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Mia figlia ha deciso di diventare cristiana. A cinque anni e mezzo - o giù di lì - ha deciso. Sarà cristiana, perché così potrà mangiare prosciutto. Sì, è per il prosciutto.
- Ma davvero?
- Davvero-davvero.
Poi la sera prega in arabo con me.
- Ehm… in arabo?
Sì, in quella lingua lì: l’arabo maccaronico che le ho insegnato io, il maccarabico, diciamo.
Mi ricorda il fratello della mia amica ex-tedesca che a 14 anni decise di diventare cristiano per farsi la cresima e ricevere un sacco – ma proprio un sacco – di regali. Gli altri fratelli, forse, erano protestanti. “Forse” non perché non so com’erano, ma perché non lo sapevano esattamente neanche loro. Comunque la cresima non se l’erano fatta. Fessacchiotti!
Ecco, io adesso, da buona musulmana, dovrei strapparmi tutti i capelli, sbattere i piedi per terra ad oltranza, dare testate sui muri.
Per dire.
In realtà dovrei impedirle di mangiare prosciutto con ogni mezzo possibile, credo.
- Sennò che musulmana sei?
- Sennò che musulmana sono?
E invece, impotente, la guardo mangiarsi il suo crostino col prosciutto. Beatamente, per giunta!
Beatamente!
E non urlo, non sbatto i piedi, non mi taglio le vene.
Rifletto, piuttosto. Rifletto su quello che avrei fatto quand’ero pure io un po' più d.o.c. di così e a quanto sarebbe stato terribile, per me-musulmana-d.o.c., che mia figlia potesse scoprire da sola una Via che fosse davvero sua, proprio come – disperatamente e meravigliosamente – un giorno di tanti anni fa, accadde a me.
Un giorno di tanti anni fa, durato circa quindici anni o poco più.
-Ma ti ricordi?
-No, certo che non mi ricordo. Mi è servito, però.
Già, a me è servito.
Tenere un piede da un’altra parte. Pensare di doversene andare un giorno o domani stesso.
E invece accettare quotidianamente di resistere, perché anche altrove dovresti farlo – resistere – e non è detto che sarebbe più facile, più dolce oppure più sensato resistere altrove piuttosto che qui.
Sulla costa sarebbe meglio. Per me sarebbe meglio la costa. Vasto, Francavilla, Pineto, Roseto, Tortoreto, Alba Adriatica: posti in cui puoi fare kilometri in bici senza sentirti stanca e passeggiate in riva al mare da sola. Posti a misura d’uomo ma con una stazioncina a portata di mano che ti fa sentire quasi libera di muoverti senza stressarti su un’autostrada.
Eppure anche a Vasto, Roseto e Numana continuerei a tenere un piede laggiù. In un posto che non ho mai visto e che si chiama Safi – e chissà perché, tra tanti posti possibili - proprio a Safi vuoi tenere un piede.
Sì, a Safi.
Tenere un piede da un’altra parte. Strano, per una che s’era infilata tranquilla e serena sotto un niqab e aveva deciso di viverci dentro ad oltranza. Una fortezza collinare d’Abruzzo non dovrebbe starmi più stretta d’un niqab.
Eppure.
Il fatto è che prima o poi dovrei proprio decidermi a tornare a casa, una casa che sia “mia”, tra Oualidia e San Blas.
Sì, sicuramente. Credo che si trovi proprio lì.
Nella mia piccola fortezza incantata le notti bianche esistono da sempre.
Sono notti d’inverno con la neve alta, che si passano tra vino e braciole nella taverna di una compagna di scuola o a fare a pallottole di neve per la strada..
Sono notti fredde e movimentate a ballare i Cure nel circolo studentesco.
Sono i falò e la gazzarra per la strada, il cappuccino al bar alle sei del mattino, appena dopo gli eccessi, mentre le vecchiette vanno a messa.
La notte che se ne va è quelli di Pineto, quelli di Silvi, quelli di Pescara: ma c’eravate? Ma dov’eravate?
Salutarsi stanchi e dormire tutto il giorno e sapere che – anche per quest’anno – la parte peggiore dell’inverno sta per passare.
Se esci integro da questa notte ancora per un po’ ti salverai.
Sono notti d’inverno languide, in cui insegui qualcosa che non sai cos’è, che se c’è non sai se vuoi.
Sono notti in cui puoi perderti in un secondo. Perderti e scordatene che ti sei perso. E rimanere così: appeso penzoloni nel vuoto, impiccato alla notte delle notti che può non smettere mai.
Notti pagane, dionisiache, barocche.
Notti in cui la gente perde il senno, a volte, si rovina la vita per sempre, così, come se niente fosse, sorridendo.
Notti addobbate a festa e luccicanti.
Notti lussuriose e ammiccanti.
Notti chiassose d’insensatezza ubriaca.
Notti letali che – qui e altrove – dovrebbero proibire per sempre: elogio dell’imbecillità!
Miseria dell’anima, tristezza, abuso, perversione, vanità…
Eppure tra qualche anno succederà.
Mi alzerò prima dell’alba e dopo il fajr e un bel po’ di dua’ – e ce ne vogliono assai proprio di dua’ – prenderò questa figlia per mano e l’accompagnerò a vedere la notte delle notti, quella in cui puoi perdere il senno, così, come se niente fosse, sorridendo.
Potrei non portarla mai – oh sì che lo so che potrei! – e semplicemente dirle che è haram, non si fa, non si va, che è una festa dedicata a un dio pagano chiamato Fauno – a udu billahi – e che no, meglio non conoscerle le cose maledette per star bene e vivere sereni. Quindi no. No. Non si fa, non si va.
Ma non le direi la verità.
Certo dovrei dirglielo che è davvero una notte maledetta, una notte che può ingoiare le persone e tenersele in pancia per mesi e, chissà, forse pure per anni. Per sempre. E’ vero: è così.
Io l’ho visto, figlia mia, può succedere. Davvero puoi perderti in una notte. Non sto esagerando, sul serio. E’ così.
Perché è una notte maledetta in cui ogni volta tenterai di buttarti nel vuoto per lasciarti cullare e invece volerai e ti dimenticherai di te e ti ubriacherai di vino e follia e quando ritornerai, se ritornerai, sarai come un naufrago scampato alle onde fameliche o meglio come uno spettro scampato alla morte che non muore mai.
Ma certe notti bisogna conoscerle e attraversarle. Certe notti bisogna guardarle – sì almeno guardarle, se non viverle, bisogna – per essere certi di riconoscerle poi, quando altrove ti capiterà di incontrarle di nuovo. Le notti sono ovunque. Ovunque proprio e quindi è inutile fuggirle. Non si riuscirà a fuggire per sempre. Stanno là, in agguato ad aspettare e possono sorprenderti nell’ora della siesta o del dhor e possono inseguirti per anni, giorno e notte, notte e giorno senza darti pace, se pace non hai fatto già.
Quindi sì, quando sarà il momento porterò mia figlia a conoscere la notte, inshallah.
E poi ancora la inviterò ad attraversare la sua notte chiedendole di ricordarsi sempre di tornare, di attaccarsi a un filo sottile, un filo trasparente e sottile che io chiamo iman e che lei chiamerà come le pare. Attaccarsi a un filo e non staccarsi mai. Questo le dirò.
Perché proteggere qualcuno significa insegnargli a sperimentare da solo, insegnargli a volare e poi mandarlo per aria, insegnargli a scegliere e poi fidarsi, proprio come ci si fida di se stessi, se non di più.