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Petizione: Abou Elkassim Britel libero e vivo

Firma anche tu la petizione e aiutaci a liberare un uomo innocente

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Blogger: ksakinah
Ksakinah e cioè Khadi Sakinah, quella di an-nisa, che non ha ritrovato la funzione di Splinder per aprire due blog con lo stesso account. (...L'avranno mica tolta!?)

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giovedì, 27 dicembre 2007

Del prosciutto e di altri demoni

Mia figlia ha deciso di diventare cristiana. A cinque anni e mezzo - o giù di lì - ha deciso. Sarà cristiana, perché così potrà mangiare prosciutto. Sì, è per il prosciutto.

- Ma davvero?

- Davvero-davvero.

Poi la sera prega in arabo con me.

- Ehm… in arabo?

Sì, in quella lingua lì: l’arabo maccaronico che le ho insegnato io, il maccarabico, diciamo.

Mi ricorda il fratello della mia amica ex-tedesca che a 14 anni decise di diventare cristiano per farsi la cresima e ricevere un sacco – ma proprio un sacco – di regali. Gli altri fratelli, forse, erano protestanti. “Forse” non perché non so com’erano, ma perché non lo sapevano esattamente neanche loro. Comunque la cresima non se l’erano fatta. Fessacchiotti!

Ecco, io adesso, da buona musulmana, dovrei strapparmi tutti i capelli, sbattere i piedi per terra ad oltranza, dare testate sui muri.

Per dire.

In realtà dovrei impedirle di mangiare prosciutto con ogni mezzo possibile, credo.

- Sennò che musulmana sei?

- Sennò che musulmana sono?

E invece, impotente, la guardo mangiarsi il suo crostino col prosciutto. Beatamente, per giunta!

Beatamente!

E non urlo, non sbatto i piedi, non mi taglio le vene.

Rifletto, piuttosto. Rifletto su quello che avrei fatto quand’ero pure io un po' più d.o.c. di così e a quanto sarebbe stato terribile, per me-musulmana-d.o.c., che mia figlia potesse scoprire da sola una Via che fosse davvero sua, proprio come – disperatamente e meravigliosamente – un giorno di tanti anni fa, accadde a me.

Un giorno di tanti anni fa, durato circa quindici anni o poco più.

-Ma ti ricordi?

-No, certo che non mi ricordo. Mi è servito, però.

Già, a me è servito.

postato da: ksakinah alle ore 20:37 | link | commenti (16)
categorie: intimerie
venerdì, 21 dicembre 2007

Appello per Abou Elkassim Britel in sciopero della fame dal 16 novembre 2007

Questa è, in breve, la storia di Kassim. Qui  e qui sua moglie Khadija ci spiega come contribuire a dare un aiuto.

Un sentito ringraziamento a tutti coloro che vorranno sostenerci in questa battaglia per la liberazione di un uomo innocente che ha già perso, ingiustamente e terribilmente, 6 anni della propria vita.
postato da: ksakinah alle ore 21:41 | link | commenti
categorie: segnalazioni
sabato, 08 dicembre 2007

La casa

Tenere un piede da un’altra parte. Pensare di doversene andare un giorno o domani stesso.


E invece accettare quotidianamente di resistere, perché anche altrove dovresti farlo – resistere – e non è detto che sarebbe più facile, più dolce oppure più sensato resistere altrove piuttosto che qui.


Sulla costa sarebbe meglio. Per me sarebbe meglio la costa. Vasto, Francavilla, Pineto, Roseto, Tortoreto, Alba Adriatica: posti in cui puoi fare kilometri in bici senza sentirti stanca e passeggiate in riva al mare da sola. Posti a misura d’uomo ma con una stazioncina a portata di mano che ti fa sentire quasi libera di muoverti senza stressarti su un’autostrada.


Eppure anche a Vasto, Roseto e Numana continuerei a tenere un piede laggiù. In un posto che non ho mai visto e che si chiama Safi – e chissà perché, tra tanti posti possibili - proprio a Safi vuoi tenere un piede.


Sì, a Safi.


Tenere un piede da un’altra parte. Strano, per una che s’era infilata tranquilla e serena sotto un niqab e aveva deciso di viverci dentro ad oltranza. Una fortezza collinare d’Abruzzo non dovrebbe starmi più stretta d’un niqab.


Eppure.


Il fatto è che prima o poi dovrei proprio decidermi a tornare a casa, una casa che sia “mia”, tra Oualidia e San Blas.


Sì, sicuramente. Credo che si trovi proprio lì.

postato da: ksakinah alle ore 15:27 | link | commenti (2)
categorie: intimerie
venerdì, 07 dicembre 2007

Come uno spettro scampato alla morte che non muore mai

Nella mia piccola fortezza incantata le notti bianche esistono da sempre.

