Firma anche tu la petizione e aiutaci a liberare un uomo innocente
Non so se si chiama islam, spirito di organizzazione o tradizionalismo autoctono. E' solo che, nonostante i miei gusti abitativi, in fondo non credo che avrei molti problemi a vivere in una casa di campagna in un certo luogo montano, nonostante il freddo e le difficoltà del guidare con la neve. Ci sarebbe anche l'odore della primavera prima o poi. Non può essere sempre inverno! Probabilmente sarebbe anche meglio, per gli eventuali quattro-cinque figli, vivere almeno con dei nonni vicino, tra l'altro.
E non mi pongo il problema perchè devo trasferirmi in qualche posto.
Era solo che, siccome sono sveglia da due ore e non riesco a riaddormentarmi, volevo un attimo scriverlo che qualsiasi posto potrebbe diventare meraviglioso se ci si potesse vivere serenamente...
Se fosse un ambiente sereno, fatto di gente serena, gentile e che ti tratta bene, senza paranoie in testa e senza fronzoli.
Non credo sia un luogo geografico, insomma, la serenità.
Metablog delle voci femminili islamiche: esperimento in fase di assestamento o progetto senza sbocchi, fallimentare a priori?
Leggi tutto su an-nisa e, se lo ritieni opportuno, esprimi la tua opinione.
A me la retorica della memoria relativa all'olocausto ha sempre dato un tremendo fastidio. Tutti bravi, a posteriori, a ricordare l'orrore, lo scempio, il male, la brutalità, l'assurdo, l'agonia, la follia, la disumanità e tutto quello che vi pare e piace. Tutti insieme a piangere sul latte versato e a promettere "mai più", ma assolutamente ciechi di fronte a quello che sta succedendo ancora, e ancora e ancora, mentre placidi e sereni continuiamo a ripetere tutti stizziti e vigliacchi, il solito e noioso mantra perbenista del "mai più".
Si tratta di essere tordi, ubriachi o cosa, scusate?
Quindi, perdonatemi, ma non posso evitare di rabbrividire al pensiero che esistano enciclopedie, saggi, tomi ed elucubrazioni di ogni genere sulla sho'ah che, a posteriori - e ci tengo a sottolinearlo questo a posteriori -, si esercitano nel nobile esercizio del "ricordare".
Terrore e miseria del Terzo Reich, si chiama. E' stato scritto tra il 1935 e il 1938, mentre i fatti accadevano, quindi. Non ricorda un bel niente Brecht, ma, semplicemente, guarda. Racchiude ventitré scene drammatiche di ordinario orrore, rappresentando come ognuno di noi, oggi come allora, prende parte ad un olocausto perenne in modo vigliacco e subdolo, ma con piglio assolutamente naturale. Qui un amaro assaggio. Qui un pezzettino di me.
Quindi dilettatevi pure, signore e signori, a pensare a quanto erano cattivi, schifosi e depravati quei carnefici lì, i nazisti. E magari pure a quanto erano vigliacchi e ancora più biechi quei tedeschi lì, gli "ariani", con il cervello imbastito di schiocchezze auliche e surreali e il mito del sangue, della razza e dell'identità.
Io preferisco denunciare quello che mi succede sotto il naso e non posso tollerare che ci si sgoli così tanto tutti insieme per "ricordare", mentre di fronte agli orrori reali ci comportiamo esattamente come i personaggi di Brecht.
Meno di mille adesioni per una campagna a sostegno dei diritti umani che ha fatto, ormai, il giro del web. E questo succede oggi e succede oggi perchè oggi come allora la gente ha paura di mettersi dalla parte degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali e degli oppositori politici del Terzo Reich. Se ci fosse un Hitler in circolazione, di 'sti tempi, avrebbe proprio la strada spianata. E questo lo dimostra.
P.S. Invitata da Falecio a partecipare a questa cosa, non invito nessun altro perchè, davvero, non mi pare il caso. Piuttosto, per favore, chi non lo ha ancora fatto si dia una mossa a firmare e a far firmare la famosa petizione per Abou Elkassim Britel libero.
