arabeschi

Petizione: Abou Elkassim Britel libero e vivo

Firma anche tu la petizione e aiutaci a liberare un uomo innocente

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Blogger: ksakinah
Ksakinah e cioè Khadi Sakinah, quella di an-nisa, che non ha ritrovato la funzione di Splinder per aprire due blog con lo stesso account. (...L'avranno mica tolta!?)

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Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza nessuna periodicita'. Non puo' pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.
lunedì, 31 marzo 2008

Quando è utile scanzarsi...

C’è anche qualcosa di positivo nell’aver avuto una vita difficile. Non so se è così per tutti, forse no. No, effettivamente non è così per tutti. E mi dispiace per loro, ma non posso farci niente. A me le esperienze brutte hanno fatto bene. Per un sacco di tempo non è stato così nemmeno per me, devo ammetterlo. Però io non sono mai scappata da me stessa. Ho fatto sforzi madornali per guardarmi vivere dall’esterno, come fossi un’altra. “E, se fossi un’altra, cosa dovrei fare adesso?”. I lati oscuri della propria anima si scoprono solo nel momento in cui riusciamo a guardarci vivere dal di fuori. Solo staccandoti dalla tua vita, dal tuo soggettivismo, riesci a capire cos’è davvero giusto per te, cosa ti fa star bene. Perché star bene è una cosa oggettiva. Per star bene devi scordarti gli urli, le botte, le tragedie familiari, la giungla metropolitana, il maschio-padrone, la lotta, le eresie, le condanne gratuite. Devi rinascere ogni volta, per star bene. Devi rinascere ogni volta, perché una diritta via cristallizzata non è mai quella giusta e questo dovrebbe essere ovvio. Per chiunque.
Poi non è detto che la vita che scegli – o che sceglieresti se e solo se – stia là ad aspettarti, anzi. Non devi nemmeno costruirtela, la vita che sceglieresti se e solo se. La vita che sceglieresti è una possibilità che incontri per la strada, una delle tante. Una prova, una chance, un’occasione. Quella giusta-giusta per te. Quella alla quale non puoi dire di no, senza perderti.
Ma non basta il tuo sì. Siamo anime fuse e confuse in un unico marasma materico e dire di sì da soli non serve a molto, fin quando si resta quaggiù. Incocciare con il tuo “sì” senza riserve non è che un capriccio. Diventa un capriccio: una cosa che ti distruggerebbe solo, se la lasciassi fare.
E così, se avere una vita difficile ti è servito appena un po’, non ti metti a sbattere i piedi per ottenere con qualunque mezzo ciò che credi ti spetti di diritto per decreto divino, ma ti scanzi e lasci che le cose del mondo continuino a fluire come hanno sempre fatto, tutt’al più rammaricandoti perché non a tutti è dato di riconoscere le cose belle e di poterle o saperle vivere. E vabbè. Si arrangino. Ecchecavoli!
Noi, qui, ci prendiamo il mondo con calma e lo guardiamo fluire, prendendoci quello che viene con criterio e senza affanni. Credo sia una delle strane meraviglie del sapere quello che si vuole, del sentirsi puliti, dell’andare avanti diritti, cascasse il mondo.
Non è male per niente. E’ una cosa scientifica, a ben guardare, l’esistenza.
postato da: ksakinah alle ore 11:58 | link | commenti (2)
categorie: intimerie
lunedì, 17 marzo 2008

E se la serenità si trovasse in un posto freddo...

Non so se si chiama islam, spirito di organizzazione o tradizionalismo autoctono. E' solo che, nonostante i miei gusti abitativi, in fondo non credo che avrei molti problemi a vivere in una casa di campagna in un certo luogo montano, nonostante il freddo e le difficoltà del guidare con la neve. Ci sarebbe anche l'odore della primavera prima o poi. Non può essere sempre inverno! Probabilmente sarebbe anche meglio, per gli eventuali quattro-cinque figli, vivere almeno con dei nonni vicino, tra l'altro.
E non mi pongo il problema perchè devo trasferirmi in qualche posto.
Era solo che, siccome sono sveglia da due ore e non riesco a riaddormentarmi, volevo un attimo scriverlo che qualsiasi posto potrebbe diventare meraviglioso se ci si potesse vivere serenamente...
Se fosse un ambiente sereno, fatto di gente serena, gentile e che ti tratta bene, senza paranoie in testa e senza fronzoli.
Non credo sia un luogo geografico, insomma, la serenità.

postato da: ksakinah alle ore 04:20 | link | commenti (1)
categorie: intimerie
venerdì, 07 marzo 2008

