Perché, sai, sono una che ragiona sempre come se dovesse scriverli, i pensieri. Una che ci mette una sacco di “…ehm” quando ti racconta, una che, quando parla, perde di vista l’essenziale – se lo dimentica proprio l’essenziale – nel fluire della lingua parlata. Sì, una… una che tende a rimanere lì, sospesa. Sospesa tra i pensieri che si possono scrivere e i quattro banali soliti discorsi proferibili a parole, senza mai riuscire a trovare una via di mezzo: un modo decentemente prosaico di dire quello che ti passa per la testa.
Anche se l’essenziale sarebbe pure semplice da dire piuttosto che da scrivere.
A riconoscerlo.
Lo so. Ho un modo un po’ goffo di relazionarmi.
Anacronistico, distante, complicato.
Mi è difficile riuscire a parlare di me.
Quando mi chiedono, tergiverso. Ma se insistono, poi, svuoto il sacco: non mi piace fare la misteriosa, non è da me. Magari sono anche contenta di essermi sfogata, dopo. Il brutto è sempre iniziare, si sa. Oggettivamente fa bene chiacchierare, anche quelle volte in cui ti fa sentire freddo e tremare e, giusto per esagerare un po’, anche piangere – che ne so?
Io preferisco parlare del tempo e di come non mi ricordo di quella persona, di quel nome, di quel posto, di quella volta e di quel fatto – ma ti ricordi? No, certo che no. Io non c’ero. Ti confondi con qualcun altro.
Preferisco tenermi tutto dentro, anche se fa male.
E, se fa male, pazienza.
E invece certe volte una avrebbe quasi il dovere di raccontarsi.
Di raccontarsi alle persone in carne ed ossa, non solo a pixel.
A riuscirci se ne avrebbe proprio il sacrosanto dovere.
Mica facile, però.
Ehm… Da dove dovrei cominciare? Vediamo.
Premetto che sentimentalmente sono sempre stata una catastrofe. No, sinceramente – davvero – non vedo come potrei migliorare adesso, dopo sette anni passati a fare tabula rasa di tutto, di tutti e pure di me. Non si tratta di avere pregiudizi sul genere maschile, di voler fare la libera, di non avere ancora risolto il complesso di Elettra o di Sofonisba o che ne so. Credo di avere invece un grosso problema linguistico o, se vogliamo proprio essere precisi, semantico.
Infatti non credo si tratti di parole. Credo si tratti piuttosto di parole non dette, di segni e soprattutto di gesti. Oh sì, i gesti, quelli mi rovinano proprio. I gesti di tutti i giorni, eh, quelli proprio normali, tipo sfogliare un giornale o soffiarsi il naso, cose così.
Ci ho lavorato su parecchio, su questa cosa. Talmente tanto che ho messo un muro invalicabile - ma proprio alto – tra me e gli altri, una cosa da non credere.
A distanza devono stare!
Certi maschi devono stare a distanza.
Eppure esistono quelli di cui apprezzo la discrezione e la correttezza, doti che, tra l’altro, non avrei mai scoperto, se non avessi cercato e cercato, in qualche modo.
Esistono sul serio, eh!
E’ una cosa impagabile la serenità di poter pensare che, in mezzo a tutto quell’assurdo disastro, ho avuto anche amicizie disinteressate davvero meravigliose: le cose belle delle quali non ti accorgi mai mentre le vivi, così affannosamente occupata come sei – com’eri, com’eri - a pensare ad altro e sempre a quello che non c’è.
“Te li ricordi?
Amici – amici – amici, ma quando poi uno viene e ti bacia in bocca – cribbio! – sarà innamorato di te – no? – tu che pensi?
E invece no, forse, non lo so. Ma va all’inferno!
Vacci subito, per favore! Adesso proprio.
Io li ho presi tutti, un bel giorno, questi amici dell’ora del cuculo e ne ho fatto un bel falo’.
Ma no che non li odio.
Li disprezzo soltanto. Comunque con loro continuo a comportarmi bene, io. A distanza, ma bene.
No, non te.
Tu quelle cose non le hai fatte mai.
Non le hai mai fatte, ma come hai fatto a non farle?
Come sei riuscito a rimanere così pulito in mezzo a tutto quello squallore?
Avresti dovuto insegnarmi.
Non so se avrei saputo imparare.
Non lo so se avrei voluto.
Però, se l’avessi capito allora che non serve fingersi diversi e giocare ad esagerare e strafare e buttarsi giù dai burroni pur di fare cose eclatanti, pur di vivere a tremila o come si dice…
No, non credo ce l’avresti mai fatta ad insegnarmi niente!”
Non me la ricordo una bella cosa la gioventù, io. Una vita troppo grande, immensa, che straborda e fa male.
Un dolore che non ti dico.
Un male fisico, appena sotto lo sterno.
Un crampo forte e insistente, che non se ne va mai.
Devi conviverci.
Fino a quando sei giovane non c’è poi molto da fare.
Desiderare mille vite diverse, mille sogni, perdersi in miliardi di possibilità.
La gioventù, per me, era volere tutto e volerlo adesso. La gioventù era non saper ascoltare. La gioventù era non ascoltarsi.
E quando quella vita così immensa e indomabile ti si rimpicciolisce tutt’attorno, ti ritrovi “grande” che nemmeno te ne accorgi.
E sei “grande” quando di possibilità non ne hai più a migliaia, ma a malapena tre, quando i colpi di testa non te li perdona più nessuno e quando un altro mondo hai smesso di cercarlo già da un po’. Sei “grande” quando la vita tua te la inventi oggi tutta insieme. Oggi, per la prima volta. E, di colpo, scopri che ci sta. Entra in un sol giorno, la vita. Tutta.
Tutta la vita intera, sì, in un solo giorno ci sta comoda e ti avanza pure qualche ora di riposo, ché vivere troppo stanca, si sa.

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