L’essere religiosi, per i più, consisterebbe nel credere in ciò che sta scritto su un libro o su una serie di libri o credere in ciò che si tramanda. Niente di più dogmatico, assurdo e irrazionale, se ci pensiamo. E niente di più caotico, anche. Perché credere nella Bibbia e non nei Veda, perché scegliere Epicuro e non Plotino?
Di libri escatologici ne esistono a bizzeffe, anche quelli che apparentemente non parlano di metafisica celano un preciso sistema filosofico al loro interno. Tutta la letteratura antica e moderna è piena di religiosità o di anti-religiosità che è comunque un modo di esprimere un sistema.
In realtà, l’essere religiosi è cercare, cercare e cercare. E non solo sui libri.
Tempo fa Thekra mi chiese di scrivere qualcosa su come e perché mi sono avvicinata all’islam, su che cosa mi ha convinta e su come è stato il mio approccio iniziale.
Probabilmente dovrei iniziare da Eraclito, incastrarmi con Richard Bach e fermarmi a Nietzsche. Dentro ci sarebbero l’adolescenza, le comitive, i primi amorini e il guardarsi attorno e il guardarsi dentro e già vedere che c’è qualcosa che non funziona, che le scale di valori proposte non convincono, che bisogna camminare da soli e parecchio pure.
Nel giro di un anno misi in discussione tutto il sistema filosofico cattolico e l’apparato sociale da esso prodotto. Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali. E qui mi fermai.
Dopo aver fatto tabula rasa, potevo iniziare la mia personale ricerca senza intralci.
L’esperimento inizia così, quasi come una sfida, una scommessa, un teorema da dimostrare.
Ipotesi n. 1: nel caso in cui esista un dio la vita deve avere un senso, un suo ordine nascosto, una sua legge.
Ipotesi n. 2: Nel caso in cui esista una legge, essa deve essere rintracciabile nelle conseguenze dell’agire umano, nella relazione che esiste tra l’agire e gli effetti che esso produce all’esterno e nelle ripercussioni che dall’esterno ritornano alla fonte.
A 16 anni ero atea, perché non potevo credere in un dio fino a quando non lo avessi visto in azione compormi sotto il naso, pezzo dopo pezzo, un mondo sensato, convincente e funzionante.
Intanto io guardavo, mi buttavo a capofitto, prendevo appunti e il disegno lentamente prendeva forma, ma con dei buchi che parevano voragini e avevo quasi le vertigini. Però continuavo a buttarmi a capofitto.
Sbattendo i denti sulle cose della vita e guardando anche altri sbatterli un po’ in giro avevo iniziato a vedere come, oltre ad un rapporto di azione e reazione (contrappasso), gli eventi della vita sono anche retti da un rapporto di effetto-causa, come se tutto ciò che ci capita in realtà non ci capita proprio per niente, ma sta là ad aspettare esattamente noi e a sfidarci.
Questa constatazione implica un’altra scoperta e cioè che alcune manifestazioni empiriche seguono leggi che non hanno nessuna relazione con le leggi fisiche e che quindi esiste un livello superiore a quello fisico che, a volte, ne determina l’andamento.
Nello stesso tempo l’esperienza insegna che, anche quando crediamo di essere spiritualmente liberi e autonomi, non lo siamo veramente, perché siamo prigionieri del nostro “volere”. A volte l’esigenza di soddisfare i desideri ci porta a compiere azioni insensate e quanto più forte è il desiderio, tanto più per soddisfarlo siamo disposti a cedere a compromessi e a fare cose che non avremmo mai pensato di poter fare.
Ovviamente, attraverso il nostro volere, anche noi stessi soggiacciamo a una qualche legge superiore che ci guida. Non siamo per niente liberi e consapevoli, come atei, agnostici e materialisti suppongono. Siamo solo burattini in balìa di forze sconosciute. Crediamo di essere artefici della nostra esistenza e in realtà ci siamo impigliati dentro.
Credo che Michelangelo abbia espresso meglio di chiunque altro la condizione di schiavitù nella quale ci troviamo prostrati e il bisogno fortissimo di elevarsi da questo stato di assoluta cecità.
Per risolvere questo problema, per vivere consapevolmente e liberarci, occorre educare la propria mente e il proprio corpo.
Le religioni non avrebbero alcuna ragione di esistere se non suggerissero una via da percorrere, un modo per autoeducarsi al bene, una maniera di migliorare se stessi per fare in modo che, attraverso l'acquisizione di un punto di vista più ampio, una parte dell’invisibile ci diventi visibile e ci dia una direzione, facendoci scoprire che , in verità, il mondo è sorretto da leggi che funzionano.
Perfino il buddismo che non contempla la necessità di una prospettiva escatologica, suggerisce una via – una pratica – per ritrovare il proprio centro e non farsi ammaliare da desideri vani che servono solo a distrarci e a rimbambirci.
Quando è arrivato il Corano, il mio puzzle aveva già iniziato a formare un disegno con il quale il testo coranico si accordava alla perfezione.
E non solo.
Avendo avuto modo di studiare varie religioni e pratiche iniziatiche, ho avvertito subito l’attenzione che la via islamica pone al “restare con i piedi per terra”, raccomandando seri accorgimenti per non volarsene via, per non vaneggiare come i mistici, per non oltrepassare la soglia oltre la quale c’è solo il delirio.
