-Ma senti, anche se lui in tutto questo tempo non si è mai fatto vivo, non possiamo chiamarlo noi? Io non lo voglio un altro papà, io voglio mio padre, quello vero. Vorrei che lui tornasse e che voi due vi risposaste. Anche se non andavate d’accordo, che fa? Tu avresti potuto rimanere con lui, così almeno io adesso ce l’avrei un papà!
Nella vita ci sono cose che non vogliamo sentire e non vogliamo sapere. Noi le rifiutiamo e facciamo in modo che chi ci sta vicino se le tenga dentro per sempre e le trasformi in mostri famelici capaci di far loro del male, intanto però stiamo bene noi.
Poi paghiamo assistenti sociali, psicologi e psicanalisti affinchè la persona che abbiamo costretto a mettere tutto dentro fino a scoppiare non scoppi e se la cavi. E invece no. Poi non se la cava lo stesso.
-Ma possibile che non ce l’abbiamo un numero di telefono, un indirizzo, un modo?
Certo che sì, quattro indirizzi e-mail, due numeri di telefono, un indirizzo civico. Ma io faccio la vaga. Ehm..
E invece parlo con mia cugina che fa l’educatrice e mi dà il numero di un’assistente sociale o psicologa, non so. E quindi, una volta a settimana, per dire, io e il fioremio ce ne dovremmo andare a parlare con una signora in grado di convincerla che è meglio che lei e il suo papà non si incontrino, perché le farebbe solo del male. E questo dopo aver speso ben sette anni a convincerla che no, che lui con me non è stato un marito ideale, ma che con lei chissà potrebbe essere diverso e che sì, sicuramente le vuole un gran bene, e come si fa a non volergliene?
-Ti adorerà, piccola mia, sono sicura. Inshallah ti vorrà un gran bene.
Intanto il barbuto integralista barese, dopo esser passato alla shia, ha ricominciato la solita vita di sempre nel kufr, convinto di essere l’eletto, il madhi, il messia o peggio un semi-dio, pensa te!
E quindi oggi è questo il tipo con cui mia figlia dovrebbe aver a che fare, suo padre, la persona con cui lei ha il sacrosanto diritto di avere un rapporto, a prescindere da quello che voglio io e anche a prescindere da quello che vuole lui.
Ma io non voglio prendermela questa responsabilità, non sopporto l’idea che lui possa farle del male, possa dirle cose brutte o condizionarle la vita. Non ce l’ho questo coraggio, questo sangue freddo, questa capacità di guardare le cose dal di fuori, come se lei non fosse mia figlia, come se lei fossi io e mi venisse impedito di vedere mio padre e anche di conoscerlo, semplicemente conoscerlo e parlarci a telefono e anche di scrivergli…
Ed ora, che faccio?
Adesso che riesco a vedere le cose a distanza e con una certa obiettività, mi pare che sia stata davvero un’ottima idea decidere ad un certo punto di mettermi a scrivere esclusivamente dei fatti miei, che in realtà non sono mai stati solo miei.
Finalmente mi pare di aver rimesso a posto la matassa e non m’importa più nulla della poca esemplarità della comunità islamica italiana, della rappresentatività dell’islam, di quello che si dice nei convegni, degli sconti, delle teorie, di quello che fanno i musulmani nella loro vita privata, dell’enorme distanza che c’è per tutti noi tra teoria e prassi, della ummah come ammortizzatore sociale che ha il dovere di risolvere i problemi di ogni singolo musulmano…
So solo che mi sono stufata di sentirmi “come paralizzata” e che io l’islam lo voglio vivere. Come posso, certo, ma anche come devo e sempre di più e sempre meglio, se Allah SWT mi aiuta.
Anche per me questo momento non è altro che un nuovo fajr, una shahada che si rinnova ogni giorno e alhamdulillah poter riuscire ogni giorno ad avere il coraggio di rimettersi in discussione completamente, distruggersi di nuovo, autocondannarsi, certo, per poi pentirsi e rinascere, come si rinasce purificati dopo ogni gusl, come si rinasce dopo ogni shahadah nuova e dopo ogni preghiera e dopo ogni conferma della propria certezza di fede.
La sconnessione mobile mi sorprende in un momento altrettanto mobile e felice. Fioremio che cerca d’insegnarmi l’arabo facendomi gustose ed improbabili traslitterazioni, un ambitissimo (ambitissimo solo da me, guarda) lavoro “halal”* andato a male nonostante i super-dua’ e qualcuno che di colpo si ricorda di pagare una prestazione tecnica professionale, così, per sbaglio.

E’ meravigliosa la vita, no?
*vabbe’, si fa per dire halal, già stare fuori casa 6 ore al giorno per un importo iks (X)scleri, altro che halal!
Quello che vorrei ora è semplicemente starmene in casa, avere più tempo per me e per la piccola e per l’islam, e così nemmeno il velo sarebbe più un problema, tanto chi ti vede? E forse era proprio così che doveva andare. E menomale che, anche se noi incocciamo con le scelte sbagliate convinti che siano quelle giuste, poi c’è Chi pensa a ristabilire le cose. Almeno l’intenzione era per Lui. Che la accolga e ci dia qualcosa di ancora migliore, qualcosa che ci permetta di andarGli incontro correndo. Finalmente, correndo. Perché è proprio ora di correre, guarda!
Sudatissima connessione “fino a” 40 k, come si dice. Mega 50 ore, che significa che se ti connetti cinque minuti hai già perso mezz’ora, perché gli scatti vanno di mezz’ora in mezz’ora, ma questo io ovviamente non lo sapevo e tenta di qua e tenta di là, se ne sono andate già dieci ore così, giusto per capire perché qui non mi si connetteva niente.