· Quando, per esempio, di pregare hai proprio voglia e non lo fai solo perché devi e riesci a procurarti il tempo felicemente e senza traumi.
· Quando non t’interessa fare tutto, ma far bene quel poco, senza starlo a sbandierare ai quattro venti.
· Quando metti da parte l’elenco della spesa [1] per ricominciare da capo piano piano, come ti dicevano gli arabi, mentre tu non gli davi retta, perché “sai quante bida’!” e presuntuosa che non eri altro.
· Quando ti ricordi che essere musulmana non ti esime dall’essere una persona gentile e gradevole e magari anche eticamente corretta. Possibilmente, sì, corretta.
· Non farsi le sopracciglia;
· entrare in bagno con il sinistro;
· un metro di hijab, almeno;
· non ridere in pubblico;
· non salutare i kuffar;
· non parlare troppo forte;
· non incrociare lo sguardo di un passante;
· non incrociare lo sguardo dl tuo interlocutore, se è maschio (e come si fa? E non lo so, ma si fa così e quindi si fa! Va bene si fa!).
La petizione per l'immediata liberazione di Kassim è appena stata inserita sul sito di petitionOnline. E' rivolta al Governo italiano, alla Commissione europea e al Parlamento europeo.
Chi, sin d'ora, vorrà sostenerci inoltrando subito la propria adesione, sarà al nostro fianco tra i primissimi firmatari del documento.
Invitiamo tutti a diffondere ovunque la voce di Kassim.
Di seguito, il testo del documento. >>>
Mia figlia ha deciso di diventare cristiana. A cinque anni e mezzo - o giù di lì - ha deciso. Sarà cristiana, perché così potrà mangiare prosciutto. Sì, è per il prosciutto.
- Ma davvero?
- Davvero-davvero.
Poi la sera prega in arabo con me.
- Ehm… in arabo?
Sì, in quella lingua lì: l’arabo maccaronico che le ho insegnato io, il maccarabico, diciamo.
Mi ricorda il fratello della mia amica ex-tedesca che a 14 anni decise di diventare cristiano per farsi la cresima e ricevere un sacco – ma proprio un sacco – di regali. Gli altri fratelli, forse, erano protestanti. “Forse” non perché non so com’erano, ma perché non lo sapevano esattamente neanche loro. Comunque la cresima non se l’erano fatta. Fessacchiotti!
Ecco, io adesso, da buona musulmana, dovrei strapparmi tutti i capelli, sbattere i piedi per terra ad oltranza, dare testate sui muri.
Per dire.
In realtà dovrei impedirle di mangiare prosciutto con ogni mezzo possibile, credo.
- Sennò che musulmana sei?
- Sennò che musulmana sono?
E invece, impotente, la guardo mangiarsi il suo crostino col prosciutto. Beatamente, per giunta!
Beatamente!
E non urlo, non sbatto i piedi, non mi taglio le vene.
Rifletto, piuttosto. Rifletto su quello che avrei fatto quand’ero pure io un po' più d.o.c. di così e a quanto sarebbe stato terribile, per me-musulmana-d.o.c., che mia figlia potesse scoprire da sola una Via che fosse davvero sua, proprio come – disperatamente e meravigliosamente – un giorno di tanti anni fa, accadde a me.
Un giorno di tanti anni fa, durato circa quindici anni o poco più.
-Ma ti ricordi?
-No, certo che non mi ricordo. Mi è servito, però.
Già, a me è servito.
Tenere un piede da un’altra parte. Pensare di doversene andare un giorno o domani stesso.
E invece accettare quotidianamente di resistere, perché anche altrove dovresti farlo – resistere – e non è detto che sarebbe più facile, più dolce oppure più sensato resistere altrove piuttosto che qui.
Sulla costa sarebbe meglio. Per me sarebbe meglio la costa. Vasto, Francavilla, Pineto, Roseto, Tortoreto, Alba Adriatica: posti in cui puoi fare kilometri in bici senza sentirti stanca e passeggiate in riva al mare da sola. Posti a misura d’uomo ma con una stazioncina a portata di mano che ti fa sentire quasi libera di muoverti senza stressarti su un’autostrada.
