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Da bambino andavo spesso da una zia perché, sposata a un uomo ricco, aveva tappeti bellissimi. A casa nostra avevamo soltanto delle stuoie come quelle della mia scuola coranica. Non erano comode e facevano male alle ginocchia. Più tardi avrei saputo che i tappeti della zia erano dei veri Rabati, tappeti di eccezionale qualità e bellezza fatti a mano a Rabat. Oggi sono molto ricercati e costano sempre più cari perché considerati opere d’arte, testimoni di un’epoca e di una civiltà.
Un Rabati è un libro, un racconto, un invito al viaggio. Il cielo del tappeto è di un rosso profondo. I fiori sono neri. Narrano storie in cui la ragione è stata accantonata, sui bordi, giusto per fare da cornice, perché le storie non devono straripare, sono lì da leggere, da decifrare, eventualmente da far continuare nell’immaginazione, da mescolare ai sogni e alla meditazione.
È quello che facevo io. Inizialmente ho imparato a osservare un tappeto come si impara a leggere in un libro o a leggere un’espressione segreta su un viso. Un giorno mio padre mi ha spiegato che un tappeto è qualcosa di più di un rivestimento per un suolo ingrato: è una creazione che esprime aspetti della cultura e della civiltà di un popolo. Non è un semplice oggetto decorativo. È anche quello, ma non solo. È una presenza del tempo, forse un legame con la memoria degli antenati, una specie di libro che ci lasciano, una testimonianza della loro vita, del loro intimo, della loro interiorità. È materialmente l’espressione della loro spiritualità.
Osservare è entrare delicatamente in uno spazio non abituale. Non è il caso di affrettare i gesti. Bisogna mettersi a distanza, osservare l’insieme, quindi passare al dettaglio, lentamente, senza farsi fretta, senza saltare gli ostacoli. Fissare un’immagine, girare attorno a un disegno o a un arabesco. Sentirsi a proprio agio, in familiarità con l’oggetto. Per questo occorre prendersi il tempo necessario e fare appello alla lentezza attenta.>>>