Poi non ho capito, ma dopo altri 50 euro di formattazione e di nuovo riformattazione il problema è stato risolto, ma qui non si connette niente lo stesso. GrazieaDio, va.
Sarei di nuovo on-line, ehm, ogni tanto però, cioè sostanzialmente ‘sta cosa non funziona ed ora mi sto connettendo dallo studio, tanto per cambiare. Forse potrei essere on-line quando gli gira a wind in GPRS e cioè prevedo raramente, ma è pure meglio, ché, a parte le e-mail delle sorelle e le varie ed eventuali scoperte utili che si possono o si potrebbero fare, a stare senza internet si sta che è una meraviglia e una non vuole smettere di goderseli, certi piaceri. D’altra parte, nonostante tutto, non ho ancora terminato di leggere il materiale che nel frattempo mi ero scaricata sul pc e mi sono resa conto di aver salvato davvero il meglio e non certo per merito del mio discernimento filologico, intendiamoci!
Se non fosse stato per motivi di lavoro e pure perché certe volte sento proprio il bisogno di “ricercare”, non credo mi sarei decisa, visto che c’è già il telefonino a prosciugarmi le entrate, nonostante pacchi e pacchetti e offerte di minuti gratis. Però invece eccomi con un ulteriore motivo per perdere tempo e perdere la pazienza, litigando con la chiavetta usb , internet explorer, la clessidra, l’auto-riavvio del pc e la modalità provvisoria.
"Io ti credo quando dici che nel tuo cuore c'è ua forza indescrivibile, che vorresti l'islam per te e Fiore. Ma per far sì che questo accada devi portare quella forza che per ora è solo nel tuo cuore nei tuoi pensieri, perchè sei ancora troppo abituata a pensare come pensavi da miscredente e dai tuoi pensieri quella forza dovrà arrivare ai fatti. Non so quanto sarà lungo questo viaggio: un giorno, un anno oppure di più. Ma, quando riuscirai, quel giorno tu e Fiore non sarete più nel paesello sul cucuzzolo, perchè finchè sei con i tuoi, mia cara, non potrai". H. 2 settembre '02
Non so perchè mi arrabbiai da morire per questa frase. E per tutto il contenuto di quella lettera, che girava sempre attorno a questa frase.
Forse perchè io ero incastrata dentro una vita, dentro una situazione e lei, la mia prima sorella, quella che mi aveva accompagnato nei primi passi verso la pratica, quella che mi aveva suggerito che libri leggere, che via seguire e mi aveva dato le prime dritte su come pregare, quella che mi aveva regalato il mio primo jilbeb, il mio primo kimar, i miei guanti e il mio primo niqab, proprio lei, non riusciva a capire, non riusciva a vedere quanto io fossi incastrata e anche quanta paura avessi di liberarmi ed eventualmente tornare di là, in un mondo in cui l'islam possono anche inventarselo e importelo e nessuno se ne accorge.
Io vedevo questo. Solo questo, perchè non ero capace di vedere oltre il mio naso.
Guardavo la sua vita e quella di altre sorelle e mi sembravano musulmane privilegiate, che potevano concedersi il lusso di non lavorare, di indossare il niqab e pensare solo al marito, ai figli, a rassettare la casa e allo studio dell'islam... Pensa te! Mentre io, di nuovo catapultata quaggiù, nel mondo dei comuni mortali, reduce da una stagione estiva come cameriera ai piani, in mezzo a gente bieca e volgare, parolacce a tutto spiano, scleri ogni giorno e uno squallore che non ti dico, che mi pareva di sporcarmi di haram solo a respirarci in un posto così.
"E' che lei non se l'immagina com'è la vita quaggiù!"
Poi le cose vanno come vanno perchè Allah ci dà prove che non c'immagineremmo mai. E così, nonostante io abbia pensato che questa sorellina fosse dura e cieca nei miei confronti, perchè dura e cieca nei confronti della vita stessa e guardasse le cose dall'alto, alla fine ho dovuto ricredermi, perchè anche in condizioni peggiori delle mie lei è riuscita a mantenersi saldamente attaccata alla sua corda, nonostante avesse perso quelli che io credevo "privilegi" e che invece erano comunque "conquiste", piccole tappe nel tragitto sulla Via.
Non è facile dare un calcio al mondo e "scegliere" consapevolmente di seguire la Via con totalità, che poi dal di fuori sembra un privilegio o un estremismo o, peggio, la manifestazione di una durezza del cuore, l'incociliabilità di un carattere chiuso e introverso e sgorbutico con la vita vera che è bella e sorridente e solare.
E invece no. Come diceva la sorellina mia, nella lettera incriminata, è solo un "cambiare i pensieri" quello che ci distingue e poi dai pensieri quella forza arriva necessariamente ai fatti. Vagliare ogni scelta della propria vita in base ad un "discrimine", porsi su ogni cosa il problema "ma si può? E' islamicamente lecito?". E non sospendere il giudizio, non mettere il cervello sottaceto, ma usarlo per fare le scelte migliori, quelle che ci avvicinano.
E sbraitasse pure, il mondo attorno, a dire che sei sgorbutico e insensibile e pure arrogante, guarda! Che fa?
Sorella mia, Salaam, nonostante il tuo tono appaia abbastanza provocatorio, se non addirittura offensivo, io so che tu non ce l’hai con me, tanto più che in alcune domande ti rivolgi a una tizia in niqab e quindi non certo a me che, come sai, attualmente non mi velo.
