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Uno dei corollari, relativi alla cultura occidentale, è che essa sia nata in un certo luogo (Grecia), oggi marginalmente partecipe di tale cultura, e in un certo tempo (V sec. a.C).
Questo, da Hegel in poi, è un fatto incontestabile, sostenuto da tutti i testi scolastici del cosiddetto mondo civile. Nel caso in cui tutto ciò fosse vero, bisognerebbe tener presente che, subito dopo essere nata, questa ipotetica "cultura occidentale", immedietamente, si mischia con la cultura orientale, grazie a quel fenomeno meraviglioso chiamato "ellenismo", che non è la divulgazione programmatica della nascitura cultura dell'Ellade, ma uno spontaneo confronto tra stili, modalità costruttive, riflessioni scientifiche e filosofiche e bagagli di aspere, tantochè la lingua rappresentativa di queta cultura non è il greco, la lingua dei dominatori, ma la koinè, la lingua dei popoli che si fondono e si rinnovano vicendevolmente, che si mischiano e progrediscono grazie proprio alla mixitè e si inventano un nuovo modo di comunicare, semplicemente perchè ce n'è bisogno.
Probabilmente, invece, la "cultura occidentale", nell'eventualità che davvero sia nata in un momento e in un posto preciso, nasce a Roma, intorno al I sec. a.C., dal profondo bisogno dei Romani di compiacere la grecità e di esaltare se stessi, tramite un'affascinante mitologia importata e rimodellata a proprio uso.
E così, come le copie d'arte scultorea greca invadono le ville patrizie, Virgilio si fa Omero, per sancire il legame di sangue, di ideali e di intenti tra un millennio e l'altro e tra una civiltà e l'altra.
L'eredità greca viene dai Romani accresciuta del valore aggiunto della dimensione mitica, che dà alle origini di Roma la necessaria aura di bellezza, nobiltà e deità.
Oggi tutti sanno che i Romani erano un popolo di pastori duri e puri, mischiatosi con il leggendario popolo etrusco, probabilmente ancora più antico e più colto di quello greco, proveniente, con ogni probabilità, dall'Asia Minore. Per ragioni costitutive di forza fisica e preminenza, alla lunga, dall'intreccio tra sangue etrusco e sangue romano nacque un popolo nuovo che dissolse quello etrusco, sostituendolo, nel mito, con quello greco.
E comunque, di lì a poco, tutto il mondo sino allora conosciuto, si sarebbe chiamato Roma e avrebbe abbracciato Oriente e Occidente.
Mentre nei testi scolastici si gioca molto sulla contrapposizione tra arte occidentale e un'arte misteriosa di cui si danno solo fugaci cenni, fatta di guglie e arabeschi, chiamata "arte orientale", nel mondo reale di oggi, così come nel mondo reale dei secoli precendenti, gli artisti viaggiano, le loro opere migrano e gli scambi culturali tra i popoli continuano ad esistere a prescindere dai libri scolastici e universitari.
In questo blog si tenterà di abbattere, più o meno scientificamente, l'assurda e inesistente contrapposizione, creata a tavolino dagli storiografi, tra un Occidente monocromatico e un Oriente favolistico, in favore di un'interpretazione cosmopolita e realistica dell'arte, intesa come collante tra culture e civiltà distanti nel tempo e nello spazio e non come motivo di scissione, appartenenza e conflitto.




Mi è sempre piaciuto abitare stanze colorate. Non riuscivo a coglierne i motivi psicologici, ma continuavo a riempire la mia stanza di foulard e borse coloratissimi, batik, tappeti e piumini sgargianti, piantine di primule e viole che mi morivano nell’arco di due mesi. Ovunque mi trasferissi, la mia stanza continuava ad avere sempre lo stesso stile, un po’ etnico e un po’ sognante, mentre le pareti si tappezzavano, a seconda del periodo, di pass per discoteca o foto di sculture per abitare decostruttiviste o organiche.
Una lunghissima, estenuante adolescenza, durante la quale le teorie energetiche e cosmiche, tra sciamanesimo domestico e new age, s’intrecciavano con il nichilismo materialista e la sperimentazione sul campo non lasciava spazio all’analisi. Gli incontri con l’arte erano i miei unici squarci verso il soprasensibile che cercavo essenzialmente dentro di me e dentro un inconscio cosmico racchiuso nella testa di ognuno, dentro i neuro-trasmettitori, dentro i fili energetici, nella serotonina o nelle cellule. Leggevo Jung sostanzialmente contenta che i miei avessero deciso di non sovvenzionare l’inclinazione verso la psicologia, che era, in fondo, anche una forma di attrazione verso la capitale. C’erano pochi motivi per i quali continuavo a passare intere notti con il rapido in mano e i Dire Straits dentro il registratore. Uno di questi motivi era una fugace lezione sul Goetheanum, durante la quale, chissà come e perché, mi ero convinta che gli edifici potessero in qualche modo parlare una lingua più completa di quella che parlano gli uomini. Il secondo motivo era Kandinsky, uno dei pochi in grado di farmi vibrare gli elettroni, come se davvero dentro ci fosse un’anima. Ohibo’!