Le donne non sbagliano mai

-Tu pensi troppo e male!
Me lo dissero circa 15 anni fa, a proposito del mio vecchio modo di concepire gli studi scientifici.
E' una cosa prettamente femminile quella di pensare troppo e male e non è per niente naturale. Non è che noi femmine ce l’abbiamo nel DNA questo modo isterico di fare, l’essere ossessive, il paranoiare continuamente, la petulanteria. Forse la impariamo dalle mamme, dalle amiche di scuola che, a loro volta, l'hanno imparata da altre donne. E' una cosa che ci si attacca addosso come un virus dall'adolescenza o  giù di lì e ci toglie la naturalezza, la spontaneità, ci fa dimenticare tutto quello che già sappiamo sugli uomini, sui figli, sulla cucina, sull'uncinetto e sui motori. E la maggior parte degli errori che si fanno nella vita, si fanno solo perché siamo state contagiate da questo assurdo virus che ci logora completamente a partire dalla bocca dello stomaco in giù. Diventiamo frigide perché abbiamo paura di mostrarci come siamo, diventiamo anoressiche, autoconvincendoci che lui ci vuole magre come un manico di scopa, diventiamo intellettuali,  diventiamo sex-symbol, diventiamo un niqab, diventiamo esattamente ciò che gli uomini vogliono, qualsiasi cosa vogliano o meglio qualsiasi cosa noi riteniamo essi vogliano.
Costruiamo un manichino e lo facciamo vivere al posto nostro. Lo modelliamo e lo rimodelliamo di nuovo e non riusciamo mai a buttarlo via.
Ci passiamo la vita a pensare troppo e male, a costruire orribili castelli di tele mentali, che alla fine per noi - e non solo per noi - diventano realtà.
Nei rapporti con l'altro sesso non facciamo altro che vivificare continuamente tutte le nostre paure, in un'assurda e folle corsa verso l'annientamento di noi stesse, sempre accompagnate da sibili, sussurri e ossessioni che si ripetono nella mente da soli come mantra satanici: vuole dominarti, vuole solo sesso, non ti ama e non ti amerà mai, non ti chiama – lo vedi che non ti chiama? -, non ti regala i fiori, non ti dice “come sei bella”, non ti vuole veramente. E se proprio ti vuole, non fa per te.
Generalmente non sei mai abbastanza sexy, abbastanza sensuale, abbastanza grande, abbastanza giovane, abbastanza bella, abbastanza coperta, abbastanza spavalda, abbastanza timida, abbastanza pudica, abbastanza aggressiva.
Non vai bene.
Non vai mai bene.
Chissà com’é.
Iniziamo ad accorgercene da quando abbiamo circa 15 anni che la nostra vita sentimentale procede con andamento ciclico e che, anno dopo anno, rapporto dopo rapporto, ogni cosa si ripete irrevocabilmente con minime varianti.
Poi - ma solo per qualcuna - un bel giorno qualcosa si spezza. Magari è un giorno che dura tre ore, oppure sette anni, ma è un solo giorno comunque.
Forse era il non amarsi abbastanza, la paura di non farcela, quel folle essere innamorate molto più dell'amore che del proprio uomo, le cose che ci raccontavano. Chissà cos’era.
C’è questo libro meraviglioso, “Le madri non sbagliano mai”, che racconta come, nel rapporto con i figli, la “naturalità” di essere madre e di “sentirsi” cosa è giusto fare vada al di là di qualsiasi codice comportamentale e sia più consona di qualsiasi consiglio di medici, pediatri e psicologi.
Perché non dovrebbe essere lo stesso anche con il proprio uomo?
Basterebbe buttar via il manichino, non ascoltare le voci e vivere tranquille.
Dici che non siamo capaci?
postato da: ksakinah alle ore 18:39 | link | commenti (2)
categorie: cose di femmine
domenica, 17 febbraio 2008

Fiera del libro 2008?

postato da: ksakinah alle ore 16:47 | link | commenti
categorie: segnalazioni
venerdì, 15 febbraio 2008

Sperimentiamo l'impossibile?

Metablog delle voci femminili islamiche: esperimento in fase di assestamento o progetto senza sbocchi, fallimentare a priori?
Leggi tutto su an-nisa e, se lo ritieni opportuno, esprimi la tua opinione.

 

postato da: ksakinah alle ore 08:33 | link | commenti
categorie: segnalazioni
venerdì, 25 gennaio 2008

Terrore e miseria del Terzo Reich

A me la retorica della memoria relativa all'olocausto ha sempre dato un tremendo fastidio. Tutti bravi, a posteriori, a ricordare l'orrore, lo scempio, il male, la brutalità, l'assurdo, l'agonia, la follia, la disumanità e tutto quello che vi pare e piace. Tutti insieme a piangere sul latte versato e a promettere "mai più", ma assolutamente ciechi di fronte a quello che sta succedendo ancora, e ancora e ancora, mentre placidi e sereni continuiamo a ripetere tutti stizziti e vigliacchi, il solito e noioso mantra perbenista del "mai più".
Si tratta di essere tordi, ubriachi o cosa, scusate?
Quindi, perdonatemi, ma non posso evitare di rabbrividire al pensiero che esistano enciclopedie, saggi, tomi ed elucubrazioni di ogni genere sulla sho'ah che, a posteriori - e ci tengo a sottolinearlo questo a posteriori -, si esercitano nel nobile esercizio del "ricordare".

Terrore e miseria del Terzo Reich, si chiama. E' stato scritto tra il 1935 e il 1938, mentre i fatti accadevano, quindi. Non ricorda un bel niente Brecht, ma, semplicemente, guarda. Racchiude ventitré scene drammatiche di ordinario orrore, rappresentando come ognuno di noi, oggi come allora, prende parte ad un olocausto perenne in modo vigliacco e subdolo, ma con piglio assolutamente naturale. Qui un amaro assaggio. Qui un pezzettino di me.
Quindi dilettatevi pure, signore e signori, a pensare a quanto erano cattivi, schifosi e depravati quei carnefici lì, i nazisti. E magari pure a quanto erano vigliacchi e ancora più biechi quei tedeschi lì, gli "ariani", con il cervello imbastito di schiocchezze auliche e surreali e il mito del sangue, della razza e dell'identità.
Io preferisco denunciare quello che mi succede sotto il naso e non posso tollerare che ci si sgoli così tanto tutti insieme per "ricordare", mentre di fronte agli orrori reali ci comportiamo esattamente come i personaggi di Brecht.
Meno di mille adesioni per una campagna a sostegno dei diritti umani che ha fatto, ormai, il giro del web. E questo succede oggi e succede oggi perchè oggi come allora la gente ha paura di mettersi dalla parte degli ebrei, degli zingari, degli omosessuali e degli oppositori politici del Terzo Reich. Se ci fosse un Hitler in circolazione, di 'sti tempi, avrebbe proprio la strada spianata. E questo lo dimostra.

P.S. Invitata da Falecio a partecipare a questa cosa, non invito nessun altro perchè, davvero, non mi pare il caso. Piuttosto, per favore, chi non lo ha ancora fatto si dia una mossa a firmare e a far firmare la famosa petizione per Abou Elkassim Britel libero.

postato da: ksakinah alle ore 18:20 | link | commenti (5)
categorie: jihad
domenica, 20 gennaio 2008

L’iman, per me

·          Quando, per esempio, di pregare hai proprio voglia e non lo fai solo perché devi e riesci a procurarti il tempo felicemente e senza traumi.