Non ho scelto l’islam tra mille religioni possibili, ma l’ho semplicemente “riconosciuto”. Ciò che avevo cercato tra le pieghe della vita, il senso dell’esistenza, era qui, era l’islam. Non si trattava semplicemente di credere in un libro, ma di credere nella vita stessa, nell’archetipo celeste che si disvela attraverso ciò che succede, a ben guardare mai per caso.
Ciò che è arrivato a convincermi in profondità è soprattutto questa peculiarità di anteporre la consapevolezza alla fede. Non mi sarei mai definita musulmana, se non avessi capito che l’islam è una via di consapevolezza, prima che di fede.
Accertata la corrispondenza tra le leggi craniche e le leggi naturali e spirituali che governano il mondo, si trattava di mettere in pratica la via suggerita, per verificarne la validità.
Il nuovo esperimento ebbe inizio fin da subito e funzionava più o meno così:
Dati:
- Dio esiste e il cosmo è una manifestazione delle sue leggi;
- Il Corano è un libro rivelato che suggerisce una via da seguire per staccarsi con dolcezza dalle cose materiali e acquisire una volontà libera e consapevole.
Modalità di verifica sul campo:
- Fare esattamente tutto ciò che viene consigliato dal Corano e dalla Sunna;
- Momentanea sospensione del giudizio (mettere il cervello sott’aceto, come s’è detto).
E questo fu, propriamente, “convertirsi”: un’autoriprogrammazione, ovviamente necessaria per le finalità che mi prefiggevo.
Per quale assurdo motivo un musulmano dovrebbe praticare così tanto? Perché cinque preghiere e non una al giorno o una alla settimana, perché l’hijab, perché la sunna, entrare in bagno con il piede destro, perché?
Ma non è una follia? Tutto questo non cela una segreta volontà di scimunirsi? Non è forse un ottimo modo di alienarsi e non vivere più?
Certo lo è, se tutte queste cose vengono fatte perdendone il senso profondo, che è quello di modificare il proprio pensiero infondendoci dentro l’idea dell’Unico, un’idea di Purezza, Misericordia e Totalità.
Lo è se dentro il nostro pensiero cerchiamo di infilarci l’odio per i kuffar e la rabbia per non poter praticare al meglio, a causa dell’ignoranza e dell’intolleranza di chi ci circonda. Lo è se, pregando, ci permettiamo di maledire chi non fa questo e quello. “Siano maledette quelle che si tolgono le sopracciglia e quelle che se le fanno togliere”. E noi, a pappagallo, senza capire niente del senso profondo dell’hadith, “che siano maledette, certo”.
Non lo è, nel caso in cui si consideri l’islam un cammino iniziatico e cioè un cammino spirituale preparatorio non solo all’aldilà, ma anche e soprattutto all’aldiqua, un allenamento che ci permette di gestire il tempo che ci resta lavorando sulla nostra anima in modo che ci si allontani nel modo più dolce e delicato possibile dalle cose materiali, imparando pian piano ad assumere un rigore spirituale che ci serve per affrontare con criterio i fantasmi contro i quali, senza accorgercene, combattiamo ogni giorno.
Le considerazioni conclusive dell’esperimento si riassumono più o meno così:
- La pratica che si chiude alla vita e alla molteplicità dell’esperienza sensibile, proprio come il misticismo, porta all’alienzazione, a volte anche al delirio, e allontana dall’islam.
- Affrontare e sciogliere i nodi fondamentali della propria vita, assumersi le proprie responsabilità e accettare il ruolo che ci è stato dato nel contesto in cui ci troviamo è propedeutico alla pratica.
- Rifiutarsi di assolvere ai propri doveri sociali, familiari e spirituali e fuggire via in un luogo in cui è più facile applicare le regole annulla gli eventuali benefici derivanti dalla possibilità di esercitare una pratica migliore.
La via islamica, dal mio punto di vista, non può essere semplicemente cercare e trovare un’ampolla in cui praticare a occhi chiusi senza più scocciature, ma affrontare la vita quotidiana, ponendo attenzione prima di tutto alla risoluzione delle sfide che, non a caso, ci sbarrano la strada. La pratica va inserita all’interno dell’esistenza che ci è stata assegnata nella misura in cui ci aiuta qui e ora a migliorare il nostro rapporto col mondo, è da scansare nel caso in cui concorre a peggiorarlo e a peggiorarci.
Non lo dico perché non ho abbastanza fede per credere che tutto l’apparato che ci è stato fornito sia ineccepibile. Lo dico perché le istruzioni che ci sono state fornite prevedono anche l’utilizzo delle capacità critico-setlettive insite nel nostro intelletto. Alhamdulillah.
Se l’islam fosse solo avere fede e abbandonarsi, succeda quel che succede, io no, non potrei essere musulmana.
Alcune delle mie considerazione possono essere completamente sbagliate o incomplete, altre saranno confuse o tendenziose, ma mi pare islamicamente auspicabile rimettersi in discussione ogni giorno, perché non ci troviamo in un punto di arrivo, ma solo all’inizio di un cammino sensato.