Sono notti d’inverno con la neve alta, che si passano tra vino e braciole nella taverna di una compagna di scuola o a fare a pallottole di neve per la strada..

Sono notti fredde e movimentate a ballare i Cure nel circolo studentesco.

Sono i falò e la gazzarra per la strada, il cappuccino al bar alle sei del mattino, appena dopo gli eccessi, mentre le vecchiette vanno a messa.

La notte che se ne va è quelli di Pineto, quelli di Silvi, quelli di Pescara: ma c’eravate? Ma dov’eravate?

Salutarsi stanchi e dormire tutto il giorno e sapere che – anche per quest’anno – la parte peggiore dell’inverno sta per passare.

Se esci integro da questa notte ancora per un po’ ti salverai.

Sono notti d’inverno languide, in cui insegui qualcosa che non sai cos’è, che se c’è non sai se vuoi.

Sono notti in cui puoi perderti in un secondo. Perderti e scordatene che ti sei perso. E rimanere così: appeso penzoloni nel vuoto, impiccato alla notte delle notti che può non smettere mai.

Notti pagane, dionisiache, barocche.

Notti in cui la gente perde il senno, a volte, si rovina la vita per sempre, così, come se niente fosse, sorridendo.

Notti addobbate a festa e luccicanti.

Notti lussuriose e ammiccanti.

Notti chiassose d’insensatezza ubriaca.

Notti letali che – qui e altrove – dovrebbero proibire per sempre: elogio dell’imbecillità!

Miseria dell’anima, tristezza, abuso, perversione, vanità…

Eppure tra qualche anno succederà.

Mi alzerò prima dell’alba e dopo il fajr e un bel po’ di dua’ – e ce ne vogliono assai proprio di dua’ – prenderò questa figlia per mano e l’accompagnerò a vedere la notte delle notti, quella in cui puoi perdere il senno, così, come se niente fosse, sorridendo.

Potrei non portarla mai – oh sì che lo so che potrei! – e semplicemente dirle che è haram, non si fa, non si va, che è una festa dedicata a un dio pagano chiamato Fauno – a udu billahi – e che no, meglio non conoscerle le cose maledette per star bene e vivere sereni. Quindi no. No. Non si fa, non si va.

Ma non le direi la verità.

Certo dovrei dirglielo che è davvero una notte maledetta, una notte che può ingoiare le persone e tenersele in pancia per mesi e, chissà, forse pure per anni. Per sempre. E’ vero: è così.

Io l’ho visto, figlia mia, può succedere. Davvero puoi perderti in una notte. Non sto esagerando, sul serio. E’ così.

Perché è una notte maledetta in cui ogni volta tenterai di buttarti nel vuoto per lasciarti cullare e invece volerai e ti dimenticherai di te e ti ubriacherai di vino e follia e quando ritornerai, se ritornerai, sarai come un naufrago scampato alle onde fameliche o meglio come uno spettro scampato alla morte che non muore mai.

Ma certe notti bisogna conoscerle e attraversarle. Certe notti bisogna guardarle – sì almeno guardarle, se non viverle, bisogna – per essere certi di riconoscerle poi, quando altrove ti capiterà di incontrarle di nuovo. Le notti sono ovunque. Ovunque proprio e quindi è inutile fuggirle. Non si riuscirà a fuggire per sempre. Stanno là, in agguato ad aspettare e possono sorprenderti nell’ora della siesta o del dhor e possono inseguirti per anni, giorno e notte, notte e giorno senza darti pace, se pace non hai fatto già.

Quindi sì, quando sarà il momento porterò mia figlia a conoscere la notte, inshallah.

E poi ancora la inviterò ad attraversare la sua notte chiedendole di ricordarsi sempre di tornare, di attaccarsi a un filo sottile, un filo trasparente e sottile che io chiamo iman e che lei chiamerà come le pare. Attaccarsi a un filo e non staccarsi mai. Questo le dirò.

Perché proteggere qualcuno significa insegnargli a sperimentare da solo, insegnargli a volare e poi mandarlo per aria, insegnargli a scegliere e poi fidarsi, proprio come ci si fida di se stessi, se non di più.

postato da: ksakinah alle ore 21:28 | link | commenti
categorie: intimerie
lunedì, 03 dicembre 2007

Io non sto con lo shaikh

-         Ma quella Khadi o come si chiama lei, quella di an-nisa,si sarà bevuta il cervello.
-         Ma sì, se n’è andata all’aceto, ormai, e non ce la recuperiamo più!
-         Si sente Ummagumma (ma si può? Ummagumma proprio… ma si è rincretinita?)
-         E si schiera contro Lo Shaikh-hafizahullah.
-         Ma come si permette, lei, che non è degna nemmeno di nominarlo. Astagfirullah! Ma sarà che si sta grandiosamente inkafirando, sennò come te la spieghi tu?
-         Già, inkafirando… Sì, sicuramente!
 