·          Quando non t’interessa fare tutto, ma far bene quel poco, senza starlo a sbandierare ai quattro venti.

·          Quando metti da parte l’elenco della spesa [1] per ricominciare da capo piano piano, come ti dicevano gli arabi, mentre tu non gli davi retta, perché “sai quante bida’!” e presuntuosa che non eri altro.

·          Quando ti ricordi che essere musulmana non ti esime dall’essere una persona gentile e gradevole e magari anche eticamente corretta. Possibilmente, sì, corretta. 

[1]

·         Non farsi le sopracciglia;

·         entrare in bagno con il sinistro;

·         un metro di hijab, almeno;

·         non ridere in pubblico;

·         non salutare i kuffar;

·         non parlare troppo forte;

·         non incrociare lo sguardo di un passante;

·         non incrociare lo sguardo dl tuo interlocutore, se è maschio (e come si fa? E non lo so, ma si fa così e quindi si fa! Va bene si fa!).

postato da: ksakinah alle ore 11:29 | link | commenti (10)
categorie: intimerie
domenica, 13 gennaio 2008

Chiacchierando altrove

Se qualche passante si stesse chiedendo che fine ho fatto, sappiate che sto a chiacchierare di cose di femmine da queste parti.
postato da: ksakinah alle ore 21:42 | link | commenti (2)
categorie: segnalazioni
mercoledì, 02 gennaio 2008

Torte e tisane, sicuro!

Fino a sette anni fa li passavamo sempre insieme. Tutti i Capodanni della vita, a partire da quale non so. Li ricordo in ordine sparso e credo di averne dimenticati tanti per la strada. Ma ti ricordi? No, certo che no! Forse qualcosa. A Pietracamela dentro una casa senza riscaldamento e senz’acqua, con la neve fuori e l’acqua ghiacciata della fontana cittadina, quando fare i naufraghi per finta non andava di moda per niente e noi lì a fingerci sopravvissuti e a scaldare l’acqua con la pentola per lavarci qualche volta e manco tanto. Al Livello a Bologna, quand’era ancora in mezzo alle stradarelle a fianco a via Zanardi, o, più tardi, a Roma, prima in cerca di un rave e poi – felicemente rassegnate – in piazza del Popolo, che c’incontri mezz’Abruzzo. E ogni volta era una specie di strafare, ma pure un come niente-di-che e non credo che se ne farà mai una ragione, la mia amica del cuore, che oggi le cose stanno davvero così, per me, e non c’ho voglia se non è una roba di torte, tisane e latte intero di giornata, se proprio dobbiamo esagerare, eh!

-Torte e tisane, sicuro!

Fortuna che sono mamma, così è più facile “fare la chiova”[1] con nochalance. Perché per una che tanto normale non è stata mai, diventare quasi-normale può sembrare una catastrofe davvero e il niqab era quasi accettabile a confronto, davvero!

Così me ne sono stata beatamente a casa, ché non c’avevo voglia nemmeno di farmi i km per andarmi a mangiare la lenticchia a Spoltore con loro e mi devo ricordare di telefonare, almeno. Magari ci si vede il week-end, visto che sono mesi già che non ci si vede più.



[1] Termine abruzzese che designa una persona particolarmente noiosa e statica, in analogia ad un chiodo infisso nella parete.
postato da: ksakinah alle ore 11:57 | link | commenti
categorie: intimerie
martedì, 01 gennaio 2008

Petizione: Abou Elkassim Britel libero e vivo

La petizione per l'immediata liberazione di Kassim è appena stata inserita sul sito di petitionOnline. E' rivolta al Governo italiano, alla Commissione europea e al Parlamento europeo.

Chi, sin d'ora, vorrà sostenerci
inoltrando subito la propria adesione, sarà al nostro fianco tra i primissimi firmatari del documento.

Invitiamo tutti a diffondere ovunque la voce di Kassim.

Di seguito, il testo del documento.
>>>

postato da: ksakinah alle ore 04:53 | link | commenti
categorie: segnalazioni
giovedì, 27 dicembre 2007

Del prosciutto e di altri demoni

Mia figlia ha deciso di diventare cristiana. A cinque anni e mezzo - o giù di lì - ha deciso. Sarà cristiana, perché così potrà mangiare prosciutto. Sì, è per il prosciutto.

- Ma davvero?

- Davvero-davvero.

Poi la sera prega in arabo con me.

- Ehm… in arabo?

Sì, in quella lingua lì: l’arabo maccaronico che le ho insegnato io, il maccarabico, diciamo.

Mi ricorda il fratello della mia amica ex-tedesca che a 14 anni decise di diventare cristiano per farsi la cresima e ricevere un sacco – ma proprio un sacco – di regali. Gli altri fratelli, forse, erano protestanti. “Forse” non perché non so com’erano, ma perché non lo sapevano esattamente neanche loro. Comunque la cresima non se l’erano fatta. Fessacchiotti!

Ecco, io adesso, da buona musulmana, dovrei strapparmi tutti i capelli, sbattere i piedi per terra ad oltranza, dare testate sui muri.

Per dire.

In realtà dovrei impedirle di mangiare prosciutto con ogni mezzo possibile, credo.

- Sennò che musulmana sei?

- Sennò che musulmana sono?

E invece, impotente, la guardo mangiarsi il suo crostino col prosciutto. Beatamente, per giunta!

Beatamente!

E non urlo, non sbatto i piedi, non mi taglio le vene.

Rifletto, piuttosto. Rifletto su quello che avrei fatto quand’ero pure io un po' più d.o.c. di così e a quanto sarebbe stato terribile, per me-musulmana-d.o.c., che mia figlia potesse scoprire da sola una Via che fosse davvero sua, proprio come – disperatamente e meravigliosamente – un giorno di tanti anni fa, accadde a me.

Un giorno di tanti anni fa, durato circa quindici anni o poco più.

-Ma ti ricordi?

-No, certo che non mi ricordo. Mi è servito, però.