Comunque posso benissimo rispondere alle tue domande, perché ritengo questa una questione di ordine generale e non la metto sul personale, altrimenti mi sarei già offesa a tremila e per favore non dirmi che non è il caso, perché imbrattare il mio limpido discorso religioso di oscure e turpi problematiche sessuali pseudo-freudiane è a dir poco oltraggioso e anche fuorviante per chi legge.
Le domande che hai posto sono le seguenti:
1. tu, che non sei una beduina di 1400 anni fa, che non sei una moglie del profeta, che non vivi in arabia saudita, cosa vuoi comunicare agli altri indossando un velo integrale?
2. tu -che per tua stessa ammissione senti di aver problemi ad interagire con l'altro sesso, perchè sorridi troppo, sei troppo espansiva, impulsiva, vieni spesso fraintesa ecc- credi che auto-escludendoti da questa comunicazione risolveresti il problema?
3. credi che la segregazione sessuale (non avere nessun contatto nemmeno visivo con un maschio che non sia tuo padre, tuo fratello o tuo marito) porti un beneficio alla società? e se sì, come ti spieghi che in società in cui questa è applicata l'interazione fra uomini e donne è ancora più problematica, sessualizzata e conflittuale, sempre associata all'idea di peccato e vergogna?
4. se il corano incoraggia le donne a tenere un atteggiamento sobrio, di pudore, per non attrarre gli sguardi, non ti sembra che vestire col velo integrale in un piccolo paese di provincia sia un modo per attirare su di te gli sguardi, i commenti, la curiosità e anche (purtroppo) la morbosità degli uomini? certo, sicuramente non passeresti inosservata! forse ti farebbero anche piacere tutti quegli sguardi ostili addosso, ti farebbero sentire una credente più "vera",una combattente, ma non credi che questo sia in fondo un desiderio di affermazione dell'ego più che una questione spirituale?
Andiamo per ordine:
1. tu, che non sei una beduina di 1400 anni fa, che non sei una moglie del profeta, che non vivi in arabia saudita, cosa vuoi comunicare agli altri indossando un velo integrale?
Voglio semplicemente applicare un ordine di Dio. Perché non dovrei averne il diritto? Perché mai dovrei farmi condizionare dalla società in cui vivo, da quello che pensa di me il mio vicino o mio zio e privarmi del diritto di farmi i fatti miei, senza nuocere a nessuno? Il niqab non serve a comunicare qualcosa, ma ad applicare un precetto di sunna come tanti altri.
2. tu -che per tua stessa ammissione senti di aver problemi ad interagire con l'altro sesso, perchè sorridi troppo, sei troppo espansiva, impulsiva, vieni spesso fraintesa ecc- credi che auto-escludendoti da questa comunicazione risolveresti il problema?
Io non ho nessun problema ad interagire con l’altro sesso e sostanzialmente è proprio in un caso come il mio che il niqab è consigliato. Noi tutti, come sai, nasciamo nella fitra e la fitra comprende cose come la timidezza, il pudore e la riservatezza. Tuttavia la società in cui io e te siamo state educate ci ha convinto che queste doti fossero colpe immonde, fardelli di cui sbarazzarsi e così siamo state costrette a prendere la nostra naturale vergogna e buttarla nel cestino della spazzatura, facendo violenza a noi stesse, per essere all’altezza di un mondo che non ci voleva come eravamo.
Ora, tu pensi la “segregazione sessuale” - come la chiami tu - sia una perversione sessuale a sfondo politico, inventata dai wahabiti nel XX secolo. E invece io ti dico che il “non mischiarsi” è uno dei tanti precetti dell’islam che puoi rispettare oppure no, ma che, da musulmana, non puoi snobbare come fosse un’invenzione di qualche signorotto malato di mente del secolo scorso, perché non è così.
Non ti cito versetti di corano e hadith, ritengo tu sia abbastanza grande per andarteli a cercare da sola, tanto più che tu conosci l’inglese e io no.
Tu pensi che questo non sia islam? Che questa cosa sia esagerata? Che se la siano inventati i preti bigotti basandosi sugli usi e costumi dell’Arabia pre-egira?
Liberissima di pensarla così, ma certo non puoi imporre anche a me la tua visione.
3. credi che la segregazione sessuale (non avere nessun contatto nemmeno visivo con un maschio che non sia tuo padre, tuo fratello o tuo marito) porti un beneficio alla società? e se sì, come ti spieghi che in società in cui questa è applicata l'interazione fra uomini e donne è ancora più problematica, sessualizzata e conflittuale, sempre associata all'idea di peccato e vergogna?
Guarda Salaam, io penso che tutto ciò che fa parte dell’islam porti un beneficio alla società. Di cosa succede in Nigeria, Arabia o Afganistan io non so e non so dire. Non m’interessa la manipolazione mediatica e non m’interessa schierarmi rispetto a situazioni che non conosco dal vivo. Io conosco la mia realtà e so solo che ho passato anni e anni a dover gestire il tipico senso di colpa occidentale che deriva dal mancato adempimento dei propri doveri relazionali. Ed ora ne ho preso coscienza e mi sono proprio scocciata.
4. se il corano incoraggia le donne a tenere un atteggiamento sobrio, di pudore, per non attrarre gli sguardi, non ti sembra che vestire col velo integrale in un piccolo paese di provincia sia un modo per attirare su di te gli sguardi, i commenti, la curiosità e anche (purtroppo) la morbosità degli uomini? certo, sicuramente non passeresti inosservata! forse ti farebbero anche piacere tutti quegli sguardi ostili addosso, ti farebbero sentire una credente più "vera",una combattente, ma non credi che questo sia in fondo un desiderio di affermazione dell'ego più che una questione spirituale?