Il terzo motivo erano i limiti e gli asintoti. Attualmente non ricordo cosa esattamente trovassi di meraviglioso nell’analisi matematica, ma forse, semplicemente, questa “cosmicità”, quella prova irrefutabile – eppure indimostrabile – che esiste sempre qualcosa a cui non è possibile arrivare, qualcosa che c’è ma non si vede: il punto in cui due rette parallele si incontrano, per esempio.
Kandinsky lo diceva così: “la forma, anche astratta, geometrica, possiede una sua propria interiorità; è un essere spirituale, dotato di qualità identiche a questa forma. Un triangolo è un essere. Un profumo spirituale che gli è proprio ne emana. Associato ad altre forme questo profumo si differenzia, si arricchisce di sfumature”.
Non sono mai stata un’artista, comunque. Mi sono sempre sentita piuttosto una ricercatrice, una che analizza i dati in suo possesso per trarne le dovute conclusioni in un modo a volte magari un po’ tendenzioso, ma con qualche balorda pretesa di scientificità.
E nelle mie stanze colorate primeggiava il viola, il colore che più di ogni altro si spinge verso l’ignoto, nella sfera dell’ultravioletto, dell’ultrasuono, di ciò che permette a due rette parallele di diventare una cosa sola.
L’artista è la mano che, con l’aiuto di questa o quella macchia, ottiene dall’anima la giusta vibrazione. Diceva ancora Kandinsky.
Ci ho messo tempo a scoprire come la vita stessa sia stata, per me, l’opera d’arte più strepitosa, quella più dolce e più crudele, quella più delirante e più commovente di tutte. Probabilmente non me ne sarei mai accorta se, in qualche modo, non fossi stata come trascinata attraverso dolorose aporie e accecanti meraviglie, urlando io stessa Il Grido di Munch e contemplando dentro alla mia stessa anima
img: Oscar Kokoschka, La sposa nel vento 1914
Questa dovrebbe essere una premessa fluttuante.
Il suono emesso da una fisarmonica che si espande e si restringe.
La presentazione di una cosa che ancora non esiste e che non si sa se e come esisterà mai.
Dovrei parlare, in generale, del perchè, ma in realtà se n'è già parlato altrove e altrove.
E quindi parlo semplicemente delle mie ragioni personali, perchè, a volte, le ragioni personali sono molto più interessanti e comprensibili delle motivazioni politiche e sociologiche.
Questo blog nasce come espansione del blog an-nisa, dalla stessa penna e dallo stesso mouse, solo perchè alla fine Khadi si scoccia di parlare di cose troppo politiche e troppo incomprensibili e decide di saltellare al di qua e al di là del muro delle civiltà, usufruendo di tappeti volanti adornati di spiritualismo e d'arabeschi, d'organicismo espressionista, di astrattismo, di negargarismo persiano, d'orientalismo e di calligrafia cufica.
Ksakinah nasce solo perchè di là non siamo più riuscite a creare un secondo blog, una funzione forse eliminata da splinder per eccessiva proliferazione di blog inattivi, oppure talmente nascosta che la svampita Khadi non è proprio più riuscita a trovarla.
E nasce, questo blog, anche per respirare un po' di più, per evitare di auto-identificarsi in un ruolo un po' - come dire? - di rappresentanza e anche leggermente inscatolato e decisamente di eccessiva responsabilità.
Perchè noi, non si riesce proprio a stare ferme in una condizione cristallizzata, non si riesce a smettere di fare la rivoluzione dentro al cuore e non solo e non si riesce a smettere di scervellarsi per trovare un modo di sopravvivere, spiritualmente sopravvivere, al turbinoso nulla che s'inghiotte le anime e le risputa senza vita. Risucchiate.
Scrivere è un modo di reagire: una necessità, a volte.
Un dikr, un ricordo.
Scrivere d'arte, almeno per me, è una terapia.
Ci si pone, si diceva, l'obiettivo di fluttuare. Un obbligo di leggerezza. Una volontà di spaziare, di abbracciare, di ampliare le vedute e il sapere, di guardare oltre.
Di raccontare, in una lingua familiare, quella dell'arte, cose che in altre lingue non sembrano altrettanto comprensibili e altrettanto ovvie.