28 ramadan, ore 21. Seduta davanti al pc, con a fianco la bottiglia di acqua di zamzam, non ancora assaggiata, pensando a questa improvvisa e devastante scoperta di qualche giorno fa: interrompere il digiuno senza giusta causa comporta altri 60 giorni di digiuno e’ in più, potrebbe anche non essere perdonato mai. Io l’ho fatto. L’ho fatto ieri, dopo averlo saputo.C’era un matrimonio, ieri, il matrimonio di un mio amico, l’unico matrimonio classico a cui ho partecipato negli ultimi otto anni. Avevo deciso di andarci più di un mese fa. Non era particolarmente importante che ci andassi, non era indispensabile, non era vitale. L’avevo deciso perché una che vive in una terra di mezzo deve rendersi conto che così è. Punto. Diciamo che di andarci me l’ero quasi imposta, perché avevo deciso di vivere in bilico un po’ di qua e un po’ di là, oppure – semplicemente – di accettare la mia posizione di bilico e buonanotte, ecco.
In fondo è il bilico che mi ha permesso di poter tornare a digiunare, dopo che, in quanto manifestazione della mia musulmanità, per due anni mi era stato vietato di farlo, come ad un tossico si vieta qualsiasi utilizzo di sostanze stupefacenti.
L’anno scorso avevo l’esame di stato e il ramadan l’ho interrotto per studiare, dopo 15 giorni di digiuno e di totale interruzione delle capacità mnemoniche, che tra l’altro anche dopo ho faticato enormemente a riattivare. Ma l’anno scorso ‘sta cosa non la sapevo e, si sa, la legge di Allah è più misericordiosa di quella umana e ammette l’ignoranza.
Quest’anno invece lo sapevo. Ho passato tutta la mattina a piangere come una scema e poi mi sono preparata e sono andata comunque a quel matrimonio. Mi sono annoiata a morte, ovviamente. Ma non ero andata per divertirmi. Ci sono andata per essere “normale” e vivere la vita che ho e non quella di un’altra che non c’è e non può esserci, almeno qui, almeno ora.
A telefono una sorella mi diceva che va bene. Che se una le cose sbagliate le fa nella consapevolezza che si tratta di cose sbagliate, se ci soffre e poi – o anche prima - si pente profondamente, si trova in uno stato ancora islamicamente ammissibile, perché almeno si rende conto. Ma non so se qualcuno ha idea di come sia doloroso vivere così, per anni e anni così, e di come poi ad un certo punto ci si senta patetici, grigi e spenti, di quanto all’atto pratico questo soffrire quotidiano ci renda interiormente brutti e molto poco musulmani, in fondo.
C’è una paura diffusa rispetto a questo blog. Si teme che le mie affermazioni, il mio modo complicato e problematico di presentare l’islam e la sincerità con la quale racconto quello che faccio e quello che provo possano in qualche modo nuocere l’islam, farlo apparire forse duro e controverso, contraddittorio e malato e ancor più che questo mio criticismo nel confronti della comunità tutta possa nuocere ai musulmani e quindi anche alle persone proprio, a tutta la gente a cui tengo. Potrei sfogarmi in privato, parlare con le sorelle di tutti questi miei e solo miei (?) contorti problemi e andrebbe molto meglio e l’islam ci farebbe un figurone.
Vi confesso che sinceramente non ho nessuna necessità di venire qui o a telefono a raccontarvi i fatti miei, di darvi in pasto i miei peccati, le mie mancanze, la mia fragilità e la mia ordinaria umanità. Se lo faccio è solo perché ritengo che l’islam sia fatto per gli uomini e non per automi perfetti, che non tentennano e non sbagliano mai e che ripetono all’unisono codici prestabiliti, solo perché hanno troppa paura di dire fesserie. Non si tratta di inventarci hadith che non ci sono o di omettere quelli che non ci stanno bene, non propongo di inventarci un’altra prassi islamica, un’altra sunna, un altro Corano.