Senti tesoro, facciamo a capirci, e simili illazioni tientele per te, per favore. Nel mio piccolo paese di provincia, per ben otto anni, io ho cancellato Khadija ed ho costruito un alter ego che viveva al posto mio, proprio per far sì che la gente mi lasciasse in pace. Tutto ciò che sono riuscita ad ottenere, sacrificando il mio velo, le mie preghiere e perfino parte del mio ramadan, è stata una porta sbattuta in faccia nel momento in cui, finalmente, uno spiraglio di islam ha ricominciato a brillare dentro ad una vita buissima e schifosa e non voluta e fatta solo di obblighi e costrizioni e sensi di colpa doppi e fardelli di altri da portare addosso.
Mi sono tolta il niqab, per tornare nel mio malatissimo paese di provincia, in cui la gente a quarant’anni ancora s’ubriaca e si droga per fare il ten ager e quello va bene ed è accettato dal mediocre perbenismo autoctono, mi sono tolta pure l’hijab, per far contenti i miei familiari e le vicine di casa e non attirare nessuno sguardo su di me, appunto, e sappi che avrei potuto anche non uscire mai più di casa, se fosse stato per me, sai che m’importava? Quindi l’ego, un cavolo, cara! Perché provaci tu a rinunciare a te stessa e alla tua religione, per farli tutti contenti e fare la parte di quella normale ed evitare che parlino di te e anche che ti pensino, guarda. Credi che serva a qualcosa?
E credi sia giusto?
Metti che io non volessi l’islam, metti che volessi un’altra cosa, pensi che sarebbe tollerabile venire privati della vita che si vuole?
Usare il niqab per attirare gli sguardi, i commenti e la curiosità. Tu proprio non ti rendi conto di cosa sia un niqab, tesoro!
Guarda Salaam, che t’importa del niqab, insomma, non sono fatti tuoi, mica te lo devi mettere tu! Fatti le tue cinque preghiere e veditela con il tuo e il nostro Dio e per favore, datti una calmata, perché tu ce l’hai con un’altra o con te stessa, oppure con un niqab senza una persona dentro e non vedo perché te la prendi con me, che sono solo il di dentro di un niqab, senza il niqab e senza niente che gli somigli nemmeno lontanamente.
E sappi che, nonostante il tono, nemmeno io ce l'ho con te e sono sicura che tu questo l'abbia capito. E' solo che non ritengo giusto far apparire il niqab una scelta perversa ed egocentrica. E non è giusto che tu ti esprima in certi termini nei miei confronti...
Insomma, tra sorelle non si fa.
Avrei circa 33 cosine da scrivere qui, se davvero volessi scrivere della valanga – meravigliosa valanga – che mi sta sommergendo di piccole quotidiane scoperte (o riscoperte) e che mi fa fare passi, a volte balzi e che a volte mi fa sobbalzare. E invece proprio non saprei come scriverle, certe cose.
Certe cose non hanno parole, purtroppo. E sono le cose più belle. Quelle che improvvisamente cancellerebbero tutti i post arrabbiati e quelli malati e quelli di quand’ero moribonda.
E invece no. Io non ce le ho quelle parole lì. Quelle che raccontano delle cose che fanno piangere per tre giorni, di colpa o spavento, ma senza intristire. Le parole che descrivono la consapevolezza nuova che ti fa evitare cose che tu pensavi “normali” e invece erano solo haram – ma guarda un po’ – e chi l’avrebbe mai detto che davvero te ne saresti accorta, prima o poi. Le vocali e le consonanti, quelle che, a trovarle, descriverebbero la condizione di chi, pur avendo i problemi di quaggiù – e seri, pure – non si fa trascinare e rimane saldo e attaccato alla fede come una roccia e non cede e non cade e non si affloscia a terra sfinito.
Le parole che raccontano i fatti, le cose reali, quelle che non si fanno imbrattare dalla mediatica retorica che associa qualsiasi discorso sull’islam all’ancestrale paura del buio e dell’ignoto.
Le parole. Le parole giuste. Quelle che, inshallah, servirebbero a cancellare certi sayyet, accumulati con anni e anni di post che – dico – ti potevi pure risparmiare, e dai!
Da Abu Hurayra(r). Sentì il profeta* dire: “Il servo che pronunci una parola senza riflettere sulle sue implicazioni scivolerà per quella dentro il fuoco, ad una profondità maggiore della distanza tra l’oriente e l’occidente”.
Eh!
E invece no. Io non ce le ho quelle parole lì. Quelle che a saperle scrivere, potrebbero pure salvarmi nonostante tutto, che ne sai?
E come si fa ora a rimediare?
Quello che è detto è detto, ma quello che è scritto? Si cancellano blog interi, si oscurano post, si tagliano pezzi di post?
Per ora non ho idea. E’ che la mia vita non è una linea continua, ma è tutta una spezzata, fatta di picchi e cadute e catastrofi e salti senza paracadute. Non è una vita esemplare, ma è l’unica che ho, e alhamdulillah che ce l’ho. E che Allah mi perdoni per le catastrofi continue e ci dia il khair e la possibilità di procurarci
Intanto rifletto un po’ sul da farsi. Poi vediamo.
Meglio bruciare il proprio blog, piuttosto che bruciarsi l’anima, no?