Già, a me è servito.

postato da: ksakinah alle ore 20:37 | link | commenti (16)
categorie: intimerie
venerdì, 21 dicembre 2007

Appello per Abou Elkassim Britel in sciopero della fame dal 16 novembre 2007

Questa è, in breve, la storia di Kassim. Qui  e qui sua moglie Khadija ci spiega come contribuire a dare un aiuto.

Un sentito ringraziamento a tutti coloro che vorranno sostenerci in questa battaglia per la liberazione di un uomo innocente che ha già perso, ingiustamente e terribilmente, 6 anni della propria vita.
postato da: ksakinah alle ore 21:41 | link | commenti
categorie: segnalazioni
sabato, 08 dicembre 2007

La casa

Tenere un piede da un’altra parte. Pensare di doversene andare un giorno o domani stesso.


E invece accettare quotidianamente di resistere, perché anche altrove dovresti farlo – resistere – e non è detto che sarebbe più facile, più dolce oppure più sensato resistere altrove piuttosto che qui.


Sulla costa sarebbe meglio. Per me sarebbe meglio la costa. Vasto, Francavilla, Pineto, Roseto, Tortoreto, Alba Adriatica: posti in cui puoi fare kilometri in bici senza sentirti stanca e passeggiate in riva al mare da sola. Posti a misura d’uomo ma con una stazioncina a portata di mano che ti fa sentire quasi libera di muoverti senza stressarti su un’autostrada.


Eppure anche a Vasto, Roseto e Numana continuerei a tenere un piede laggiù. In un posto che non ho mai visto e che si chiama Safi – e chissà perché, tra tanti posti possibili - proprio a Safi vuoi tenere un piede.


Sì, a Safi.


Tenere un piede da un’altra parte. Strano, per una che s’era infilata tranquilla e serena sotto un niqab e aveva deciso di viverci dentro ad oltranza. Una fortezza collinare d’Abruzzo non dovrebbe starmi più stretta d’un niqab.


Eppure.


Il fatto è che prima o poi dovrei proprio decidermi a tornare a casa, una casa che sia “mia”, tra Oualidia e San Blas.


Sì, sicuramente. Credo che si trovi proprio lì.

postato da: ksakinah alle ore 15:27 | link | commenti (2)
categorie: intimerie
venerdì, 07 dicembre 2007

Come uno spettro scampato alla morte che non muore mai

Nella mia piccola fortezza incantata le notti bianche esistono da sempre.

Sono notti d’inverno con la neve alta, che si passano tra vino e braciole nella taverna di una compagna di scuola o a fare a pallottole di neve per la strada..

Sono notti fredde e movimentate a ballare i Cure nel circolo studentesco.

Sono i falò e la gazzarra per la strada, il cappuccino al bar alle sei del mattino, appena dopo gli eccessi, mentre le vecchiette vanno a messa.

La notte che se ne va è quelli di Pineto, quelli di Silvi, quelli di Pescara: ma c’eravate? Ma dov’eravate?

Salutarsi stanchi e dormire tutto il giorno e sapere che – anche per quest’anno – la parte peggiore dell’inverno sta per passare.

Se esci integro da questa notte ancora per un po’ ti salverai.

Sono notti d’inverno languide, in cui insegui qualcosa che non sai cos’è, che se c’è non sai se vuoi.

Sono notti in cui puoi perderti in un secondo. Perderti e scordatene che ti sei perso. E rimanere così: appeso penzoloni nel vuoto, impiccato alla notte delle notti che può non smettere mai.

Notti pagane, dionisiache, barocche.

Notti in cui la gente perde il senno, a volte, si rovina la vita per sempre, così, come se niente fosse, sorridendo.

Notti addobbate a festa e luccicanti.

Notti lussuriose e ammiccanti.

Notti chiassose d’insensatezza ubriaca.

Notti letali che – qui e altrove – dovrebbero proibire per sempre: elogio dell’imbecillità!

Miseria dell’anima, tristezza, abuso, perversione, vanità…

Eppure tra qualche anno succederà.

Mi alzerò prima dell’alba e dopo il fajr e un bel po’ di dua’ – e ce ne vogliono assai proprio di dua’ – prenderò questa figlia per mano e l’accompagnerò a vedere la notte delle notti, quella in cui puoi perdere il senno, così, come se niente fosse, sorridendo.

Potrei non portarla mai – oh sì che lo so che potrei! – e semplicemente dirle che è haram, non si fa, non si va, che è una festa dedicata a un dio pagano chiamato Fauno – a udu billahi – e che no, meglio non conoscerle le cose maledette per star bene e vivere sereni. Quindi no. No. Non si fa, non si va.

Ma non le direi la verità.

Certo dovrei dirglielo che è davvero una notte maledetta, una notte che può ingoiare le persone e tenersele in pancia per mesi e, chissà, forse pure per anni. Per sempre. E’ vero: è così.

Io l’ho visto, figlia mia, può succedere. Davvero puoi perderti in una notte. Non sto esagerando, sul serio. E’ così.

Perché è una notte maledetta in cui ogni volta tenterai di buttarti nel vuoto per lasciarti cullare e invece volerai e ti dimenticherai di te e ti ubriacherai di vino e follia e quando ritornerai, se ritornerai, sarai come un naufrago scampato alle onde fameliche o meglio come uno spettro scampato alla morte che non muore mai.

Ma certe notti bisogna conoscerle e attraversarle. Certe notti bisogna guardarle – sì almeno guardarle, se non viverle, bisogna – per essere certi di riconoscerle poi, quando altrove ti capiterà di incontrarle di nuovo. Le notti sono ovunque. Ovunque proprio e quindi è inutile fuggirle. Non si riuscirà a fuggire per sempre. Stanno là, in agguato ad aspettare e possono sorprenderti nell’ora della siesta o del dhor e possono inseguirti per anni, giorno e notte, notte e giorno senza darti pace, se pace non hai fatto già.

Quindi sì, quando sarà il momento porterò mia figlia a conoscere la notte, inshallah.

E poi ancora la inviterò ad attraversare la sua notte chiedendole di ricordarsi sempre di tornare, di attaccarsi a un filo sottile, un filo trasparente e sottile che io chiamo iman e che lei chiamerà come le pare. Attaccarsi a un filo e non staccarsi mai. Questo le dirò.