Eppure anche a Vasto, Roseto e Numana continuerei a tenere un piede laggiù. In un posto che non ho mai visto e che si chiama Safi – e chissà perché, tra tanti posti possibili - proprio a Safi vuoi tenere un piede.
Sì, a Safi.
Tenere un piede da un’altra parte. Strano, per una che s’era infilata tranquilla e serena sotto un niqab e aveva deciso di viverci dentro ad oltranza. Una fortezza collinare d’Abruzzo non dovrebbe starmi più stretta d’un niqab.
Eppure.
Il fatto è che prima o poi dovrei proprio decidermi a tornare a casa, una casa che sia “mia”, tra Oualidia e San Blas.
Sì, sicuramente. Credo che si trovi proprio lì.
Nella mia piccola fortezza incantata le notti bianche esistono da sempre.
Sono notti d’inverno con la neve alta, che si passano tra vino e braciole nella taverna di una compagna di scuola o a fare a pallottole di neve per la strada..
Sono notti fredde e movimentate a ballare i Cure nel circolo studentesco.
Sono i falò e la gazzarra per la strada, il cappuccino al bar alle sei del mattino, appena dopo gli eccessi, mentre le vecchiette vanno a messa.
La notte che se ne va è quelli di Pineto, quelli di Silvi, quelli di Pescara: ma c’eravate? Ma dov’eravate?
Salutarsi stanchi e dormire tutto il giorno e sapere che – anche per quest’anno – la parte peggiore dell’inverno sta per passare.
Se esci integro da questa notte ancora per un po’ ti salverai.
Sono notti d’inverno languide, in cui insegui qualcosa che non sai cos’è, che se c’è non sai se vuoi.
Sono notti in cui puoi perderti in un secondo. Perderti e scordatene che ti sei perso. E rimanere così: appeso penzoloni nel vuoto, impiccato alla notte delle notti che può non smettere mai.
Notti pagane, dionisiache, barocche.
Notti in cui la gente perde il senno, a volte, si rovina la vita per sempre, così, come se niente fosse, sorridendo.
Notti addobbate a festa e luccicanti.
Notti lussuriose e ammiccanti.
Notti chiassose d’insensatezza ubriaca.
Notti letali che – qui e altrove – dovrebbero proibire per sempre: elogio dell’imbecillità!
Miseria dell’anima, tristezza, abuso, perversione, vanità…
Eppure tra qualche anno succederà.
Mi alzerò prima dell’alba e dopo il fajr e un bel po’ di dua’ – e ce ne vogliono assai proprio di dua’ – prenderò questa figlia per mano e l’accompagnerò a vedere la notte delle notti, quella in cui puoi perdere il senno, così, come se niente fosse, sorridendo.
Potrei non portarla mai – oh sì che lo so che potrei! – e semplicemente dirle che è haram, non si fa, non si va, che è una festa dedicata a un dio pagano chiamato Fauno – a udu billahi – e che no, meglio non conoscerle le cose maledette per star bene e vivere sereni. Quindi no. No. Non si fa, non si va.
Ma non le direi la verità.
Certo dovrei dirglielo che è davvero una notte maledetta, una notte che può ingoiare le persone e tenersele in pancia per mesi e, chissà, forse pure per anni. Per sempre. E’ vero: è così.
Io l’ho visto, figlia mia, può succedere. Davvero puoi perderti in una notte. Non sto esagerando, sul serio. E’ così.
Perché è una notte maledetta in cui ogni volta tenterai di buttarti nel vuoto per lasciarti cullare e invece volerai e ti dimenticherai di te e ti ubriacherai di vino e follia e quando ritornerai, se ritornerai, sarai come un naufrago scampato alle onde fameliche o meglio come uno spettro scampato alla morte che non muore mai.
Ma certe notti bisogna conoscerle e attraversarle. Certe notti bisogna guardarle – sì almeno guardarle, se non viverle, bisogna – per essere certi di riconoscerle poi, quando altrove ti capiterà di incontrarle di nuovo. Le notti sono ovunque. Ovunque proprio e quindi è inutile fuggirle. Non si riuscirà a fuggire per sempre. Stanno là, in agguato ad aspettare e possono sorprenderti nell’ora della siesta o del dhor e possono inseguirti per anni, giorno e notte, notte e giorno senza darti pace, se pace non hai fatto già.