Ultimamente ho poco lavoro e il lavoro che ho è a gratis e quindi può aspettare. Pertanto mi diletto più come improbabile casalinga che come seria professionista del mattone e devo ammettere che in questo campo devo davvero farne molta, di strada. La giornata vola in un lampo e non capisco come sia possibile che il tempo scorra così velocemente e come fanno alcune a ritagliarci dentro pure le standard otto ore di lavoro quotidiano. Missione da astronauti! Insomma, sono una casalinga apprendista e devo ammettere che questo mi giova enormemente all’umore e alla salute. Certo, come casalinga sono una frana. E allora? Sto imparando, non mettetemi fretta, per favore. Intanto faccio meglio la crostata piuttosto che il free climbing carponi sui tetti del centro storico, per dire. Insomma, dai, l’architetto dall’animo niqabato e il jeans imbrattato carponi sul tetto non è uno spettacolo meraviglioso, bisogna ammetterlo. Eppure mi tocca. Nonostante la paura, la vertigine e il mal di mare…ehm… di tetto, volevo dire.
Quando la terra sarà agitata da una scossa
E le montagne sbriciolate
Saranno polvere dispersa…
(LVI, 4-6)
Anche qui, nella fortezza sul mare che sembra montagna ma non lo è, da domenica c’è gente che dorme in macchina o non dorme affatto.
Ansia, panico, nevrosi collettiva.
Gente che esce in strada ad ogni piccolo rumore della notte. Genitori che hanno perso la figlia ostetrica o il figlio studente. Funerali.
E anche qui, per le strade, come alla tele e sul web presumo, ci si perde a chiedersi “Ma perché?”.
Eppure, a ben guardare, non c’è segno più esplicito e più forte della terra che ti trema sotto i piedi, mentre tu, infimo e impotente, cerchi riparo, ma da cosa?
Non c’è segno più chiaro e convincente di un’eventuale morte imminente che sai che può avvenire in ogni istante, ma non si può prevedere, che è d’altro canto la condizione in cui normalmente si vive e di cui ci ricordiamo soltanto con l’epicentro di un sisma a 3, 10, 50, 80 kilometri di distanza.
E se stanotte a crollare dovesse essere la mia città? E se improvvisamente tutto finisse? La mia casa, la mia gente, la mia vita?
L’angoscia di poter essere improvvisamente derubato di tutto quello che credi “tuo” e che invece non ti appartiene e su cui non hai alcun diritto. Non è tua la casa, non è tuo il figlio, non è tua la città, non è tuo il conto in banca, non è tua la tua stessa vita.
E’ così ovvio.
Nasciamo nella consapevolezza, eppure cresciamo e perdiamo il senno e ci attacchiamo agli affetti terreni, alla casa, al benessere, al lavoro, al look, alle relazioni e a tutte quelle cose che ogni giorno ci sembrano il centro della nostra esistenza, la cosa più importante della vita, l’elemento senza il quale la quotidianità non avrebbe alcun senso. E poi, una notte, il letto trema e ci svegliamo come se fossero venuti gli angeli a tirarci giù e in quel piccolissimo lasso di tempo in cui gli occhi si aprono, ci si alza e ci si rende conto di che cosa sta succedendo, capiamo solo che non ce l’avremmo fatta a salvarci, né a salvare nessuno, se Qualcuno avesse voluto decretare la nostra fine. Subhanawatahala.
Detto questo, comunico che mi trovo appunto a circa 80 km dall’epicentro del sisma e che, sebbene il letto ogni tanto tremi, pericoli concreti per il momento non dovrebbero essercene, a meno che non arrivi il Decreto. E quello potrebbe arrivare comunque, che ne sai?
E ovviamente vi ringrazio tutte per le telefonate, i messaggi, le e-mail e per le meravigliose dimostrazioni di affetto e sorellanza. Forse non ho ancora risposto a tutte, ma oltre ad essere senza internet, in questo momento sono anche senza credito e inshallah mi faccio viva appena posso con chi ancora non mi sono fatta viva, ok?
Comunque, senza farmene un merito, non ho un carattere particolarmente incline a farsi dominare dall’ansia di un’eventuale morte imminente e ho scoperto di avere – alhamdulillah - un ottimo rapporto con la terra che trema, che considero più un ammonimento, il ricordo di una condizione di fragilità di cui “dobbiamo” avere coscienza sempre, il segno meraviglioso e terribile che tutto ciò che ci è stato dato non ci appartiene e può esserci tolto da un momento all’altro. Ed è inutile che sbraiti, ti metti l’ansia, non dormi la notte e ti angosci. Mettiti in sujud, piuttosto, e dì: Lah ilah illahLlah, Mohammed rasulullah.
Questa è una cosa che fa piangere da matti: la nostra piccolezza, di fronte alla Sua meravigliosa grandezza e il fatto che è davvero inutile pensare di scappare, fuggire e mettersi in salvo dal Suo decreto.
Questa sì, è una paura sana, che fa piangere di spavento, ma anche di commozione no?
Ed è sempre un’ottima cosa aver occasione di piangere per questi motivi qua!
E invece l’atmosfera è demenziale. Tanto che ieri uno, quattro o dieci idioti sono riusciti a terrorizzare tutto il teramano, lanciando un allarme senza precedenti su un’imminente scossa con epicentro Giulianova e limitrofi, mettendo in allarme uffici, ospedali e ricoveri. Il tam tam di follia collettiva si è espanso in men che non si dica e ingigantito di telefonata in telefonata, fino ad arrivare al mio telefono, in quel di Pescara, lasciandomi inebetita, più che preoccupata, e presa più a meditare sulle debolezze psicologiche dell’uomo, che su una scientifica imminente catastrofe.