Perché proteggere qualcuno significa insegnargli a sperimentare da solo, insegnargli a volare e poi mandarlo per aria, insegnargli a scegliere e poi fidarsi, proprio come ci si fida di se stessi, se non di più.

postato da: ksakinah alle ore 21:28 | link | commenti
categorie: intimerie
lunedì, 03 dicembre 2007

Io non sto con lo shaikh

-         Ma quella Khadi o come si chiama lei, quella di an-nisa,si sarà bevuta il cervello.
-         Ma sì, se n’è andata all’aceto, ormai, e non ce la recuperiamo più!
-         Si sente Ummagumma (ma si può? Ummagumma proprio… ma si è rincretinita?)
-         E si schiera contro Lo Shaikh-hafizahullah.
-         Ma come si permette, lei, che non è degna nemmeno di nominarlo. Astagfirullah! Ma sarà che si sta grandiosamente inkafirando, sennò come te la spieghi tu?
-         Già, inkafirando… Sì, sicuramente!
 
Già, inkafirando… Certo, se il kafir è quello che non segue le regole del clan, quello che te la canta così com’è, quello che si libera dal giogo dei “formalismi di setta” e non si ferma a quello che gli dicono di credere, ma ci ragiona sulle cose e crede solo per ispirazione e mai per sentito dire…
Beh, pensavo fosse il musulmano quello. Così, mi pareva d’aver capito.
La mia Via è quella e credevo fosse islamica: ero io a sbagliarmi? Sarà, ma io continuo per la mia strada, voi fate un po’ come vi pare e se vi pare.
Ma ricominciamo da capo, ché forse è meglio.
Una delle tante meravigliose caratteristiche dell’islam che da subito mi hanno folgorata e rapita era quell’esaustivo senso di giustizia che nessun’altra religione avrebbe mai potuto darmi.
Perché l’islam è l’unica religione che ti permette di odiare gli oppressori.
Ah! Che liberazione! Odiare chi schiavizza, chi sfrutta, chi schiaccia, chi ti costringe a svermare, chi ti calpesta…
Non è una cosa da poco, se ci pensate.
A parte l’islam, non ci sono religioni che ti permettono di ribellarti ai potenti perché è giusto così, che ti incitano a batterti, uccidere e morire affinché sia fatta giustizia, che ti permettono di incitare il popolo ad insorgere per capovolgere il sistema e ristabilire – politicamente – un sistema più equo in cui i ricchi e i poveri, gli schiavi e i padroni sono uguali e in cui gli uomini valgono di più o di meno solo in base alle proprie virtù e non in base a quante società operative e finanziarie manipolano o partecipano a manipolare.
Sì. L’islam ti permette di rivoluzionare il mondo, anzi te lo ordina, addirittura.
 
Se, comunque vadano le cose, ti senti sempre dalla parte dei deboli, degli oppressi, degli schiavi, degli sfruttati e dei poveracci, non puoi essere cattolico, buddista, induista o testimone di Geova, a meno che tu non creda che per accedere al paradiso l’unico modo sia quello di sopportare, soffrire e crepare sotto il giogo dei potenti e stare al tuo posto, così in paradiso – o nell’altra vita – sarai ricco e avrai tanti schiavi da sfruttare e schiacciare e calpestare e sbudellare, se ti va. Se pensi che il paradiso o l’altra vita debbano necessariamente essere migliori di così e se credi che potrai accedervi solo se avrai contribuito a migliorare questa vita qui, allora farai un bel po’ di fatica ad adattare i tuoi bollenti spiriti ad un credo religioso. Uno qualsiasi, dico.
Ma come si fa? Zitto e mosca e, dichiarandoti pacifista, finanzierai le bombe che uccidono i bambini iracheni e quelli afgani, andrai ad insanguinare il Libano e, quando ti parleranno di Nassirya, penserai ad un pungo di uomini grandi e grossi e nel fiore degli anni morti ingiustamente e non alle migliaia di uomini grandi e grossi e nel fiore degli anni, alle migliaia di bambini dalle diecimila vite possibili e già stroncate, alle migliaia di donne col mitra in mano, eppure indifese, ai vecchietti terrorizzati o rassegnati a quelli senza un braccio, senza una gamba, a quelli impazziti e a tutti coloro che inorridire è poco, se davvero riesci a pensarci.
Non avrei mai potuto abbracciarla, io, una religione che mi impone di starmi calma e buona, mentre la parte di pianeta che preferisco crepa e schiatta. Non è eticamente sostenibile una cosa così e – no, non preoccupatevi - non ho deciso di iniziare a sostenerla adesso. Anzi.
 