Quindi sì, quando sarà il momento porterò mia figlia a conoscere la notte, inshallah.
E poi ancora la inviterò ad attraversare la sua notte chiedendole di ricordarsi sempre di tornare, di attaccarsi a un filo sottile, un filo trasparente e sottile che io chiamo iman e che lei chiamerà come le pare. Attaccarsi a un filo e non staccarsi mai. Questo le dirò.
Perché proteggere qualcuno significa insegnargli a sperimentare da solo, insegnargli a volare e poi mandarlo per aria, insegnargli a scegliere e poi fidarsi, proprio come ci si fida di se stessi, se non di più.
Perché, sai, sono una che ragiona sempre come se dovesse scriverli, i pensieri. Una che ci mette una sacco di “…ehm” quando ti racconta, una che, quando parla, perde di vista l’essenziale – se lo dimentica proprio l’essenziale – nel fluire della lingua parlata. Sì, una… una che tende a rimanere lì, sospesa. Sospesa tra i pensieri che si possono scrivere e i quattro banali soliti discorsi proferibili a parole, senza mai riuscire a trovare una via di mezzo: un modo decentemente prosaico di dire quello che ti passa per la testa.
Anche se l’essenziale sarebbe pure semplice da dire piuttosto che da scrivere.
A riconoscerlo.
Lo so. Ho un modo un po’ goffo di relazionarmi.
Anacronistico, distante, complicato.
Mi è difficile riuscire a parlare di me.
Quando mi chiedono, tergiverso. Ma se insistono, poi, svuoto il sacco: non mi piace fare la misteriosa, non è da me. Magari sono anche contenta di essermi sfogata, dopo. Il brutto è sempre iniziare, si sa. Oggettivamente fa bene chiacchierare, anche quelle volte in cui ti fa sentire freddo e tremare e, giusto per esagerare un po’, anche piangere – che ne so?
Io preferisco parlare del tempo e di come non mi ricordo di quella persona, di quel nome, di quel posto, di quella volta e di quel fatto – ma ti ricordi? No, certo che no. Io non c’ero. Ti confondi con qualcun altro.
Preferisco tenermi tutto dentro, anche se fa male.
E, se fa male, pazienza.
E invece certe volte una avrebbe quasi il dovere di raccontarsi.
Di raccontarsi alle persone in carne ed ossa, non solo a pixel.
A riuscirci se ne avrebbe proprio il sacrosanto dovere.
Mica facile, però.
Ehm… Da dove dovrei cominciare? Vediamo.
Premetto che sentimentalmente sono sempre stata una catastrofe. No, sinceramente – davvero – non vedo come potrei migliorare adesso, dopo sette anni passati a fare tabula rasa di tutto, di tutti e pure di me. Non si tratta di avere pregiudizi sul genere maschile, di voler fare la libera, di non avere ancora risolto il complesso di Elettra o di Sofonisba o che ne so. Credo di avere invece un grosso problema linguistico o, se vogliamo proprio essere precisi, semantico.
Infatti non credo si tratti di parole. Credo si tratti piuttosto di parole non dette, di segni e soprattutto di gesti. Oh sì, i gesti, quelli mi rovinano proprio. I gesti di tutti i giorni, eh, quelli proprio normali, tipo sfogliare un giornale o soffiarsi il naso, cose così.
Ci ho lavorato su parecchio, su questa cosa. Talmente tanto che ho messo un muro invalicabile - ma proprio alto – tra me e gli altri, una cosa da non credere.
A distanza devono stare!
Certi maschi devono stare a distanza.
Eppure esistono quelli di cui apprezzo la discrezione e la correttezza, doti che, tra l’altro, non avrei mai scoperto, se non avessi cercato e cercato, in qualche modo.
Esistono sul serio, eh!