Di fronte alla malattia, di fronte alla possibilità di morire tra dieci minuti, di fronte alla povertà, all’indigenza, di fronte alle grandi prove della vita, il mondo di colpo si rovescia e chi fino a poco tempo prima ti era sembrato forte, ricco e potente si mette a piangere di paura come un bambino indifeso, purtroppo, a volte, senza capire perché e senza che questo gli serva a molto.
Az-Zalzalah, che Allah ne faccia un segno per tutti coloro che Lo cercano.
Sono sempre contentissima quando scopro il nuovo blog di una sorella sconosciuta. E’ come se, improvvisamente, mi si aprisse di fronte un nuovo mondo, un angolo inesplorato di una possibile me stessa che ha avuto una vita diversa ed ora si racconta e cerca di condividere un’esperienza, un sentire.
Quello che ogni volta cerco dentro queste piccole finestrine spalancate sulla vita altrui è soprattutto il dato vissuto, l’umanità più che la regola, il sapore di quella che è semplicemente una realtà diversa, un’esperienza profondissima dell’anima e non semplice e asettica propaganda.
Non ci si può mettere a raccontare l’islam avendo in testa esplicite finalità proselitistiche, cercando di addolcire una pillola che è già dolcissima di suo, ad avere il coraggio di provarla senza riserve, però.
Per questo i blog, nonostante tutti gli errori e le inesattezze e le fuorvianze che spesso contengono (…ehm, conteniamo, eh!!!) potrebbero essere un mezzo fresco e diretto di illustrare un legittimo punto di vista, anni luce distante dai luoghi comuni cavalcati da media, politici, spot pubblicitari e improbabili rappresentanze del nulla.
Era questo il sogno-progetto di an-nisa: raccontare, per frammenti, un mondo diverso, ma diverso solo perché è diverso lo sguardo del narratore. Una voce narrante composta da miriadi di voci che, pian piano o di colpo, cominciano a staccarsi dalla visione imperante tendente ad assimilare l’esperienza personale al back-stage di uno spot pubblicitario e a vivere intensamente e in maniera più profonda, accettando il bello, il brutto e il mediocre, nella convinzione che l’essenza non sia nell’apparire e, guarda, in fondo nemmeno nell’essere, ma nel divenire, nella prospettiva di un al di là che, anch’esso, non appare.
E invece come si sa ce li abbiamo anche noi i nostri luoghi comuni, le nostre cose raccontate come fossero manifesti pubblicitari o insegne di sconto sul banco del pesce al mercato. Spesso l’essenziale non riusciamo a dirlo. E non so perché non ci riusciamo. Certe cose non sono facili da raccontare. E’ che ti mancano le parole. Ecco, credo sia questo: non hai il vocabolario giusto.
Benvengano i post sui pregiudizi ossessivi, su come la gente ami denigrare l’islam e i musulmani, sull’islamofobia, sul razzismo e sulla manipolazione mediatica, sull’assenza della comunità, sulla farloccheria dei taluni ignoti che si vanno ad autoproclamare rappresentanti dell’islam italiano (Moderato, eh!! Boh!), sulla questione della rappresentanza, appunto, presa esclusivamente come “incarico politico” e per niente come “responsabilità” di fronte a tutti noi e di fronte a Dio, sul come è bello volerci tanto bene e su tante altre belle e brutte cose. Ma il punto non sta qui.
Perché l’islam non è un’appartenenza, una rappresentanza, non è solo un’identità.
L’islam è quello che ti capita, mentre tutto il mondo attorno a te sembra guardare altrove. E’ andare su una nuvola e mettersi a guardare il mondo da lì. Sì, su una nuvola. Ed è quello che ti succede ed è anche tutti i piccoli segni che tu ci vedi dentro a quello che ti succede, è la direzione che invochi, il cammino, la sosta, la meta. E’ quello che riesci a fare tu, non ciò che ti aspetti che gli altri facciano per te.
L’islam è il modello, quello che vorresti se e solo se, ma è islam anche il piccolo frammento che riesci a ritagliarti in mancanza della totalità cui ambisci, l’aver pazienza, il perseverare nonostante tutto, continuare a camminare nel deserto e nella polvere anche se non riesci a vedere l’orizzonte.
Ed è questo ciò che mi piace leggere nei vari blog e blogghetti.
E mi piace il confronto. Mi piace come ci si incontra e ci si scontra su certi temi, quelli che - e in fondo lo sai sin da subito - a crederci davvero, ti cambiano la vita. E mi piacciono anche le resistenze. Quelle che poi un bel giorno, dopo pianti, preghiere e invocazioni di ogni tipo, si sciolgono di colpo come ghiaccio sotto il rubinetto dell’acqua calda e tu non puoi farci proprio niente e alhamdulillah che non puoi farci proprio niente, perché è solo un’altra paura che se ne va. E ti ritrovi a non essere più quel manico di scopa che stavi diventando (tutta rigida di una rigidità che ti rendeva come imbalsamata) e, mentre il mondo attorno a te impazzisce perché non ti accetta e non ti accetterà mai nemmeno per sbaglio, a te sembra quasi di spiccare il volo per come sei libera, leggera e sicura. Per come sei consapevolmente in armonia con la creazione tutta. Musulmana, si dice per l’appunto. Una che si fida. E si affida.
Cascasse pure, il mondo.
