sta bevendo vino e poi non si va dall'estetista, a meno che non sia musulmana, non si indossano gioielli se non sotto i veli e potrei continuare all'infinito con l'elenco delle cose.
La teoria comune a tutti i musulmani è più o meno questa: più cose fai e meglio è e più la tua fede è visibile e vera. Non sei obbligato a fare tutto, ma proprio tutto, però non puoi non riconoscere che la pratica è sempre un bene. Mi pare sia più o meno un postulato, però a me sembra un postulato carente.
C’è qualcosa in più che ci viene richiesto, oltre alla pratica, qualcosa che noi non vediamo, ma che si acquisisce attraverso di essa e poi diventa il Requisito, Al Furqan, quello che davvero ci salva? E se ci accorgiamo che al posto di avvicinarci a questa specie di “chiarezza della mente” a questo requisito che ci salva, ci stiamo allontanando sempre di più dalla meta perché la pratica sta diventando un’ossessione, un vizio, una malattia, non faremmo bene a fermarci un attimo e guardarci dentro e chiederci dove stiamo andando e perché? Non ci sono forse dei gradini, dei livelli, che a saltarli poi sballa tutto e, al posto di diventare un musulmano praticante e decente, ti ritrovi ad essere solo uno affetto da un’acritica sindrome di pratica compulsiva?
E come facciamo ad accorgerci di non essere noi quello, il praticante della forma, schizofrenico e instabile, ma apparentemente impeccabile, perché autoritario e saccente? Esiste una porzione di manuale dedicata a come non perdere il senno e l’equilibrio, per il troppo zelo?
Nemmeno per amore di un uomo puoi aderire e basta, aderire alla cieca. Per amore di un uomo non puoi e non devi chiamare islam una cosa che per te non lo è, anche se non solo lui ma tutti - proprio tutti - ti dicono che sì: è quello. Che ne sai tu? Accetta e vedrai che andrà tutto bene.
E invece no. Possono essere in cento, mille o diecimila a raccontarti frottole e possono portarti hadith e versetti, per dirti che loro hanno ragione e tu no. Chi ha una malattia nel cuore se la gira come vuole. Ma l’islam non è mai imporre, fare ricatti, sputare sentenze, essere rigidi con chi ci sta attorno e pretendere questo e quello, perché sennò.
L’islam è pazienza, comprensione, prendersi per mano e andare verso. Capirsi, consigliarsi reciprocamente, studiare insieme senza arroganza, ascoltarsi, sentirsi, sopportare i difetti, avere pazienza, pazienza, pazienza e non dimenticare mai che non siamo noi a perdonare i peccati.
Mi rendo conto di sembrare dura come un manico di scopa e che in tutte le mie critiche e puntualizzazioni e selezioni e precisazioni non si riesce a vedere altro che rifiuto di abbandonarsi all’islam in quanto tale. Ma non è così. Io semplicemente mi rifiuto di essere complice di una qualsiasi strumentalizzazione del concetto di islam che ne snatura completamente il contenuto, per giustificare prassi e soluzioni ricorrenti, all’interno della ummah, che di islamico non hanno proprio nulla.
Perché mi pongo il problema? Perché esiste. Non so quanto sia ricorrente nella vita quotidiana delle comunità reali. Ma esiste e invece non dovrebbe esistere se davvero fossimo musulmani decenti. Il minimo, eh!
I due mari non sono uguali: uno di acqua fresca, dolce, da bere e l'altro di acqua salata, amara, eppure da entrambi mangiate una carne freschissima e traete gioielli di cui vi adornate. E vedrai le navi solcarli sciabordando, affinché possiate procurarvi la grazia di Allah. Sarete riconoscenti? (12 Sura XXXV Fâtir -Il Creatore)
Io credo che, essenzialmente, occorra navigare. Che non c’è islam nel bere la religione tutta d’un fiato e tanto meno c’è islam nel non avere più domande. Nonostante l’islam, continuiamo ad essere umani e a sbagliare e cadere e cadere. Ognuno di noi ha delle cadute che sono solo sue e deve correre dei pericoli che può correre solo lui, ma spesso è proprio il “correre pericoli” che ci salva, lo stare affacciati al davanzale piuttosto che nel bozzolo, il dover vivere ciò che non vogliamo – il kufr - per forza, e il pensare a volte di poterlo anche scegliere, pur non chiamandolo più kufr. Sperimentarlo, assaporarlo, analizzarlo… e poi vedere che no. Non si può. Non io.