Già, inkafirando… Certo, se il kafir è quello che non segue le regole del clan, quello che te la canta così com’è, quello che si libera dal giogo dei “formalismi di setta” e non si ferma a quello che gli dicono di credere, ma ci ragiona sulle cose e crede solo per ispirazione e mai per sentito dire…
Beh, pensavo fosse il musulmano quello. Così, mi pareva d’aver capito.
La mia Via è quella e credevo fosse islamica: ero io a sbagliarmi? Sarà, ma io continuo per la mia strada, voi fate un po’ come vi pare e se vi pare.
Ma ricominciamo da capo, ché forse è meglio.
Una delle tante meravigliose caratteristiche dell’islam che da subito mi hanno folgorata e rapita era quell’esaustivo senso di giustizia che nessun’altra religione avrebbe mai potuto darmi.
Perché l’islam è l’unica religione che ti permette di odiare gli oppressori.
Ah! Che liberazione! Odiare chi schiavizza, chi sfrutta, chi schiaccia, chi ti costringe a svermare, chi ti calpesta…
Non è una cosa da poco, se ci pensate.
A parte l’islam, non ci sono religioni che ti permettono di ribellarti ai potenti perché è giusto così, che ti incitano a batterti, uccidere e morire affinché sia fatta giustizia, che ti permettono di incitare il popolo ad insorgere per capovolgere il sistema e ristabilire – politicamente – un sistema più equo in cui i ricchi e i poveri, gli schiavi e i padroni sono uguali e in cui gli uomini valgono di più o di meno solo in base alle proprie virtù e non in base a quante società operative e finanziarie manipolano o partecipano a manipolare.
Sì. L’islam ti permette di rivoluzionare il mondo, anzi te lo ordina, addirittura.
 
Se, comunque vadano le cose, ti senti sempre dalla parte dei deboli, degli oppressi, degli schiavi, degli sfruttati e dei poveracci, non puoi essere cattolico, buddista, induista o testimone di Geova, a meno che tu non creda che per accedere al paradiso l’unico modo sia quello di sopportare, soffrire e crepare sotto il giogo dei potenti e stare al tuo posto, così in paradiso – o nell’altra vita – sarai ricco e avrai tanti schiavi da sfruttare e schiacciare e calpestare e sbudellare, se ti va. Se pensi che il paradiso o l’altra vita debbano necessariamente essere migliori di così e se credi che potrai accedervi solo se avrai contribuito a migliorare questa vita qui, allora farai un bel po’ di fatica ad adattare i tuoi bollenti spiriti ad un credo religioso. Uno qualsiasi, dico.
Ma come si fa? Zitto e mosca e, dichiarandoti pacifista, finanzierai le bombe che uccidono i bambini iracheni e quelli afgani, andrai ad insanguinare il Libano e, quando ti parleranno di Nassirya, penserai ad un pungo di uomini grandi e grossi e nel fiore degli anni morti ingiustamente e non alle migliaia di uomini grandi e grossi e nel fiore degli anni, alle migliaia di bambini dalle diecimila vite possibili e già stroncate, alle migliaia di donne col mitra in mano, eppure indifese, ai vecchietti terrorizzati o rassegnati a quelli senza un braccio, senza una gamba, a quelli impazziti e a tutti coloro che inorridire è poco, se davvero riesci a pensarci.
Non avrei mai potuto abbracciarla, io, una religione che mi impone di starmi calma e buona, mentre la parte di pianeta che preferisco crepa e schiatta. Non è eticamente sostenibile una cosa così e – no, non preoccupatevi - non ho deciso di iniziare a sostenerla adesso. Anzi.
 