Me la sono persa per strada, ormai, quella voglia di normalità che tanto mi premeva, quell'esigenza di non apparire diversa, la voglia di essere capita, da qualcuno, da tutti, e di starmene arroccata sulla soglia, un po' di qua e un po' di là. Adesso certo non mi sento più tanto normale, ma sono più o meno quello che sono.
Sono musulmana da otto anni e quindi da un sacco, un saccaccio di tempo.
Ho un sito professionale, finalmente. Un sito vero, serio proprio! Ovviamente non ho nessuna intenzione di scrivere che sito è, né di farmi auto-pubblicità occulta, a questo penseranno professionisti dell’e-marketing e la sottoscritta invece si astiene dal fare danni che è meglio.
Grazie ad una piattaforma misteriosa e affascinante di nome Joomla, posso aggiornarlo come un blog ed è una favola. Chissà che non sia davvero il lavoro del futuro, il mio lavoro del futuro, l’architettura on-line!
Mirabolante, no?
Io lo misi per facilitarmi la vita, il niqab.
Perché sarebbe stato più facile e più accettabile – per gli altri – vedermi rifiutare i baci e la stretta di mano di un cugino, perché così non avrei combinato guai con la mia espressione sempre troppo cordiale e allegra e, forse, mi sarei ricordata di abbassare la voce nel parlare e soprattutto nel ridere.
La verità è che sono sempre stata un disastro, nel comportamento. E’ che sono troppo gioviale e mi scordo le prescrizioni e a volte mi rendo conto anche da sola di avere un modo quasi esplosivo di rapportarmi col mondo. E, quando tento di comportarmi islamicamente, faccio sempre un sacco di pasticci.
Sarà il retaggio culturale, saranno le abitudini, sarà il carattere endemico “forte e gentile”.
Così me lo misi: per auto-aiutarmi a praticare. E devo dire che la cosa funzionò alla grande. Indossandolo ne scoprii tanti altri benefici, ne trassi innumerevoli altre facilitazioni nella pratica e ne compresi pienamente il senso, la rahma.
Ciò che ricordo come un fatto terribile, invece, fu il “ritorno dal niqab”: questo spettro di 40 kg che, pantaloni larghi e camicione, cammina con uno sguardo spento e una perenne sensazione di inadeguatezza, mentre attorno tutti credevano che finalmente fossi stata liberata, che certo ora avrei potuto riprendere la vita in mano, che il peggio era passato. E invece erano tutti ciechi, perché non riuscivano ad accettare che io fossi molto più me stessa dentro quel niqab, piuttosto che dentro qualsiasi altro vestito e dentro qualsiasi altra vita.
Allora non avevo grilli per la testa. Conoscevo un solo grande Islam, che era sostanzialmente l’islam delle italiane che studiano: quello salafita, come lo chiamano o lo chiamiamo. Non sapevo niente di mondo arabo, Ucoii, GMI, Grande Moschea di Roma, Huda, Sbai, Pallavicini e varie e non m’interessava. Non mi preoccupavo dei patetici tentativi di diluire, rappresentare, usare e modellare l’islam per farlo piacere alla gente. L’unica cosa che m’interessava davvero era praticare nel miglior modo possibile e non potevo.
Ora, quella vita appena sfiorata mi pare una cosa lontana e impossibile e tutto ciò che faccio o che tento di fare mi sembra niente e non riesco a capire se è meglio essere fieri di quel poco o pretendere da se stessi di avere il massimo e di avvicinarsi quanto più possibile al “modello”, non riuscendoci comunque e stando male tutti i giorni tutto il giorno, perché per essere così dovresti essere quella, quella che eri, oppure riuscire a rimetterti dentro un niqab e quindi ricominciare da dove hai lasciato.
E invece sono solo una che ci sta provando, o meglio che ci sta riprovando, ma senza le illusioni della prima volta. Una che sa di dover vivere comunque il proprio islam sempre e solo in maniera isolata.
Una che ha bisogno di tempo. Di un sacco di tempo. E di tranquillità.
Una che, come sempre, ha paura di crollare da un momento all’altro, perché l’ideale si trova troppo distante dalla terra ferma e non è immaginando la vertigine che si riesce a spiccare il volo.
E’ che dal niqab non si torna mai veramente, nemmeno quando poi te ne vai al mare in costume e cerchi di comportarti come se niente fosse, imponendoti addosso la “normalità” degli altri, come se davvero fosse solo un abito – o una pseudo-nudità – l’essenza di quella vita lì.
Dentro di me, nel profondo, ho sempre continuato ad essere “un niqab”.
Che è una cosa che può sembrare abominevole a chi s’immagina che essere “un niqab” significhi essere una persona trasparente a cui non importa niente della bellezza, della cura del corpo e, addirittura, perfino della pulizia.
Che è una cosa pazzesca per chi crede che sotto un niqab ci sia una donna che subisce la vita e non decide niente e che non è capace nemmeno di pensarlo, un discorso sensato, tanto è culturalmente analfabeta ed ebete.
Che è una cosa incredibile, per chi è convinto che il niqab sia uno strumento per annullare la volontà e la personalità delle donne, uno scafandro in cui chiudersi e marcire, la tomba dei sensi e della libera scelta.
E invece no. Per me lo scafandro in cui chiudersi e marcire erano il due pezzi, il toppino, la canotta, l’abitino, i simboli della mia rinuncia alla vita e alla libertà, l’incapacità di poter decidere, l’impossibilità di scegliere.
Eh sì, dovevo apparire solare e felice tutta abbronzata dentro le mie magliette aderenti e scollate. Se ne potevano stare tutti belli tranquilli nel vedermi finalmente così normale e allineata al cliché.