Visto che oggi – tra una cosa e l’altra – sono riuscita a procurarmi giusto un paio di orette per scrivere qualcosa di serio e sensato – e lo so che non se ne può più di certe leggiadrie, ma abbiate pazienza, che qualche volta i blog devono servire pure per sfogarsi e divagare dei cavoli propri, perché un analista vero proprio non me lo posso permettere, accidenti – approfitto finalmente per scrivere quelle cose che c’ho proprio sulla punta del mouse e che non trovavo né il tempo né la voglia di illustrarvi.
Mi tocca, però. Perché chiamare un blog “An-nisa” comporta pure delle responsabilità, vi pare?
E una non ci può linkare sopra quello che le pare, senza poi darne le dovute spiegazioni, posologia e precauzioni d’uso.
Le mie ragioni sono un po’ complicate, però cerco di raccontarvele con una storia: una storia che sicuramente tutti conoscete già e così per me è più facile dire quello che devo dire, senza stare a dilungarmi troppo ché non serve.
C’era una volta in America, non troppi anni fa, una certa setta semisconosciuta chiamata “Lost-Found Nation of Islam” alias NOI. L’aspetto positivo della Nation of Islam consisteva nell’obiettivo che intendeva raggiungere: elevare il livello di vita degli afro-americani. Per raggiungere tale obiettivo la Nation of islam aveva estrapolato dagli insegnamenti islamici un codice di comportamento, una “regola”, alla quale tutti gli adepti avrebbero dovuto inderogabilmente conformarsi, pena l’esclusione dal clan. Tutte queste leggi comportamentali venivano fatte rispettare dal cosiddetto “Frutto dell’lslam”, un vero e proprio esercito paramilitare.
L’esistenza di questo corpo addestrato oggi può sembrarci un assurdo, visto che basta parlare di “concedere” l’utilizzo dell’hijab alle musulmane e già si comincia a gridare alla fobia dello stato nello stato, a due-pesi-due-misure e “questi immigrati – quali? – vengono qua ad imporci le loro regole, ma se ne stessero a casa loro”, senza sapere che, per la maggior parte, a casa nostra stiamo, altro che immigrati! (Ma guardatevi intorno, babbini!).
Per quanto possa sembrarci strano pare che - nonostante l’incitamento all’odio contro i bianchi, il cavallo di battaglia della non-integrazione, della separazione totale dei neri dai bianchi, l’imposizione di “non confondersi con i bianchi”, le ferree regole del “non fare le cose che fanno loro, non usare i loro modi di dire, non frequentarli, non vestirsi come loro si vestono, non mangiare come loro mangiano” – la Nation of islam e il Frutto dell’Islam non vennero mai inquisiti, perché erano organismi strumentali al potere costituito.
Sì, strumentali.
La Nation of Islam non costituiva un pericolo per l’America, anzi. Mantenendo l’ordine interno, questa setta, riusciva ad arginare le eventuali scosse di ribellione – di vera ribellione - che avrebbero potuto autoalimentarsi ed infuocare un’eventuale sommossa civile.
Immaginate che cosa sarebbe potuto accadere se tutti i neri d’America avessero – tutti insieme – preso coscienza di colpo! Ma immaginate che forza, che rabbia, che rivoluzione, che guerra. Che Guerra!
Ecco perché io non sto con lo shaikh.
 
Ecco, io non m’inchino davanti ad uno shaikh.
Perchè una musulmana non dovrebbe inchinarsi davanti agli idoli, mi pare.
E poi io non servo chi – consciamente o no – serve l’America e i suoi sudditi e le sue multinazionali e i suoi oleodotti e arma i miei fratelli l’uno contro l’altro e concede al nemico miriadi di giustificazioni in più per stramazzarci tutti, chi in un modo chi nell’altro, noi, i musulmani.
Preferisco la rivoluzione, quella vera, io.
Al-Qaida è una furbissima invenzione che c’intrappola tutti, ma non lo vedete?
Certi urli che dovrebbero essere di battaglia arginano le nostre potenzialità rivoluzionarie, ci mettono gli uni contro gli altri, ci imprigionano, non ci liberano.
Iniziamo a sostenerli davvero ‘sti ragazzini che combattono al posto nostro, questi mujahidin affamati e disperati che stanno morendo anche per noi, comodamente sistemati nelle nostre sale di preghiera o nelle nostre case a discutere della liceità dell’utilizzo dell’aceto e del caglio.
Non possiamo permetterci di alimentare le fantasie oltraggiose di chi divide il mondo in terroristi e salvatori: siamo noi che dobbiamo spiattellare in faccia al mondo la cruda verità di quello che sta succedendo davvero. Siamo noi che abbiamo il compito di urlare l’ingiustizia del genocidio a cui, da anni, stiamo assistendo. Non possiamo permetterci di farci accecare da miti fasulli che servono solo ad aiutare il nemico a giustificare l’orrore, dipingendo i nostri fratelli come obbrobriosi carnefici dai quali occorre salvarsi con qualsiasi mezzo.
 
La parola è la mia unica arma ed ho deciso di usarla per il bene e per il vero. Di rifuggire la propaganda vana, di allontanarmi dai proselitismi spiccioli. Di distruggere i miti e gli idoli che accecano i mondi islamici contemporanei.
Perché non si può vincere una guerra senza lucidità e consapevolezza.
Perché dobbiamo stare svegli e attenti, per non cadere negli agguati.
Perché dobbiamo essere lungimiranti, per non farci mettere in trappola.
 
La parola è la mia unica arma ed ho deciso di usarla per il bene e per il vero.
Spero in molte e in molti decidano di fare altrettanto.
 
postato da: ksakinah alle ore 10:34 | link | commenti (29)
categorie: jihad
giovedì, 29 novembre 2007

Ehm… Da dove dovrei cominciare? Vediamo.

Perché, sai, sono una che ragiona sempre come se dovesse scriverli, i pensieri. Una che ci mette una sacco di “…ehm” quando ti racconta, una che, quando parla, perde di vista l’essenziale – se lo dimentica proprio l’essenziale – nel fluire della lingua parlata. Sì, una… una che tende a rimanere lì, sospesa. Sospesa tra i pensieri che si possono scrivere e i quattro banali soliti discorsi proferibili a parole, senza mai riuscire a trovare una via di mezzo: un modo decentemente prosaico di dire quello che ti passa per la testa.

Anche se l’essenziale sarebbe pure semplice da dire piuttosto che da scrivere.
A riconoscerlo.

 

Lo so. Ho un modo un po’ goffo di relazionarmi.

Anacronistico, distante, complicato.

Mi è difficile riuscire a parlare di me.

Quando mi chiedono, tergiverso. Ma se insistono, poi, svuoto il sacco: non mi piace fare la misteriosa, non è da me. Magari sono anche contenta di essermi sfogata, dopo. Il brutto è sempre iniziare, si sa. Oggettivamente fa bene chiacchierare, anche quelle volte in cui ti fa sentire freddo e tremare e, giusto per esagerare un po’, anche piangere – che ne so?

Io preferisco parlare del tempo e di come non mi ricordo di quella persona, di quel nome, di quel posto, di quella volta e di quel fatto – ma ti ricordi? No, certo che no. Io non c’ero. Ti confondi con qualcun altro.

 

Preferisco tenermi tutto dentro, anche se fa male.

E, se fa male, pazienza.