Io voglio solo concepire l’islam come una religione possibile e non solo per me. Le regole ci sono ed io le accetto, tutte. Alcune le sento nel cuore, altre un po’ meno, altre ancora me le sono voluta togliere dal cuore con la forza, per non stare tutti i giorni a piangere e a commiserarmi, perché l’islam non può essere la cosa che ti fa stare sempre male, ma quella che ti fa stare bene.
Per giorni ho aspettato che arrivasse qualcuno o qualcuna tra i commenti di certi post a dire in modo semplice ma islamicamente corretto che esistono vari livelli di pratica che non sempre corrispondono a rispettivi livelli di fede, che, per esempio, la preghiera di una donna con lo smalto potrebbe anche non essere accettata, ma che forse sì, non perché Dio è buono e perdona tutto, ma perché quello che c’è nel cuore delle persone è molto più importante di quello che c’è sulle unghie e che si può anche ammettere che, per qualcuna, lo smalto sia vitale e non ci si possa rinunciare - che ne sai? – e che questo non ci dà nessun diritto di privarla del suo islam e del suo rapporto con Allah e soprattutto nessun diritto di pensare che noi, acqua e sapone, niqabate, coperte dalla testa ai piedi, coi guanti e coi cespugli al posto delle sopracciglia, abbiamo più possibilità di vedere il paradiso rispetto a quella che non fa questo, non fa quello e però, pure lei, è l’islam che vuole. Ho aspettato e aspettato che arrivasse qualcuno o qualcuna a dire che l’islam non serve assolutamente a nulla se non siamo capaci di calarlo nella vita reale e ce lo teniamo lassù, sulle nuvole, e tu se lo vuoi devi andartelo a praticare per forza lassù, sennò non è più islam ma diventa qualcos’altro e quindi, se diventa qualcos’altro per forza di cose sarà kufr, perché islam non è più. Ma in fondo cos’è dare della kafira alla musulmana che mette lo smalto a quella che mangia maiale per casini suoi o a quella che non fa il ramadan, perché ha deciso così? Che senso ha pensarsi nell’intimità una roba del tipo: io ho più fede di te, perché faccio più cose per Dio? Ma ce ne saranno a bizzeffe di hadith, studi di sapienti riconosciuti e riconoscibili che condannano ‘ste cose con la stessa veemenza con cui noi, qui, si condanna lo smalto punto e basta! Non ci sono?
Ok, non è venuto nessuno a dirmi queste cose e quindi io me le dico da sola, perché per me è l’unico modo di andare avanti e il mio islam non lo svendo solo perché non sono così perfetta e così santa, ma semplicemente umana e femmina e fragile.
Alhamdulillah comunque, in mezzo a tutte le cose pretenziosamente islamiche che leggo e che mi fanno male, riesco anche a vedere la buona fede di ognuno e di ognuna e il percorso di una comunità troppo giovane e ancora con le idee troppo confuse dal punto di vista conoscitivo. Ognuno di noi manifesta le proprie nebbie in un modo tutto personale, alcuni seguendo un cliché unanimemente condiviso e altri cercando di distruggerlo. E invece quello che dovremmo fare tutti dovrebbe essere andare oltre il cliché, senza dar credito a tutte le voci di corridoio che ci capita di sentire e a tutte le leggende metropolitane, nella convinzione che la comunità sia un sistema piramidale tipo reiki, amway o giù di lì, in cui basta seguire più regole per passare ad un livello più alto. Questa roba si chiama new age, occidente e anche superstizione. L’islam è una cosa molto più bella, non credete? Ma soprattutto è una cosa che "funziona", che deve funzionare per forza, chiunque tu sia e in qualunque situazione ti trovi. E se fai un piccolo passo, Allah ne fa comunque mille verso di te, a qualunque livello sei nell'apparente piramide che ci divide gli uni dagli altri e non ci permette di essere una comunità unita e reciprocamente soccorrevole, in senso concreto.