Certo, lo so. Perché una dovrebbe continuare a parlare di niqab, se, per il momento, non indossa nemmeno il velo?
Credo questo sia solo lo specchio del modello che c’ho in testa.
Il fatto è che proprio non mi va giù l’idea di praticare una specie di cattolicesimo arabo in cui al Natale viene sostituito il Muled El Nabi e Souad Massi prende il posto di Joan Beaz.
Però questo poi significa non fare quello che fanno tutti e mettersi lì, ogni volta, a ricordare alla gente che questo è haram e quest’altro pure e questa è una bidà e questo è makrù e non tutti c’hanno la stoffa del gendarme e io men che mai, ché non so fare il gendarme nemmeno di me stessa e figuriamoci degli altri.
Insomma, il modello ce l’ho solo in testa e la mia vita è ancora così, come appesa, in bilico.
Solo una che ci sta provando, sono. E, in tasca, non ho ancora niente.
Nemmeno le briciole.
La casa non è messa benissimo, diciamolo. Ci ha piovuto per tutto l’inverno e a primavera, quindi tra poco, bisogna sistemare il tetto. Ovviamente fantasticavo di farci uscire una stanzina nel sottotetto (la mia specialità), oppure infilarci in mezzo un terrazzino, ma ‘ste fantasie è sempre meglio farsele venire per il rifacimento dei tetti altrui, perché nemo profeta in patria e per mio padre affermare la necessità di fare un buco in un muro è un’eresia che può portarti al rogo, e mica scherza!
Fosse per me però continuerei ad abitarci pure con le bacinelle in ogni stanza, ché già mi pare una svolta senza pari vivere. Vivere, sì, ho scritto vivere. Vivere e basta. Vivere nel senso che, finalmente, da quando sono qui, ho ricominciato a vivere e a respirare, perché prima mi sentivo in gabbia, prigioniera di una vita che non volevo e prigioniera per sempre, tanto che pure la mente mi si era atrofizzata a forza di pensare che questo non lo posso fare e questo nemmeno.
Adesso, ovviamente, potrei pure fare la fame sul serio (e se non trovo al volo altre due o tre pratiche veloci da fare subito il rischio c’è ed è pure impellente), però non posso e non voglio tornare indietro. E badate sorelluzze che se qua va male vi toccherà ospitarmi un mese per una, eh! Avvisate siete! Dai che non occupo tanto spazio e non do nemmeno tanto fastidio, ci portiamo pure il sacco a pelo, io e il fiore mio, insomma non vi preoccupate e statevi serene che organizzo dei turni intercambiabili infrasettimanali tra una sorella e l’altra. Va bene?
Parentesi minacciose a parte, vivere, dicevamo. Vivere che magari per tante persone è uscire in comitiva, andare in discoteca, frequentare gente e fare viaggi e cose così e che invece per me è starmene per i fatti miei il più possibile, alla larga da feste, riunioni e baldorie, farmi le preghiere in orario (grandioso!!!), leggermi le mie cose,lavorare in santa pace e non sentire la puzza del vino durante i pranzo e di limoncello durante le visite (dici niente!). Sì, certo, magari detta così sembro una mezza Shrek, l’orco misantropo che salva la principessa nella torre per cacciare tutti i personaggi delle favole dal suo stagno e vivere beatamente in solitudine… Conoscete la storia, no?
Ebbene sì, mi sento molto Shrek devo dire e ne vado proprio fiera. Ecco, finalmente posso fare l’orco e non sono costretta a stare in mezzo al casino e soprattutto a stare in mezzo all’haram per far piacere agli altri, perché lo vogliono gli altri. Finalmente posso starmene per i fatti miei e fare quello che voglio io, alhamdulillah! E quello che voglio è talmente poco e forse con un po’ di allenamento potrei volere ancora di meno e allora sì che una sarebbe felice, quando i bisogni indotti si allentano e quasi svaniscono e l’unico bisogno che resta, l’unico grande bisogno che resta e che cresce, diventa quello di adorare Dio. Adorare nel senso di fare e non fare, adorare nel senso di pregare e anche di pulire i pensieri e farli filare diritto. Adorare Dio, nel senso di seguire la Sua strada, senza farsi trattenere sempre ora da questo contrattempo, ora da quel cedimento, ora dal fatto che vuoi fare un piacere a Tizio e uno a Caio.
Sarò un’orsa. Orsa, antipatica e sgorbutica. E sarò pure egoista, guarda. Egoista e presuntuosa. Ma soprattutto, ecco, soprattutto ho bisogno della mia “integrità”, che se poi vai a vedere significa quello che significa e quindi sì, sono un’orsa antipatica, sgorbutica e pure integralista e questo lo sapevo già, anche se, per comodità, l’avevo voluto dimenticare. E invece così orsa sto bene, talmente bene che ho pure quasi imparato l’ottava sura (otto anni di islam = otto microscopiche sure imparate, bella media!!) e c’avrei pure la nona sulla punta della lingua, se m’impegno e Allah m’assiste.
Insomma, erano anni che non riuscivo più a imparare sure: è un grande passo, no? E quindi che dire? Alhamdulillah 33 milioni di volte. Alhamdulillah, perché le cose poi si aggiustano davvero e una non può restare per sempre prigioniera, latitante e clandestina, soffocando tutto quello che sente e che vuole in nome di un modello imposto dall’esterno, che tra l’altro fa pure acqua ovunque, molto più del tetto a colabrodo…
Ma perché non mi sono scelta un lavoro normale? Un lavoro da femmina, come ce ne sono tanti?