E invece certe volte una avrebbe quasi il dovere di raccontarsi.

Di raccontarsi alle persone in carne ed ossa, non solo a pixel.

A riuscirci se ne avrebbe proprio il sacrosanto dovere.

Mica facile, però.

Ehm… Da dove dovrei cominciare? Vediamo.

 

Premetto che sentimentalmente sono sempre stata una catastrofe. No, sinceramente – davvero – non vedo come potrei migliorare adesso, dopo sette anni passati a fare tabula rasa di tutto, di tutti e pure di me. Non si tratta di avere pregiudizi sul genere maschile, di voler fare la libera, di non avere ancora risolto il complesso di Elettra o di Sofonisba o che ne so. Credo di avere invece un grosso problema linguistico o, se vogliamo proprio essere precisi, semantico.

Infatti non credo si tratti di parole. Credo si tratti piuttosto di parole non dette, di segni e soprattutto di gesti. Oh sì, i gesti, quelli mi rovinano proprio. I gesti di tutti i giorni, eh, quelli proprio normali, tipo sfogliare un giornale o soffiarsi il naso, cose così.

Ci ho lavorato su parecchio, su questa cosa. Talmente tanto che ho messo un muro invalicabile - ma proprio alto – tra me e gli altri, una cosa da non credere.

A distanza devono stare!

Certi maschi devono stare a distanza.

Eppure esistono quelli di cui apprezzo la discrezione e la correttezza, doti che, tra l’altro, non avrei mai scoperto, se non avessi cercato e cercato, in qualche modo.

Esistono sul serio, eh!

E’ una cosa impagabile la serenità di poter pensare che, in mezzo a tutto quell’assurdo disastro, ho avuto anche amicizie disinteressate davvero meravigliose: le cose belle delle quali non ti accorgi mai mentre le vivi, così affannosamente occupata come sei – com’eri, com’eri - a pensare ad altro e sempre a quello che non c’è.

 

“Te li ricordi?

Amici – amici – amici, ma quando poi uno viene e ti bacia in bocca – cribbio! – sarà innamorato di te – no? – tu che pensi?

E invece no, forse, non lo so. Ma va all’inferno!

Vacci subito, per favore! Adesso proprio.

Io li ho presi tutti, un bel giorno, questi amici dell’ora del cuculo e ne ho fatto un bel falo’.

Ma no che non li odio.

Li disprezzo soltanto. Comunque con loro continuo a comportarmi bene, io. A distanza, ma bene.

No, non te.

Tu quelle cose non le hai fatte mai.

Non le hai mai fatte, ma come hai fatto a non farle?

Come sei riuscito a rimanere così pulito in mezzo a tutto quello squallore?

Avresti dovuto insegnarmi.

Non so se avrei saputo imparare.

Non lo so se avrei voluto.

Però, se l’avessi capito allora che non serve fingersi diversi e giocare ad esagerare e strafare e buttarsi giù dai burroni pur di fare cose eclatanti, pur di vivere a tremila o come si dice…

No, non credo ce l’avresti mai fatta ad insegnarmi niente!”

 

Non me la ricordo una bella cosa la gioventù, io. Una vita troppo grande, immensa, che straborda e fa male.

Un dolore che non ti dico.

Un male fisico, appena sotto lo sterno.

Un crampo forte e insistente, che non se ne va mai.

Devi conviverci.

Fino a quando sei giovane non c’è poi molto da fare.

 

Desiderare mille vite diverse, mille sogni, perdersi in miliardi di possibilità.

La gioventù, per me, era volere tutto e volerlo adesso. La gioventù era non saper ascoltare. La gioventù era non ascoltarsi.

E quando quella vita così immensa e indomabile ti si rimpicciolisce tutt’attorno, ti ritrovi “grande” che nemmeno te ne accorgi.

E sei “grande” quando di possibilità non ne hai più a migliaia, ma a malapena tre, quando i colpi di testa non te li perdona più nessuno e quando un altro mondo hai smesso di cercarlo già da un po’. Sei “grande” quando la vita tua te la inventi oggi tutta insieme. Oggi, per la prima volta. E, di colpo, scopri che ci sta. Entra in un sol giorno, la vita. Tutta.

Tutta la vita intera, sì, in un solo giorno ci sta comoda e ti avanza pure qualche ora di riposo, ché vivere troppo stanca, si sa.
postato da: ksakinah alle ore 20:03 | link | commenti (4)
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sabato, 24 novembre 2007

Danzando sui tetti

Me lo guardo ogni mattina dalla finestra di casa il paesaggio di tetti e tettucci e case addossate l’una sull’altra e minestrone di vita - sempre uguale da millenni - che ci formicheggia sotto.
E’ sempre stato altro da me.
Anche quand’ero piccola.

Ho sempre vissuto altrove ed ho sempre pensato che questo altrove esistesse davvero da qualche parte qui sulla Terra.
Esiste?

La messa, gli affreschi, la Cattedrale, la villa, la processione, i funerali, i cori folkloristici, il dialetto, la tradizione.

Luogo statico e immutabile. Fortezza, grembo, prigione.

L’ombelico del mondo, per alcuni.

L’ombelico di un mondo che non esiste, fatto di fantasmi condannati all’immutabilità.

La messa, gli affreschi, la Cattedrale, la villa, la processione, i funerali – tutti i giorni i funerali – i cori folkloristici, il dialetto, la tradizione.

Un nodo in gola che ti sale quando arrivi appena ai dodici anni e che a sedici diventa insopportabile e non parli che di andar via.

Te ne vai davvero, un giorno.

(Se ne vanno tutti da qui, prima o poi).