E’ una cosa impagabile la serenità di poter pensare che, in mezzo a tutto quell’assurdo disastro, ho avuto anche amicizie disinteressate davvero meravigliose: le cose belle delle quali non ti accorgi mai mentre le vivi, così affannosamente occupata come sei – com’eri, com’eri - a pensare ad altro e sempre a quello che non c’è.
“Te li ricordi?
Amici – amici – amici, ma quando poi uno viene e ti bacia in bocca – cribbio! – sarà innamorato di te – no? – tu che pensi?
E invece no, forse, non lo so. Ma va all’inferno!
Vacci subito, per favore! Adesso proprio.
Io li ho presi tutti, un bel giorno, questi amici dell’ora del cuculo e ne ho fatto un bel falo’.
Ma no che non li odio.
Li disprezzo soltanto. Comunque con loro continuo a comportarmi bene, io. A distanza, ma bene.
No, non te.
Tu quelle cose non le hai fatte mai.
Non le hai mai fatte, ma come hai fatto a non farle?
Come sei riuscito a rimanere così pulito in mezzo a tutto quello squallore?
Avresti dovuto insegnarmi.
Non so se avrei saputo imparare.
Non lo so se avrei voluto.
Però, se l’avessi capito allora che non serve fingersi diversi e giocare ad esagerare e strafare e buttarsi giù dai burroni pur di fare cose eclatanti, pur di vivere a tremila o come si dice…
No, non credo ce l’avresti mai fatta ad insegnarmi niente!”
Non me la ricordo una bella cosa la gioventù, io. Una vita troppo grande, immensa, che straborda e fa male.
Un dolore che non ti dico.
Un male fisico, appena sotto lo sterno.
Un crampo forte e insistente, che non se ne va mai.
Devi conviverci.
Fino a quando sei giovane non c’è poi molto da fare.
Desiderare mille vite diverse, mille sogni, perdersi in miliardi di possibilità.
La gioventù, per me, era volere tutto e volerlo adesso. La gioventù era non saper ascoltare. La gioventù era non ascoltarsi.
E quando quella vita così immensa e indomabile ti si rimpicciolisce tutt’attorno, ti ritrovi “grande” che nemmeno te ne accorgi.
E sei “grande” quando di possibilità non ne hai più a migliaia, ma a malapena tre, quando i colpi di testa non te li perdona più nessuno e quando un altro mondo hai smesso di cercarlo già da un po’. Sei “grande” quando la vita tua te la inventi oggi tutta insieme. Oggi, per la prima volta. E, di colpo, scopri che ci sta. Entra in un sol giorno, la vita. Tutta.
Tutta la vita intera, sì, in un solo giorno ci sta comoda e ti avanza pure qualche ora di riposo, ché vivere troppo stanca, si sa.
Me lo guardo ogni mattina dalla finestra di casa il paesaggio di tetti e tettucci e case addossate l’una sull’altra e minestrone di vita - sempre uguale da millenni - che ci formicheggia sotto.
E’ sempre stato altro da me.
Anche quand’ero piccola.
Ho sempre vissuto altrove ed ho sempre pensato che questo altrove esistesse davvero da qualche parte qui sulla Terra.
Esiste?
La messa, gli affreschi,
Luogo statico e immutabile. Fortezza, grembo, prigione.
L’ombelico del mondo, per alcuni.
L’ombelico di un mondo che non esiste, fatto di fantasmi condannati all’immutabilità.
La messa, gli affreschi,
Un nodo in gola che ti sale quando arrivi appena ai dodici anni e che a sedici diventa insopportabile e non parli che di andar via.
Te ne vai davvero, un giorno.
(Se ne vanno tutti da qui, prima o poi).
Te ne vai, ma poi ritorni, perché solo qui puoi continuare ad essere fantasma, a rimanere sospeso a metà strada tra un mondo che esiste e un mondo che non c’è.
Eccolo, l'Altrove.
Qui sopra ai tetti aleggia e sorride. Non vedi come danza?
Già da un po' anche lei ha traslocato e me la sono immaginata per strada con valigia, piumone, spazzolino da denti e tazza da latte con la faccia.
Grafica essenziale e sempre qualcosa di sottilmente affine da scrivermi.