Visto che oggi – tra una cosa e l’altra – sono riuscita a procurarmi giusto un paio di orette per scrivere qualcosa di serio e sensato – e lo so che non se ne può più di certe leggiadrie, ma abbiate pazienza, che qualche volta i blog devono servire pure per sfogarsi e divagare dei cavoli propri, perché un analista vero proprio non me lo posso permettere, accidenti – approfitto finalmente per scrivere quelle cose che c’ho proprio sulla punta del mouse e che non trovavo né il tempo né la voglia di illustrarvi.
Mi tocca, però. Perché chiamare un blog “An-nisa” comporta pure delle responsabilità, vi pare?
E una non ci può linkare sopra quello che le pare, senza poi darne le dovute spiegazioni, posologia e precauzioni d’uso.
Le mie ragioni sono un po’ complicate, però cerco di raccontarvele con una storia: una storia che sicuramente tutti conoscete già e così per me è più facile dire quello che devo dire, senza stare a dilungarmi troppo ché non serve.
C’era una volta in America, non troppi anni fa, una certa setta semisconosciuta chiamata “Lost-Found Nation of Islam” alias NOI. L’aspetto positivo della Nation of Islam consisteva nell’obiettivo che intendeva raggiungere: elevare il livello di vita degli afro-americani. Per raggiungere tale obiettivo la Nation of islam aveva estrapolato dagli insegnamenti islamici un codice di comportamento, una “regola”, alla quale tutti gli adepti avrebbero dovuto inderogabilmente conformarsi, pena l’esclusione dal clan. Tutte queste leggi comportamentali venivano fatte rispettare dal cosiddetto “Frutto dell’lslam”, un vero e proprio esercito paramilitare.
L’esistenza di questo corpo addestrato oggi può sembrarci un assurdo, visto che basta parlare di “concedere” l’utilizzo dell’hijab alle musulmane e già si comincia a gridare alla fobia dello stato nello stato, a due-pesi-due-misure e “questi immigrati – quali? – vengono qua ad imporci le loro regole, ma se ne stessero a casa loro”, senza sapere che, per la maggior parte, a casa nostra stiamo, altro che immigrati! (Ma guardatevi intorno, babbini!).
Per quanto possa sembrarci strano pare che - nonostante l’incitamento all’odio contro i bianchi, il cavallo di battaglia della non-integrazione, della separazione totale dei neri dai bianchi, l’imposizione di “non confondersi con i bianchi”, le ferree regole del “non fare le cose che fanno loro, non usare i loro modi di dire, non frequentarli, non vestirsi come loro si vestono, non mangiare come loro mangiano” – la Nation of islam e il Frutto dell’Islam non vennero mai inquisiti, perché erano organismi strumentali al potere costituito.
Sì, strumentali.
La Nation of Islam non costituiva un pericolo per l’America, anzi. Mantenendo l’ordine interno, questa setta, riusciva ad arginare le eventuali scosse di ribellione – di vera ribellione - che avrebbero potuto autoalimentarsi ed infuocare un’eventuale sommossa civile.
Immaginate che cosa sarebbe potuto accadere se tutti i neri d’America avessero – tutti insieme – preso coscienza di colpo! Ma immaginate che forza, che rabbia, che rivoluzione, che guerra. Che Guerra!
Ecco perché io non sto con lo shaikh.
 
Ecco, io non m’inchino davanti ad uno shaikh.
Perchè una musulmana non dovrebbe inchinarsi davanti agli idoli, mi pare.
E poi io non servo chi – consciamente o no – serve l’America e i suoi sudditi e le sue multinazionali e i suoi oleodotti e arma i miei fratelli l’uno contro l’altro e concede al nemico miriadi di giustificazioni in più per stramazzarci tutti, chi in un modo chi nell’altro, noi, i musulmani.
Preferisco la rivoluzione, quella vera, io.
Al-Qaida è una furbissima invenzione che c’intrappola tutti, ma non lo vedete?
Certi urli che dovrebbero essere di battaglia arginano le nostre potenzialità rivoluzionarie, ci mettono gli uni contro gli altri, ci imprigionano, non ci liberano.
Iniziamo a sostenerli davvero ‘sti ragazzini che combattono al posto nostro, questi mujahidin affamati e disperati che stanno morendo anche per noi, comodamente sistemati nelle nostre sale di preghiera o nelle nostre case a discutere della liceità dell’utilizzo dell’aceto e del caglio.
Non possiamo permetterci di alimentare le fantasie oltraggiose di chi divide il mondo in terroristi e salvatori: siamo noi che dobbiamo spiattellare in faccia al mondo la cruda verità di quello che sta succedendo davvero. Siamo noi che abbiamo il compito di urlare l’ingiustizia del genocidio a cui, da anni, stiamo assistendo. Non possiamo permetterci di farci accecare da miti fasulli che servono solo ad aiutare il nemico a giustificare l’orrore, dipingendo i nostri fratelli come obbrobriosi carnefici dai quali occorre salvarsi con qualsiasi mezzo.
 
La parola è la mia unica arma ed ho deciso di usarla per il bene e per il vero. Di rifuggire la propaganda vana, di allontanarmi dai proselitismi spiccioli. Di distruggere i miti e gli idoli che accecano i mondi islamici contemporanei.
Perché non si può vincere una guerra senza lucidità e consapevolezza.
Perché dobbiamo stare svegli e attenti, per non cadere negli agguati.
Perché dobbiamo essere lungimiranti, per non farci mettere in trappola.
 
La parola è la mia unica arma ed ho deciso di usarla per il bene e per il vero.
Spero in molte e in molti decidano di fare altrettanto.
 
postato da: ksakinah alle ore 10:34 | link | commenti (29)
categorie: jihad