Te ne vai, ma poi ritorni, perché solo qui puoi continuare ad essere fantasma, a rimanere sospeso a metà strada tra un mondo che esiste e un mondo che non c’è.
Eccolo, l'Altrove.
Qui sopra ai tetti aleggia e sorride. Non vedi come danza?

postato da: ksakinah alle ore 14:18 | link | commenti
categorie: intimerie
venerdì, 23 novembre 2007

Alleanza... terapeutica

Alleanza terapeutica. Pare si chiami così.Va di moda a quanto pare.
Alleanza terapeutica. E’ proprio ciò che ci serve.
Io che arranco, a stento e stupita, dentro un passato dove tutti volevano essere per sempre belli, giovani e amici-amici, io che non posso far a meno di vedermeli tutti attorno all’alba: vecchi, sfatti, brutti e mostruosi. Prendermi l’anima e ingoiarsela. Come fosse vodka o exstasi.
Io con l’anima in tasca – l’anima in tasca – mentre mi proteggo da loro e mi tengo a distanza.
A distanza.
Lui che sa che non otterrà mai nulla da se stesso proibendosi questo e quello e cerca un modo di vivere in maniera sana, senza sentirsi alienato o, peggio, frustrato.
Vite incrociate.
A maglie strette.
La faccia pulita del mio passato, l’anima pura e impermeabile che è riuscita a passare attraverso, senza sporcarsi e senza perdersi mai del tutto. Ciò che io avrei voluto essere prima di farmi rapire e perdermi.
Eppure non ci crede – non riesce a crederci – che davvero è possibile scegliersi felicemente una lucida soddisfazione – a volte può essere un viaggio meraviglioso, la lucidità - ed io non so spiegarglielo a parole.
Alleanza terapeutica: è quello che mi servirebbe. Se non fosse così difficile.
postato da: ksakinah alle ore 10:37 | link | commenti
categorie: intimerie
venerdì, 09 novembre 2007

Un salto a casa di Irene

Già da un po' anche lei ha traslocato e me la sono immaginata per strada con valigia, piumone, spazzolino da denti e tazza da latte con la faccia.
Grafica essenziale e sempre qualcosa di sottilmente affine da scrivermi.

"Quando ho alzato gli occhi dal giornale, mia mamma mi ha detto che arrivata all'ultima parola s'è messa a piangere. A piangere al pensiero di Prodi che dice Auguroni "a uno che gli dice quella cosa lì".
Poi abbiamo parlato un po' ". >>>

postato da: ksakinah alle ore 20:58 | link | commenti
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giovedì, 08 novembre 2007

Dall'analista a gratis tutti i giorni per il tempo di un caffè

Da qualche mese sono in analisi: una o due sedute al giorno per il tempo di un caffè.

All’inizio nemmeno me ne accorgevo, per questo era tutto così facile: meraviglie della quotidianità. Poi i mesi cominciano a passare e mi conservo gelosamente il mio geniale appuntamento coll’analista e col caffè, nella titanica impresa di accettare la vita quotidiana per quello che è, senza grilli per la testa e senza strane idee sconnesse e disastrose, tipo quella famosa di rubarmi la vita di un’afgana o una saudita e vivermela tutta, come se davvero fossi io, quella.

Il primo periodo parte a giugno: il recupero di qualche ricordo cancellato per incuria, difesa o rifiuto, il riaffiorare di certe strane vecchie idee, il sentirsi sempre una, sempre la stessa. Ma una stessa alla quale le cose vanno un po’ meglio.

Le cose di dentro, dico.

Verso agosto il quadro è quasi completo e si può fare il punto, si può dire che c’è, cos’è che proprio non va. Un bravo analista però indugia e un po’ ti trascina con sé. Nessuno potrà mai venirti a dire che c’è. Che c’è lo sai già. Lo sai tu. E lo sai.

L’analista ti dice che c’ha lui, ti dice.

Se te lo vuole dire.

Inizia il secondo periodo, la cura: musicoterapica. Un caffè dopo l’altro: jazz, fusion, sperimentalismi di varia natura, post-grunge e un genere che chiameremo yoldax… mirabolante.

Sono io a scegliere quale dev’essere la mia terapia intensiva e scelgo Ummagumma e poi un genere che ho voluto chiamare omega, declinabile, eventualmente, in islam omega, se vi pare. Islam omega in lingua sconosciuta.

Perché?

Pure Ummagumma avevo buttato via, bruciatostracciatodimenticatodistrutto, perché la musica è haram, ma forse era solo una scusa la musica haram. La tecno riuscivo ancora a sentirla, nonostante la musica haram. Ma perché la tecno non è musica, forse. Forse.

Perché Ummagumma davvero lo è, musica?
Musica per chi?
Ummagumma Studio, per la precisione. Nel frattempo sto aspettando ancora di curarmi con il secondo disco. Quello che dovrebbe indurmi a ricordare, forse. Quindi meglio aspettare, ritengo.
Intanto ho iniziato la cura omega, ma pare vada un po' maluccio, finora.
C'è tempo.

Il mio analista dispensa caffè e perle di saggezza. Un tempo eravamo come legati da sottilissimi fili argentati, invisibili a occhi comuni. Lui diceva di vederli ed io li vedevo davvero.

Ma quando sei giovane hai sempre troppa gente attorno per distinguere chi vale e chi no, chi ti è affine nel profondo e non solo a progetti.

Diciotto anni sono lunghi da vivere e t’insegnano un sacco di cose che non sapevi e credevi di sapere sulla vita, sulla gente, sull’amicizia, sui rapporti, sugli svariatissimi modi di perdersi e sui rischi di non ritrovarsi mai più. Eppure diciotto anni sono passati in un lampo e, se mi guardo attorno, non vedo che un’equazione matematica, una verità ineluttabile che prima mi era invisibile. Prima, quando mi volevano bene proprio tutti e fantasticavamo sulla Polinesia e sui mondi.
Non credo sia indispensabile recuperarli integralmente, 'sti diciott'anni.
Mi basterebbe uno sprazzo ogni tanto. E soprattutto di recuperarne il senso.
Così, giusto per capirci qualcosa, ora che non ho più paura di riaffondare nel passato e rimanerci impigliata.
Giusto per sopportare il presente così com'è, senza fantasticarmi insensatamente inutili progetti di fuga, senza arrabbiarmi e rifiutare le cose di tutti i giorni, senza stare sempre a organizzare l'impossibile, mentre la vita vera se ne va senza di me.

postato da: ksakinah alle ore 20:56 | link | commenti
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