"Quando ho alzato gli occhi dal giornale, mia mamma mi ha detto che arrivata all'ultima parola s'è messa a piangere. A piangere al pensiero di Prodi che dice Auguroni "a uno che gli dice quella cosa lì".
Poi abbiamo parlato un po' ". >>>
Da qualche mese sono in analisi: una o due sedute al giorno per il tempo di un caffè.
All’inizio nemmeno me ne accorgevo, per questo era tutto così facile: meraviglie della quotidianità. Poi i mesi cominciano a passare e mi conservo gelosamente il mio geniale appuntamento coll’analista e col caffè, nella titanica impresa di accettare la vita quotidiana per quello che è, senza grilli per la testa e senza strane idee sconnesse e disastrose, tipo quella famosa di rubarmi la vita di un’afgana o una saudita e vivermela tutta, come se davvero fossi io, quella.
Il primo periodo parte a giugno: il recupero di qualche ricordo cancellato per incuria, difesa o rifiuto, il riaffiorare di certe strane vecchie idee, il sentirsi sempre una, sempre la stessa. Ma una stessa alla quale le cose vanno un po’ meglio.
Le cose di dentro, dico.
Verso agosto il quadro è quasi completo e si può fare il punto, si può dire che c’è, cos’è che proprio non va. Un bravo analista però indugia e un po’ ti trascina con sé. Nessuno potrà mai venirti a dire che c’è. Che c’è lo sai già. Lo sai tu. E lo sai.
L’analista ti dice che c’ha lui, ti dice.
Se te lo vuole dire.
Inizia il secondo periodo, la cura: musicoterapica. Un caffè dopo l’altro: jazz, fusion, sperimentalismi di varia natura, post-grunge e un genere che chiameremo yoldax… mirabolante.
Sono io a scegliere quale dev’essere la mia terapia intensiva e scelgo Ummagumma e poi un genere che ho voluto chiamare omega, declinabile, eventualmente, in islam omega, se vi pare. Islam omega in lingua sconosciuta.
Perché?
Pure Ummagumma avevo buttato via, bruciatostracciatodimenticatodistrutto, perché la musica è haram, ma forse era solo una scusa la musica haram. La tecno riuscivo ancora a sentirla, nonostante la musica haram. Ma perché la tecno non è musica, forse. Forse.
Perché Ummagumma davvero lo è, musica?
Musica per chi?
Ummagumma Studio, per la precisione. Nel frattempo sto aspettando ancora di curarmi con il secondo disco. Quello che dovrebbe indurmi a ricordare, forse. Quindi meglio aspettare, ritengo.
Intanto ho iniziato la cura omega, ma pare vada un po' maluccio, finora.
C'è tempo.
Il mio analista dispensa caffè e perle di saggezza. Un tempo eravamo come legati da sottilissimi fili argentati, invisibili a occhi comuni. Lui diceva di vederli ed io li vedevo davvero.
Ma quando sei giovane hai sempre troppa gente attorno per distinguere chi vale e chi no, chi ti è affine nel profondo e non solo a progetti.
Diciotto anni sono lunghi da vivere e t’insegnano un sacco di cose che non sapevi e credevi di sapere sulla vita, sulla gente, sull’amicizia, sui rapporti, sugli svariatissimi modi di perdersi e sui rischi di non ritrovarsi mai più. Eppure diciotto anni sono passati in un lampo e, se mi guardo attorno, non vedo che un’equazione matematica, una verità ineluttabile che prima mi era invisibile. Prima, quando mi volevano bene proprio tutti e fantasticavamo sulla Polinesia e sui mondi.
Non credo sia indispensabile recuperarli integralmente, 'sti diciott'anni.
Mi basterebbe uno sprazzo ogni tanto. E soprattutto di recuperarne il senso.
Così, giusto per capirci qualcosa, ora che non ho più paura di riaffondare nel passato e rimanerci impigliata.
Giusto per sopportare il presente così com'è, senza fantasticarmi insensatamente inutili progetti di fuga, senza arrabbiarmi e rifiutare le cose di tutti i giorni, senza stare sempre a organizzare l'impossibile, mentre la vita vera se ne va senza di me.